Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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La seconda stagione di Justified, come già la precedente, si conclude quasi in medias res: pur portando a conclusione le linee narrative principali, intese soprattutto come Raylan-vs-i-cattivoni-di-turno, lascia aperte, anzi sospese, molte altre cosucce. Unico (marginale) difetto – forse dovremmo più semplicemente liquidarlo come una scelta che non incontra del tutto il mio favore – di una stagione dalla canna fumante.

La serie si conferma di una purezza blindata, capace di conservare la propria anima pur portando necessariamente avanti intreccio e personaggi. Quest’anno Raylan ci è parso più acciaccato, meno attento, più facilmente preda dei suoi nemici (e amici): gran parte delle responsabilità a questo proposito si devono far risalire a quella piaga di Winona, unica palla al piede femminile di un serial popolato di donne decise, che responsabilmente accettano le conseguenze del destino che di sono scelte, dalle ragazzine come Loretta (il cui padre è niente meno che Hank Jennings) a quelle più cresciute come Ava. Ora, non per fare quello che “l’avevo detto sin dalla prima stagione” ma l’avevo detto sin dalla prima stagione che Ava se la mangiava in un boccone a quel mocio vileda di Winona, la cui vacuità umana e narrativa è messa ancora più in ombra da Mags Bennett, vero puparo di questi nuovi episodi.

Ormai l’abbiamo capito, Justified è un western contemporaneo che conserva non tanto l’ambientazione della Frontiera, quanto le contrapposizioni forti tra casati in astio da decenni. I Bennett, come i Crowder, sono una delle famiglie che posseggono il controllo della contea, intrecciati ai Givens in un rapporto d’amore/d’odio. Il personaggio di Mags, superbamente delineato da Margo Martindale – i dexteriani sicuramente la ricordano – è di quelli che ti si marchiano a fuoco nella memoria, una matriarca dura e compassionevole, animata da sincere spinte d’affetto e da un pragmatismo politico-criminale da gelare il sangue. Sin dall’inizio, i suoi scambi di battute col nostro Marshall preferito lasciano presagire una confidenza che affonda le sue radici nell’infanzia di Raylan, ma che al tempo stesso minaccia di entrare in collisione col mestiere attuale del pupetto cresciuto, risvegliando acrimonie irrisolte anni prima (l’adolescente Raylan ha involontariamente reso zoppo il secondogenito della nidiata di Mags, Dickie – che ha il volto di Jeremy Davies, giusto per darvi l’idea di come si fanno le cose qui, solo il meglio!). E a soffiare su una miccia già pronta a esplodere ci si mettono pure Boyd (Crowder) e Arlo (Givens).

Le tre famiglie della contea di Harlan, sospese su un filo tra legalità e criminalità. Ci vorrà poco perché la polveriera esploda. E ciò che resta più affascinante dell’opera di Yost è l’ambigua tensione – assolutamente western – che regola i rapporti tra i vari rappresentanti. Tutti conoscono tutti e tutti hanno dei legami sedimentati, di più o meno dichiarato affetto, con tutti. E proprio per questo nessuno si fida di nessun altro.

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