Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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FM 35.00: un anno di musica 2016

         

     
       

Manca qualche disco che non sono riuscito ad ascoltare e che forse poteva entrare in classifica (Alabama Shakes, Grimes, Lana del Rey, Low, Sun Kil Moon, Tame Impala,The Libertines), ma insomma se non mi decidevo arrivavamo al prossimo anno. E visto che sono in ritardo pure per la classifica cinefila, meglio chiudere qui.

Qui una playlist con le canzoni preferite da ogni album segnalato.

FM 35.00: un anno di musica 2014

                  

A cui si aggiungano due EP e un album che non ho digerito del tutto (forse troppo altalenante e dagi singoli apporti mai davvero amalgamati):

  

In rigoroso ordine alfabetico gli album che mi hanno accompagnato in questi 12 mesi del 2013. Di seguito la lista dei cantanti per citare almeno una canzone di ogni album (tipo la preferita, almeno al momento).

Arcade Fire and Owen PallettCesare CremoniniColdplayDamien RiceDrink to meEELSEx-OtagoInterpolJessie WareJoan as a Police WomanKelisLana Del ReyLikke LiMark LaneganMorrisseyNeneh CherryNicole AtkinsNon voglio che ClaraReal EstateSharon Van EttenSt. VincentSun Kil MoonTemplesWar on drugs

FM 35.00: classificone musicale 2013

     

In rigoroso ordine alfabetico gli album che mi hanno accompagnato in questi 12 mesi del 2013. Di seguito la lista dei cantanti per citare almeno una canzone di ogni album (tipo la preferita, almeno al momento).

Alice RussellAnna CalviArcade FireBaustelleBeyoncéBilalDaft PunkDavid BowieDjango Unchained OSTDucktalesElio e le Storie TeseEmiliana TorriniHigh HighsI CaniJanelle MònaeJohn LegendJustin TimberlakeKanye WestLadyLowMidlakeOf MontrealPaul McCartneyQueens of the Stone AgeRhyeThe NationalValerie JuneVirginiana Miller

In attesa del classificone cinefilo (devo ancora recuperare Woody), Buon Natale.

33 anni per IL 33 giri della mia vita

Il 17 ottobre di 33 anni fa usciva questo gioiello qui che è uno degli album della mia vita. L’ho preceduto giusto di qualche mese. Fa onore pensare che Bruce per pubblicarlo abbia atteso il tempo necessario che il sottoscritto fosse in zona e potenzialmente dotato di orecchie per ascoltarlo… (sì sì è proprio così che è andata).

E grazie alla mia squisita Delizia da qualche anno ce l’ho pure in Vinile!

Bruce Springsteen (Piazza del Plebiscito, 23 maggio 2013)

Questo è solo un post di servizio. Non credo che riuscirei comunque a mettere per iscritto le emozioni di ieri sera, l’attesa, l’arrivo, ascoltare e vedere dal vivo uno degli artisti più importanti per me. Ecco, finiremmo a scrivere le solite cose trite e melense, che è meglio invece restino taciute.

La gente mi diceva sempre (o lo leggevo ovunque) che un concerto di Bruce Springsteen è un’esperienza indimenticabile. Non c’è alcun dubbio: per tre ore e passa ieri sera Piazza del Plebiscito è stata una festa rutilante, un’esplosione di energia e di rock allo stato puro. Springsteen dialoga col pubblico, scherza, lo coinvolge (letteralmente, anche sul palco), in una messa laica, un rito ancestrale e moderno che ti fa sentire parte di una famiglia (per tutto il tempo non facevo che gettare occhiate a Steve Van Zandt: la sola espressione, la sola presenza sul palco è uno spettacolo nello spettacolo).

Varie cose emozionanti: dal Boss che appare sul palco verso le sei e ci offre un’anticipazione acustica (Growing up e This hard land), forse anche per risollevarci del maltempo che ha segnato un po’ tutta la giornata, ma per fortuna senza arrivare a picchi catastrofici; il Boss che dice di essere un uomo del sud, la dedica alla terra dei nonni, Vico Equense, seguita da un’esecuzione da brivid di My Hometown; ovviamente The River, che, col palco al buio, quando ho sentito l’attacco con l’armonica quasi piangevo, poi invece al contrario di quello che temevo sono riuscito a cantarla tutta senza piangere e senza farmi bloccare da groppi in gola vari; l’immediata successione, nel finale, in una combinazione esplosiva, di Born in the USA e Born to run, con l’intera piazza che cantava, ballava e saltava…

Lasciamo perdere, che è meglio, anche perché non credo di riuscire comunque a sintetizzare a parole. Diciamo solo che è di quegli spettacoli da raccontare ai figli, di quelle esperienze che dopo puoi dire “io c’ero”. E visto che il concerto l’ho vissuto in compagnia di quella che sarà la madre dei miei figli, le emozioni vanno triplicate. Avremo di che raccontare, io e Delizia.

FM 35.00: classificone musicale 2012

Come al solito è una classifica (in rigoroso ordine alfabetico) abbastanza schizofrenica dove convivono stili e personaggi estremamente diversi. Ma in fondo è la mia e come tale non paragonabile a nient’altro che non siano i miei gusti o ancor meglio ciò che ho ascoltato in questi dodici mesi. A dire il vero ci sono degli album che non sono riuscito ad ascoltare e che secondo me se li ascoltavo potevano entrare in classifica, ma lasciamo perdere queste riflessioni oziose, anche perché guardando le classifiche altrui si fanno altre scoperte e allora si potrebbe postare quasi una classifica diversa a settimana settimana.

Di seguito, forse non a brevissimo, giungerà anche la classifica cinefila (e forse quella della serie tv).

Intanto, Buon Anno a tutti.

Darkness on the edge of town

Il primo album del Boss l’ho ascoltato la prima volta nel 2001, grazie a queste uscite di cantautori americani che uscivano con L’espresso. Fu una vera bomba nella mia vita. Conoscevo alcuni pezzi di Springsteen, roba alla spicciolata, canzoni di cui erano imbevute pure i muri, ma non avevo mai ascoltato un suo album per intero e alle prime note di Darkness on the edge of town intuii, prima di capire, cosa volesse davvero dire essere un cantautore, essere un artista che non infila giusto un paio di canzoni buone in una scaletta, ma che pondera, decide, scarta, asciuga e alla fine rilascia ufficialmente solo quello che va dritto al punto che ha deciso di costruire.

La furia del piano e della batteria di Badlands, l’effetto che mi fece e che tuttora continua a farmi, me lo ricorderò finché campo. Quel disco era un concentrato rabbioso ma secco, un cazzotto ben assestato ma senza inutili orpelli. Quando ho ascoltato The promise ho apprezzato ancora di più Springsteen: ci vuole coraggio a lasciare fuori pezzi così belli, ma che in effetti – coi loro amoreggiamenti – poco c’entravano con la cappa di frustrazione e reazione inutile del disco ufficiale (eccezione fatta proprio per The promise, no perché lì, per lasciarla fuori, ci vuole un coraggio che sconfina quasi nell’autodanneggiamento.

La potenza di Darkness era anche e soprattutto in quella concentrazione totale, in quel pugno di canzoni di piano e chitarra e batteria, dove persino il fondamentale sax di Clemons veniva bandito quasi del tutto per avere un suono che sapesse di America interna, più che di metropoli.

Ancora oggi, alcuni dei miei pezzi irrinunciabili di Springsteen, stanno qua: dalla furia edipica di Adam raised a Cain, con quei formidabili versi che mi bruciano le sinapsi e i muscoli ogni volta che li ascolto (He was standin’ in the door, I was standin’ in the rain, / with the same hot blood burning in our veins), ma soprattutto con quell’assolo di chitarra che apre la canzone, squarciando subito l’atmosfera con un urlo elettrico e prolungato cui subito segue la voce di Springsteen che canta incazzato come poche altre volte gli ho sentito fare.

E poi c’era il verso di dolore senza parole ma ancor più eloquente che introduceva lentamente Something in the night  e crescere e crescere e accumulare per poi esplodere in quell’incrocio perfetto di piano e batteria che ancora mi fa venire la pelle d’oca.

Ed è per questo, e tanti altri motivi (non ultimo il fatto che Darkness come pochi altri album – non solo del Boss – è veramente un romanzo compatto a capitoli, song by song) che lo preferisco a Born to run. So che può sembrare un’affermazione grossa, ma pensateci un attimo: qui abbiamo dieci canzoni e tutte perfette; nell’album precedente forse ci snocciolano alcuni dei pezzoni (la title track, Tenth avenue, Jungland, Thunder road), ma l’intera scaletta non ha la stessa compatezza che si trova qua.

Poi, chiariamoci, se Darkness viene prima di Born to run, prima di loro viene The River che è uno degli album del cuore del sottoscritto, che ci sono delle canzoni che avrei volute scriverle io, per dire.

Ma insomma, la storia iniziava qui, undici anni fa. E continua che è una meraviglia, attraversata da uscite goduriose come il trentennale del disco con dvd a pioggia e i due dischi di The promise e libri vari che in questo periodo sto leggendo, che analizzano il canzoniere del poeta di Freehold e che mi stanno rifacendo fare un viaggio all’insegna della riscoperta di un mondo che ha pochi eguali e che sento mio da una decade bella grossa.

Un post solo per Silvia

FM 35.00: classificone musicale 2011

                           

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FM 35.00: note dal 2011 (seconda parte)

Un album a inizio e un ep alla fine dell’anno. Quando si dice un esordio col botto. James Blake lavora parecchio e ottiene risultati: in entrambi i dischi si avverte già una matura concezione musicale, un dubstep (di cui non posso dire di essere un gran conoscitore) ibridato con un’anima soul (il polo che più me lo fa amare). Silenzi e rapide pennellate di introspezione. Una musica di solitudine, modellata in un angolo appartato e inviata al mondo come lettera di musica liquida. La sua cover da Feist è una delle canzoni dell’anno. Aggiungo: Wilhelms Scream, To Care. Dall’EP la bellissima Fall Creek Boys Choir, in coppia con Bon Iver.

Sulla carte la concezione musicale dei Decemberists mi piace un sacco, l’idea di questo gruppo di trovatori, di cantastorie che in un album ti raccontano in diversi capitoli-canzoni di uomini e donne lontani nel tempo e nello spazio, nella più pura versione della canzone-narrativa. Non posso dirmi uno folgorato dalla loro musica, di certo preferisco gli arrangiamenti scarni di The King is Dead alla complessità di Hazard of love che però meriterebbe un ascolto più approfondito di quello che gli ho concesso qualche anno fa. Certo è difficile resistere a certe ballate così americane e antiche che potrebbero venire da un western fantasma, impossibile non salire sul carrozzone di Meloy e partire per un’avventura che peraltro (cosa che piacea questo blog) tiene conto di gente come Bob Dylan. Rox In The Box, Rise To Me, Down By The Water.

Si è presa il tempo necessario, Feist, ma il tempo le ha dato ragione. Quattro anni dopo The Reminder ritorna con un album che mette insieme soul, pop, aperture corali in un bilanciamento di toni e suoni attutiti e mai gridati. Il rischio della monotonia è aggirato da una produzione che lascia libera l’ambizione dentro il contesto che Feist ha scelto come proprio. La ballata le consente di mantenere quel tono intimo tipico dei suoi album, ma è anche la griglia in cui sperimentare che non disdegna il ritornello ben costruito o la “sinfonia” alla Sufjan Stevens. Difficile scegliere solo un paio di canzoni (anche per dare l’idea della varietà). Anti-Pioneer, Bittersweet Melodies, How Come You Never Go There.

Spruzzate jazz e soul, disco funk amalgamato in suoni liquidi e sintetici da qualche interzona degli anni 80, voce da crooner solitaria e malinconica. Kaputt dei Destroyer è un disco carico di mistero, che si muove tra ombre e confessioni sussurrate in un’atmosfera rarefatta che ti riporta con dolcezza ad altri decenni, trent’anni indietro forse, ma con la consapevolezza e l’influenza di tutto quello che c’è stato dopo. Splendido l’alternarsi delle voci (maschile e femminile) con i fiati che accarezzano la melodia in uno dei pezzi più belli dell’album, Suicide Demo For Kara Walker. Ancora Chinatown, Blue Eyes.

Ecco un altro dei capolavori dell’anno. Sarà proprio il caso di recuperare il disco d’esordio dei Real Estate. Se anche s’avvicina a questo sarà un’esperienza. Da qualche parte ho letto la dicitura “nostalgic-pop” e mi sembrava quanto mai azzeccata. Un po’ come i Destroyer, questi ragazzi del New Jersey sanno spedirti all’indietro con una serie di ballate praticamente perfette, con un canto insieme dolce e compatto, che mi ricorda un’altra band molto cara come i Midlake. Pezzi come Green Isles, Three Blocks o la più movimentata It’s Real stanno definendo questo scorcio di anno.