Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Il 2014 è un corto circuito di anniversari cinefili

L’anno in arrivo celebrerà i cinquant’anni di Per Un Pugno Di Dollari, i trent’anni di C’Era Una Volta In America e i vent’anni di Pulp Fiction. Tre dei miei film del cuore hanno il compleanno nello stesso anno… e il 2014 segnerà scadenze grosse.
Quindi, immagino, nuove edizioni deluxe extra lusso, extra di extra, da collezione in digitale.
Il mio portafoglio già trema.

33 anni per IL 33 giri della mia vita

Il 17 ottobre di 33 anni fa usciva questo gioiello qui che è uno degli album della mia vita. L’ho preceduto giusto di qualche mese. Fa onore pensare che Bruce per pubblicarlo abbia atteso il tempo necessario che il sottoscritto fosse in zona e potenzialmente dotato di orecchie per ascoltarlo… (sì sì è proprio così che è andata).

E grazie alla mia squisita Delizia da qualche anno ce l’ho pure in Vinile!

O’ Pallone: vicissitudini di un (quasi) eretico in una città ortodossa

Dieci giorni fa ero a ritirare il vestito per il matrimonio di mia cognata, era un mercoledì, e mentre facevo le ultime prove il gestore del negozio-sartoria esordisce con: “Stasera gioca il grande Napoli”, non riuscendo a trattenere il moto di gioia e orgoglio e attesa, sicuro di trovare in me un emulo preciso. Io ho sorriso, ho detto qualcosa tipo, eh sì, con una certa enfasi volta a celare il fatto che non ne sapevo assolutamente nulla.

Oggi, in fila al supermercato. Davanti a me una nonna col nipote che si attarda alla cassa per disguidi della carta di credito, per farla breve. Dietro di me un signore di mezza età, capelli bianchi scarruffati e una certa possanza di panza, mi fa, indicando col mento la signora: “Dottò, qua se non si sbrigano ci perdiamo il Napoli” – il dottò credo derivasse dal fatto che porto una barba abbastanza folta che per molte persone, specie con qualche anno in più, ti insignisce a prescindere di un titolo accademico. (Non ne parliamo se portate pure gli occhiali – e io in effetti ho 4 e 3 dottrie e mezzo, anche se non mi ricordo mai con quale distribuzione, e degli occhiali con montatura in osso nera e bella spessa).

“Con chi è che gioca, stasera?” Di nuovo il tono complice, ecumenico.

Ecco lì ho sentito proprio il gelo lungo la colonna vertebrale. Addio recita, tanti saluti al mio silenzioso aplomb, al sorriso compiacente per mascherare un’ignoranza totale. Infatti ho biascicato lì che era una partita di Champions. Visto che siamo a metà settimana…

“No, no, aspettate, giochiamo col Sassuolo”.

Vabbè ma se lo sai che me lo chiedi e mi fai fare sta figuraccia? Mi ricordo – Quelli che il calcio… di domenica scorsa che è la squadra arrivata dalla B e che in tre partita ha tipo incassato tanti di quei goal che m’era venuto il dubbio che i suoi calciatori pensassero di giocare a basket (cioè tipo che domenica ha perso con l’Inter per 7 a 0! a 0! Di cui uno era pure un’autorete – come a dire non basta lo scuorno, dobbiamo proprio sprofondare nello schifo). Ma non saprei cosa aggiungere.

Per fortuna la fila mi salva. La nonna che ci precede viene a capo della carta di credito ed esce. Io mi infilo subito, pago ed esco. Forza Napoli.

La partita, in compagnia, me la guardo pure, ma d’istinto e se sto da solo, ne faccio a meno ecco. Mi fa piacere se vince il Napoli, mi spiace se perde. Ma finisce là. (Ma essendo il solito contraddittorio poi quando la partita la seguo e la squadra perde ci rimango male e mi incazzo pure – niente che non passi entro cinque minuti eh).

Non essere tifosi, in Italia, è quasi inammissibile. Infatti le persone che incontro in momenti prepartita danno per scontato la tua adesione alla febbre a 90. A Napoli, poi, non ne parliamo. Nemmeno il mio interessamento parziale è accettabile. Sono un eretico in una città ortodossa.

Epicedio

Una delle migliori qualità di noi esseri umani è la capacità di indirizzare l’affetto e le emozioni in modo trasversale. Possiamo amare una persona come un animale ed essere felici condividendo un po’ del nostro tempo con una palla di pelo a quattro zampe che non parla e interagisce solo col linguaggio del corpo o degli occhi.

Nove anni sono tanti. Avevo ventiquattro anni quando Vincent mi fu regalato. Oggi ne ho trentatré. Questo significa che il mio gatto ha condiviso con me quasi dieci anni della mia vita, ci siamo visti ogni giorno, è stato testimone di tanti eventi, belli e brutti, silenzioso, ma sempre presente.

Gli ho dato da mangiare mattina e sera di ogni settimana e l’ho curato quando stava male. Tre volte in particolare l’abbiamo davvero strappato alle grinfie dell’oblio. L’ultima un anno e passa fa, quando – in seguito a uno scontro con un altro gatto del vicinato – un morso gli aveva infettato e gonfiato la mascella impedendogli di mangiare e bere. Per una settimana gli ho infilato in bocca le compresse e gli ho dato l’acqua e il latte e il sangue della carne bollita con una siringa e per quasi un mese gli ho medicato e disinfettato la ferita contrastando le sue baruffe da animale, in nome di una responsabilità di cui siamo investiti nel momento in cui scegliamo di crescere un animale che dipenderà da noi per molte cose.

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Bruce Springsteen (Piazza del Plebiscito, 23 maggio 2013)

Questo è solo un post di servizio. Non credo che riuscirei comunque a mettere per iscritto le emozioni di ieri sera, l’attesa, l’arrivo, ascoltare e vedere dal vivo uno degli artisti più importanti per me. Ecco, finiremmo a scrivere le solite cose trite e melense, che è meglio invece restino taciute.

La gente mi diceva sempre (o lo leggevo ovunque) che un concerto di Bruce Springsteen è un’esperienza indimenticabile. Non c’è alcun dubbio: per tre ore e passa ieri sera Piazza del Plebiscito è stata una festa rutilante, un’esplosione di energia e di rock allo stato puro. Springsteen dialoga col pubblico, scherza, lo coinvolge (letteralmente, anche sul palco), in una messa laica, un rito ancestrale e moderno che ti fa sentire parte di una famiglia (per tutto il tempo non facevo che gettare occhiate a Steve Van Zandt: la sola espressione, la sola presenza sul palco è uno spettacolo nello spettacolo).

Varie cose emozionanti: dal Boss che appare sul palco verso le sei e ci offre un’anticipazione acustica (Growing up e This hard land), forse anche per risollevarci del maltempo che ha segnato un po’ tutta la giornata, ma per fortuna senza arrivare a picchi catastrofici; il Boss che dice di essere un uomo del sud, la dedica alla terra dei nonni, Vico Equense, seguita da un’esecuzione da brivid di My Hometown; ovviamente The River, che, col palco al buio, quando ho sentito l’attacco con l’armonica quasi piangevo, poi invece al contrario di quello che temevo sono riuscito a cantarla tutta senza piangere e senza farmi bloccare da groppi in gola vari; l’immediata successione, nel finale, in una combinazione esplosiva, di Born in the USA e Born to run, con l’intera piazza che cantava, ballava e saltava…

Lasciamo perdere, che è meglio, anche perché non credo di riuscire comunque a sintetizzare a parole. Diciamo solo che è di quegli spettacoli da raccontare ai figli, di quelle esperienze che dopo puoi dire “io c’ero”. E visto che il concerto l’ho vissuto in compagnia di quella che sarà la madre dei miei figli, le emozioni vanno triplicate. Avremo di che raccontare, io e Delizia.

Vita Di Pi necessita del 3D

Per una volta che volevo davvero vedere un film in 3D capito al Warner che con mia sorpresa ce l’aveva in 2D nel pomeriggio. Ero con mio cugino quindi siamo andati lo stesso, ma mi sarei fatto ridare i soldi, ancor prima di entrare. E all’uscita dalla sala ho avuto la conferma che se c’è un film da vedere in 3D questo è Vita di Pi, e lo dice uno che non smania per il 3D. Mi verrebbe voglia di tornarlo a vedere, perché è evidente che ogni inquadratura, intere sequenze (quelle marine ad esempio) sono fatte proprio per il nuovo formato.

Uno dei film dell’anno, senza dubbio.

E in più, m’è venuta voglia di avere una tigre.

C’era una volta in America: il ritorno di una cattedrale cinefila

Qualche giorno fa ho solo accennato al turbine di emozioni scaturito in sala, al The Space Cinema. Mi son preso qualche giorno per scriverne con maggiore impegno, mettendo un po’ d’ordine alle idee.

Dal 18 al 21 ottobre presso le sale della catena The Space Cinema in tutta Italia è tornato al cinema l’ultimo film di Sergio Leone, presentato per l’occasione in una nuova veste, con più di venti minuti di scene inedite, eliminate all’ultimo dal regista. E, regalo ancor più importante per i cinefili con qualche anno sulle spalle, ritorna col suo doppiaggio originale, quello scelto e supervisionato da Leone stesso nel 1983.

A questo punto mi permetto una leggera deviazione di percorso: siamo su un sito di cinema e il dovere impone di essere oggettivi, ma mi accollo comunque la responsabilità di aprire un piccolo squarcio autobiografico per due motivi precisi. Il primo, più personale: tutti abbiamo un’opera (che sia essa un film, un libro, una sinfonia, un quadro…) che ci definisce, che ne fa, più banalmente, la nostra preferita. Quando, sedici anni fa, ho fatto il mio incontro con questa sentimentale epopea gangsteristica, a metà film avevo già capito di avere di fronte il film della vita.
E questo ci riporta al secondo aspetto: nel caso di “C’era una volta in America” si è giustificati in un’analisi del genere schermandosi proprio dietro l’assunto del film, un’epica cinefila sul Novecento americano, simbolo del rapporto tra spettatore e racconto, tra realtà e inveramento della stessa all’interno di una costruzione narrativa. La copia restaurata del vecchio doppiaggio restituisce ai numerosi fan del film il loro ricordo cinefilo, ricucendo uno strappo violento che invocava una soluzione arrivata con qualche anno di ritardo (nove per la precisione).

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Un sogno nato sedici anni fa

Ieri. The Space Cinema, Napoli.

Forse si può dare solo una cronaca fredda di un evento che attendi da anni e anni, che è un po’ l’evento cinefilo tuo personale, lo scrigno che si apre e rivela intatta la sua bellezza. Senza contare l’emozione di ritrovare un vecchio amico, nella sua forma (doppiata) originale e ammirarlo per la prima volta, al massimo della sua potenza, nel luogo per cui è nato.

C’era una volta in America è il cinema, la sala. E nella sala trova il suo più assoluto compimento.

Sulle scene aggiunte: a parte quella di Deborah/Cleopatra, niente di indispensabile. Anzi, ho la sensazione che le integrazioni risultino ridondanti o a volte del tutto inutili (l’episodio con la Fletcher). Per non parlare dell’infima qualità.

Doppiaggio: su questo blog ne abbiamo scritto fino all’esaurimento. In effetti il doppiato originale mostra in alcuni punti dei deterioramenti evidenti (nelle prime battute faticavo a riconoscere la voce di Amendola), ma sempre meglio qualche minuto un po’ così che un intero film cambiato di voce e volto!

Fatto curioso: pensavo di tramutarmi in un fiume di lacrime ininterrotto, mentre invece ci son cascato solo tre volte, e me li aspettavo tutti e tre: Noodles che sbircia nella vetrina il Fat Moe desolato con le note di Childhood memories che partono, la morte di Dominic (Noodles sono… ‘nciampato) e il sorriso finale. Durante LA scena, invece (alias Deborah e Noodles al ristorante) sono rimasto abbastanza quieto, anche se avevo tutti gli organi in subbuglio emozionale, oltre che cuore e cervello.

Accanto a me, per tutte e quattro le ore (e passa), la mia squisita Delizia, che ha confermato l’esperienza cinefila imperdibile, e che è ormai il tassello importante di tanti appuntamenti cardine della mia vita.

«Oh quanto è corto il dire e come fioco/ al mio concetto!»

All’ultimo anno di liceo non facevamo che ripetere questa presa in giro, che il Dante del Paradiso fosse un poeta sotto acido, l’unico strumento lisergico capace di generare quelle immagini e sonorità così impalpabili; mentre altre droghe avevano dato sostanza alle visioni dei due altri regni dell’oltretomba.

In realtà era un modo per girarci intorno, per sminuire la complessità di quel testo così difficile da comprendere. In questi mesi, forse perché avevo alle spalle più di un anno di frequentazione col sommo poeta, ho fatto meno fatica di quanto ricordassi dai banchi del Liceo “Copernico”.

La poesia del Paradiso è più ardua perché più schiettamente filosofica e ragionativa, quando non più visiva e sonora. Mancano le figure tragiche dell’Inferno, a parlare è soprattutto la mente in uno straordinario sforzo di competizione con ciò che è – per concetto – al di fuori di quella mente, in un alto volo capace di ricongiungerla col suo fattore.

E dunque, se pure Dante dice a l’alta fantasia qui mancò possa, se questa è la cantica dell’indicibile e del sovrumano, non vedo perché dovrei io qui scervellarmi per riuscire a scrivere qualche riga sensata (e che suoni nuova) sull’esperimento più ardito che una mente poetica potesse partorire. Un esperimento, tra l’altro, riuscito a pieni voti.

Quindi, mi fermo subito e lascio tutto al silenzio. Il resto è silenzio, si diceva in un’opera che gareggia con questa per quantitativi d’inchiostro fatti imprimere su carta. Mi piace di più, qui, parlare di cose più futili, di coincidenze, di date. E già, perché, fatto curioso, avevo terminato la lettura dell’Inferno proprio nei giorni d’agosto dell’anno scorso, quasi negli stessi in cui ho terminato il Paradiso e la Commedia tutta, dunque. Non nascondo un granello d’orgoglio. Erano anni che volevo leggere la Commedia dal primo all’ultimo verso, tutta insieme, se non proprio di filato, e ci sono riuscito.

E basta anche con queste menate autocelebrative. Piuttosto la questione ora è: dove puntiamo adesso? Dopo aver attraversato l’opera più grandiosa che sia mai stata scritta in italiano, dopo esserci sentiti dei lillipuziandi di fronte al genio della creazione dantesca, dove possiamo approdare? Fermo rimanendo che ritroveremo il nostro Dante più in là, perché certo l’idea di leggere la Vita Nova e le Rime, mica m’è svanita. Ma ora è tempo di spostarci. Il primo nome che mi veniva in mente era Petrarca. Un salto banalmente cronologico, ma sarebbe anche giusto e mi permetterebbe di chiudere coi capolavori del Medioevo (avendo già letto il Decameron durante gli studi universitari). Ma come la mettiamo con l’altro desiderio letterario che mi gravita in testa da anni? Perché assolto, con inenarrabile piacere, il compito prefissato con Dante, non faccio che pensare a quanto sarebbe gioioso lanciarsi tra le ottave di Ariosto e brindare coi suoi cavalieri, le sue donne e le armi e gli amori. Anche qui, di nuovo, chiudendo un po’ un cerchio, visto che l’opera tassiana l’abbiamo già passata al vaglio. E dunque Orlando o Francesco?

Mi prendo qualche giorno per decidere.

Darkness on the edge of town

Il primo album del Boss l’ho ascoltato la prima volta nel 2001, grazie a queste uscite di cantautori americani che uscivano con L’espresso. Fu una vera bomba nella mia vita. Conoscevo alcuni pezzi di Springsteen, roba alla spicciolata, canzoni di cui erano imbevute pure i muri, ma non avevo mai ascoltato un suo album per intero e alle prime note di Darkness on the edge of town intuii, prima di capire, cosa volesse davvero dire essere un cantautore, essere un artista che non infila giusto un paio di canzoni buone in una scaletta, ma che pondera, decide, scarta, asciuga e alla fine rilascia ufficialmente solo quello che va dritto al punto che ha deciso di costruire.

La furia del piano e della batteria di Badlands, l’effetto che mi fece e che tuttora continua a farmi, me lo ricorderò finché campo. Quel disco era un concentrato rabbioso ma secco, un cazzotto ben assestato ma senza inutili orpelli. Quando ho ascoltato The promise ho apprezzato ancora di più Springsteen: ci vuole coraggio a lasciare fuori pezzi così belli, ma che in effetti – coi loro amoreggiamenti – poco c’entravano con la cappa di frustrazione e reazione inutile del disco ufficiale (eccezione fatta proprio per The promise, no perché lì, per lasciarla fuori, ci vuole un coraggio che sconfina quasi nell’autodanneggiamento.

La potenza di Darkness era anche e soprattutto in quella concentrazione totale, in quel pugno di canzoni di piano e chitarra e batteria, dove persino il fondamentale sax di Clemons veniva bandito quasi del tutto per avere un suono che sapesse di America interna, più che di metropoli.

Ancora oggi, alcuni dei miei pezzi irrinunciabili di Springsteen, stanno qua: dalla furia edipica di Adam raised a Cain, con quei formidabili versi che mi bruciano le sinapsi e i muscoli ogni volta che li ascolto (He was standin’ in the door, I was standin’ in the rain, / with the same hot blood burning in our veins), ma soprattutto con quell’assolo di chitarra che apre la canzone, squarciando subito l’atmosfera con un urlo elettrico e prolungato cui subito segue la voce di Springsteen che canta incazzato come poche altre volte gli ho sentito fare.

E poi c’era il verso di dolore senza parole ma ancor più eloquente che introduceva lentamente Something in the night  e crescere e crescere e accumulare per poi esplodere in quell’incrocio perfetto di piano e batteria che ancora mi fa venire la pelle d’oca.

Ed è per questo, e tanti altri motivi (non ultimo il fatto che Darkness come pochi altri album – non solo del Boss – è veramente un romanzo compatto a capitoli, song by song) che lo preferisco a Born to run. So che può sembrare un’affermazione grossa, ma pensateci un attimo: qui abbiamo dieci canzoni e tutte perfette; nell’album precedente forse ci snocciolano alcuni dei pezzoni (la title track, Tenth avenue, Jungland, Thunder road), ma l’intera scaletta non ha la stessa compatezza che si trova qua.

Poi, chiariamoci, se Darkness viene prima di Born to run, prima di loro viene The River che è uno degli album del cuore del sottoscritto, che ci sono delle canzoni che avrei volute scriverle io, per dire.

Ma insomma, la storia iniziava qui, undici anni fa. E continua che è una meraviglia, attraversata da uscite goduriose come il trentennale del disco con dvd a pioggia e i due dischi di The promise e libri vari che in questo periodo sto leggendo, che analizzano il canzoniere del poeta di Freehold e che mi stanno rifacendo fare un viaggio all’insegna della riscoperta di un mondo che ha pochi eguali e che sento mio da una decade bella grossa.