Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Per qualche dollaro in più – Storia segreta del cinema italiano 3

Centoventisette minuti di brividi, e non era per l’aria condizionata. Al cinema, su uno schermo gigante, l’epos di Leone trova il suo vero luogo d’elezione. Non solo per quel montaggio che ha fatto scuola ma anche per quei primissimi piani, facce spalmate su un telone enorme, facce-paesaggi che raccontano con le rughe del volto più di mille parole. Il campo controcampo sempre più rapido e ravvicinato tra Mortimer e il manifesto della taglia dell’Indio che presagisce i loro rapporti futuri, senza però svelare e rovinare le sorprese dell’intreccio, i passi degli uomini dell’Indio che si introducono nella prigione lasciandosi dietro cadaveri su cadaveri in un silenzio scandito solo dal tintinnio degli speroni e il finale melanconico, l’addio al colonnello struggente non solo in sé ma anche per come anticipa le future elegie dei solitari eroi omerici del western di Leone. C’è qui, nell’Indio, in Mortimer, non solo quell’idea magnifica che oppone i due contendenti tramutandoli in due facce di una stessa medaglia, legati dal destino da un filo che ha la necessità del Fato greco, ma ci sono anche i primi due personaggi ossessionati/drogati di passato della filmografia di Leone.

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Fangzhu (Exiled, Johnnie To) – In concorso

L’incipit è fulminante: ti spara nella storia con un contraccolpo violento e improvviso, ti assorda con un “triello” in una stanza, tra pallottole che fischiano, mura e porte e legni scorticati e acrobazie. A metà strada tra lo stile e le barocche danze di morte dei western di Peckinpah e Leone tramontano nel sol levante accompagnati ai balletti-sparatorie di Woo. Ma non è solo tecnica. To, di cui non ho visto altro, ha creato un’elegia magnifica, sospesa tra ironia e dramma, tra euforia e morte, in perfetta contiguità con le evoluzioni del nuovo western dei ’60s, contaminato dalle guerre tra bande mafiose orientali. Per chiudersi in un bagno di sangue architettato alla perfezione che è anche il compimento di un inno all’amicizia virile, sincera e inaffondabile, unico vero diktat morale da non tradire mai, al di là delle fazioni e degli (apparenti) tradimenti. Attori in forma smagliante, ironici, compatti e perfettamente in sintonia la cui complicità transfuga per un perfetto processo osmotico ai personaggi che interpretano, con benefico ritorno – come si può immaginare – nel risultato finale.
Mi spiace non aver visto altro di To, ma vorrei davvero recuperare qualche titolo (ma a quanto ne so non c’è molto edito in Italia). Ha ragione kekkoz: il Leone a questo film ci starebbe proprio.

Tachiguishi retsuden (The amazing Lives of the Fast Food Grifters, Oshii Mamoru) – Orizzonti

Cinquant’anni e passa di storia giapponese letta attraverso la lente del “tachigui”, l’arte di mangiare per strada. Ma il film di Oshii Mamoru non è un documentario in senso stretto, anche se la struttura potrebbe farlo pensare; ma a rigore non è neanche un vero cinema di fiction. Alterna con un furore innovativo e classico insieme anime, foto, immagini reali, tecnica 3D e attori cristallizzati nella loro immagine mossa poi alla stregua di una marionetta. L’aspetto più misterioso di cotanta carne al fuoco sta però in una domanda: perché sorbirsi quasi due ore di questo guazzabuglio di pseudo-storia del mangiare cinese con una voce off persistente che blatera per tutto il tempo, che assomma certo a volte scenette anche carine e slapstick che strappano un mezzo sorriso, ma è davvero troppo poco.
E dire che eravamo entrati in sala carichi di entusiasmo (il mio solo di ritorno, dalle lodi che gli amici mi tessevano di Ghost in the shell, che non ho visto) e invece mi ritrovo questo polpettone di cui mi scuserete ma non ho afferrato troppo la ragione d’essere.

Cirk (Grigory Aleksandrov). – Storia segreta del cinema russo

Non mancava nessuno all’appello di questo Circo. Era russo ma derivativo in tutto dall’iconografia e dalla mitologia (cinematografica) situata al di qua del Volga. Figure doppiate, copiate, interpretate: uno Charlot che più che omaggio mi sentirei di definire vero e proprio “furto” autorizzato forse dalla fama interplanetaria che godeva in quegli anni (Venti) il vagabondo di Chaplin. Poi viene fuori la ballerina che balla il tip tap, copia carbone della bionda ammeregana Ginger Rogers. Cominciavo a pensare che al fotogramma successivo avrei potuto trovare Buster Keaton con la divisa da compagno o un emulo di Fairbanks che saltava da una liana o correva su una corda tesa. Non fosse che al fotogramma successivo ero già uscito dalla sala…

La stella che non c’è (Gianni Amelio) – In concorso

Amelio parte per la Cina e incontra Antonioni. Al di là dell’incipit telegrafico, La stella che non c’è sembra davvero un connubio tra lo stupore del cinema di Amelio e le secche geometrie del regista di Professione reporter. Certo Amelio gioca in casa, perché quello stupore di cui prima si esprime (anche) nei confronti dell’infanzia, in un piccolo bambino cinese, e nell’innocenza del suo protagonista (Vincenzo Buonavolontà, nomen omen) un Chisciotte fuori tempo massimo, un “fesso” ossessionato dalla volontà di “riparare” un errore. Se l’inizio del film apre su un contesto molto realistico, man mano che la storia procede si libera di molti “orpelli” per giungere a una messinscena sempre più tesa verso un universo antonioniano appunto, esemplificato nel bel finale, in una ferrovia desolata, luogo di un nuovo incontro tra i due protagonisti. Senza però che prima Amelio abbia rivelato allo spettatore (e solo a lui) lo sberleffo del film, da cui Buonavolontà resta innocentemente escluso, convinto di aver fatto ciò che doveva, di aver compiuto il suo compito. E in un certo senso è così. Gli effetti del suo gesto hanno meno importanza del gesto stesso, che lo mette in paro con la sua coscienza.
Il film alterna commedia e dramma, andamento picaresco e maggiore astrazione, paesaggi naturali di indubbia potenza emozionale e grigie fabbriche (italiane e cinesi). Ha un affascinante andamento sospeso tra situazioni buffe dell’italiano all’estero, rette dalla bella prova (come al solito) del grande Castellitto, che sfoggia un accento meridionale aggirando però il rischio di “tipizzare” il suo personaggio, donandogli invece un’anima sincera e umana, una convincente sfumatura di naiveté. La stessa “igenuità” è nello sguardo del regista mentre guarda alla Cina e alla realtà con quest’ottica un po’ trasognata, di un Chisciotte moderno.

Hei yangquan (I don’t want to sleep alone, Tsai Ming-liang) – In concorso

Ogni tanto comincio a pensare che le cose sono due: o di cinema ne capisco molto meno di quanto mi illudo e spero di sapere o certo tipo di cinema asiatico a volte eccede proprio. Una continua profusione di piani sequenza allungati oltre ogni modo su inquadrature fisse. In sala scalpitavo. Le parole nel film scarseggiavano. A un certo punto avevo pure cominciato a smarrire il senso della trama, che alla grossa mi pareva di capire trattasse l’annoso e antico tema di isso, essa e o malamente. Dove però isso era cotto per l’altro uomo, che era attratto anche per la tipa però. Il film non ha nulla di pruriginoso, né intenzioni shock (ormai il tema è più che sdoganato), ma – mi pare di capire da quel poco che ho capito, tra uno sbadiglio e l’altro – che fosse una sorta di successione di quadri tesi a raccontare la solitudine e l’incomunicabilità tra gli uomini nella grande città. Tema anche de Il gusto dell’anguria, che però all’epoca m’era piaciuto non poco.
Probabilmente pecco di ignoranza, ma continuo a non riuscire a entrare troppo in un cinema troppo rigoroso, asettico, minimalista fino alle estreme conseguenze. Forse non ci capisco un tubo di cinema, ma guardare una serie di quadri fissi di un tizio che lava un altro tizio, in una scena che dura oltre ogni possibile sopportazione, che neanche un documentario di fisioterapia è così lungo…
Ho sbadigliato molto.