Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Lars And The Real Girl (Craig Gillespie, 2007)

– Do you wanna take a walk?
– Yes.

Due strambi, due sfigati, lui pure un po’ tocco, ma ti riempiono gli occhi e il cuore di miele caldo. Ogni volta che sono insieme nell’inquadratura Ryan Gosling & Kelli Garner raggiungono vette di cuteness di livelli sinora sconosciuti.

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Jiro e l’arte del sushi (Jiro. Dreams Of Sushi, 2012, David Gelb

Non esiste, in traduzione, un termine adatto per shokunin; è possibile forse darne una definizione: un artigiano totalmente votato al proprio lavoro tanto da realizzare un prodotto che trascende il suo stesso lavoro per ambire alle vette dell’arte. Il sushi di Jiro è espressione di una filosofia di vita che è tutt’uno con l’etica del lavoro e dell’onore tipicamente giapponese. L’atteggiamento è quello di un monaco, il lavoro è per lui vocazione e totale dedizione. La semplicità del sushi (riso e pesce) è incarnata dalla semplicità dell’artigianato di Jiro, un’arte del fare incarnata ogni giorno da una tecnica manuale che insegue la perfezione del gesto come la pratica delle arti marziali. Migliorare il tuo lavoro significa migliorare te stesso in uno sforzo continuo con le tue abilità: il lavoro è la tua vita, tu sei il tuo lavoro. Gli apprendisti impiegano dieci anni ad imparare, il polpo va massaggiato per quaranta minuti, la realizzazione di un’omelette alla griglia raggiunge la perfezione solo dopo quattro mesi di tentativi e quando l’apprendista riceva l’assenso del maestro è commosso fino al pianto. L’abnegazione è il mantra di questi uomini, la dedizione totale nel rispetto di una tradizione anche scomoda ma da perseguire con silenzioso impegno: il figlio cinquantenne che la lunga vita del padre relega ancora a secondo, quando anche erediterà il ristorante sa già che dovrà, se ci riesce, diventare due volte più bravo di Jiro perché venga riconosciuto suo pari dai clienti. Ma è la tradizione a prevalere sulla competizione, accompagnata dal rispetto per le gerarchie e le regole sociali e soprattutto dal rispetto per il lavoro che si eredita.

David Gelb, innamorato del suo protagonista e del suo ristorante trasferisce nelle immagini, nel montaggio semplice , gli dedica un documentario improntato sulla stessa semplicità, ascolta le parole (poche) di Jiro e quelle più generose dei suoi collaboratori e figli. Un film speciale, frutto di numerosi incontri e centinaia di ore di girato, ridotte con un’ammirevole essenzialità a ottanta minuti.

pubblicato su LoudVision

C’era una volta in America: il ritorno di una cattedrale cinefila

Qualche giorno fa ho solo accennato al turbine di emozioni scaturito in sala, al The Space Cinema. Mi son preso qualche giorno per scriverne con maggiore impegno, mettendo un po’ d’ordine alle idee.

Dal 18 al 21 ottobre presso le sale della catena The Space Cinema in tutta Italia è tornato al cinema l’ultimo film di Sergio Leone, presentato per l’occasione in una nuova veste, con più di venti minuti di scene inedite, eliminate all’ultimo dal regista. E, regalo ancor più importante per i cinefili con qualche anno sulle spalle, ritorna col suo doppiaggio originale, quello scelto e supervisionato da Leone stesso nel 1983.

A questo punto mi permetto una leggera deviazione di percorso: siamo su un sito di cinema e il dovere impone di essere oggettivi, ma mi accollo comunque la responsabilità di aprire un piccolo squarcio autobiografico per due motivi precisi. Il primo, più personale: tutti abbiamo un’opera (che sia essa un film, un libro, una sinfonia, un quadro…) che ci definisce, che ne fa, più banalmente, la nostra preferita. Quando, sedici anni fa, ho fatto il mio incontro con questa sentimentale epopea gangsteristica, a metà film avevo già capito di avere di fronte il film della vita.
E questo ci riporta al secondo aspetto: nel caso di “C’era una volta in America” si è giustificati in un’analisi del genere schermandosi proprio dietro l’assunto del film, un’epica cinefila sul Novecento americano, simbolo del rapporto tra spettatore e racconto, tra realtà e inveramento della stessa all’interno di una costruzione narrativa. La copia restaurata del vecchio doppiaggio restituisce ai numerosi fan del film il loro ricordo cinefilo, ricucendo uno strappo violento che invocava una soluzione arrivata con qualche anno di ritardo (nove per la precisione).

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Whip It, Drew Barrymore, 2009

Whip It!“, come tanti altri titoli americani e non, ha avuto una storia distributiva abbastanza incasinata nel nostro Paese. Qualcuno potrebbe dire, non a torto, che almeno è uscito nel nostro Paese, una sorte che tante altre opere meritevoli non hanno avuto negli ultimi anni. Girato nel 2008, uscito negli USA l’anno successivo, da noi è spuntato fuori soltanto nel dicembre 2010, e direttamente in dvd.

I motivi li ignoriamo, vista anche la spendibilità commerciale del film. Esordio alla regia di Drew Barrymore, tratto dal libro semi-autobiografico della pattinatrice Shauna Cross, con una adorabile protagonista, “Whip It!” mescola tutti gli elementi del film sportivo con il punto di vista dell’adolescente che sogna di fuggire dal dolente e noioso borgo natio grazie al Roller Derby. Niente fuori dagli schemi, un andamento narrativo che tocca tutte del tappe tipiche del genere, ma che sa anche come smarcarsi dall’effetto dejà-vu con una serie di trovate interessanti.

La prima è ovviamente Ellen Page che sfreccia tra le vichinghe pattinatrici sfruttando il suo corpicino da eterna adolescente, si innamora di un giovane componente di una band ed entra subito a far parte del cameratismo di squadra delle sue nuove compagne. Ossia uno dei tanti stereotipi saltati dalla regista: niente sequenze di vetusto nonnismo, semmai una sfida lanciata con l’acerrima nemica della squadra avversaria (un’agguerritissima Juliette Lewis).

L’entusiasmo di “Whip It!” è quello della sua protagonista, un’iniezione di ottimismo adolescenziale sparata in ogni fotogramma e caricato al massimo nelle splendide sequenze delle gare, con la macchina da presa del direttore della fotografia Robert Yeoman che insegue le nostre sportive, si insinua tra le loro gambe, i loro corpi, a velocità folle. Una sorta di intrusione testosteronica, ma senza il risvolto insopportabile del machismo né del delirio visivo di certi registi action hollywoodiani (Michael Bay, sei stato nominato!). Sul film domina la visione femminile (ma senza il fastidio femminista) e non solo per il cast composto quasi interamente di donne. Il contrasto della protagonista è con la madre (un’intensa Marcia Gay Harden), che le vorrebbe inculcare la sua visione della vita da perfetta donna anni 50, e e non col padre più accondiscendente.

E sebbene, alla fine, “Whip It!” dia ciò che tutti ci aspettiamo, la Barrymore non scade mai nel cliché perché durante il film è riuscita a indagare le personalità dei personaggi, facendoli interagire tra loro con contrasti e ravvicinamenti sinceri e realistici, attraverso un tratto leggero che sa trovare l’affondo drammatico quando necessario. Il tratto più evidente della neoregista è la non facile capacità di ascoltare i propri protagonisti, riuscendo a esporre le motivazioni di ognuno, senza che l’happy end ne azzeri le personalità da cui è nato il contrasto.

pubblicato su Loudvision

Terra Nova: al terzo episodio già rischia di averci fatto due palle così


Now, eventually you do plan to have dinosaurs on your dinosaur tour, right?

Ian Malcolm, Jurassic Park (1993)

Se c’è una cosa che mi pare abbastanza ovvio è che se uno si mette a guardare Terra Nova lo guarda principalmente per vedere i dinosauri che fanno cose da dinosauri. Se invece al terzo episodio ci continuano a prendere per il naso, a mostrarci questa famigliola nel mondo parallelo 85 milioni di anni fa… allora noi ci arrabbiamo. Che ce ne frega delle cotte adolescenziali della figlia? Cosa ce ne importa del ribellismo del giovane Shannon? (Poi qualcuno mi spiegherà quest’ossessione degli americani per i conflitti adolescente/genitore). O dell’ex tipo della signora Shannon e della gelosia del signor Shannon.

Che poi questo non sarebbe un problema assoluto se non fosse che la nostra brava famigliola nel recinto di Terra Nova ha la stessa consistenza narrativa di quelli di Tutto in famiglia, senza le risate (neanche quelle registrate). Una paraculata di proporzioni epiche.

Ora, io ho iniziato a vedere Terra Nova per i dinosauri. Da piccino volevo fare il paleontologo (eh sì) e quindi il motivo principale per seguire questo nuovo serial era ammirare i bestioni che sfasciano tutto, che si magnano le persone, che depongono uova, volano, corrono, inseguono, tutto il cartellone, insomma. Invece mi tocca sorbirmi i dolori e gli screzi di questi umani annegati in un tripudio di dialoghi scemi. Si prefigura – in peggio, molto in peggio – la stessa annosa questione di The walking dead, coi sauropodi al posto degli zombi.

Il problema è che quando pure appaiono i bestioni (o le bestioline) non si vede una benemerita mazza. E quando li vedi in tutto il loro fulgore ti penti di averli visti, a causa di una CGA e di fondali che fanno concorrenza alla ormai famigerata scena della barca di Ringer (altro serial che fra un po’ mollo). Dico, io milioni di dollari (centinaia) e vengono fuori queste raffigurazioni da documentario paleontologico? Hell, no!

C'era una volta un doppiaggio e ci sarà di nuovo

[da Libero di ieri]

Ci ho speso su una tesi. Mi sono fatto il sangue amaro per anni, dal 2003, anno dell’uscita in dvd di C’era una volta in America. E ora finalmente si chiude un cerchio che francamente non speravo potesse mai chiudersi. Ebbene dopo quasi dieci anni, tornerà finalmente in dvd C’era una volta in America, nella versione doppiata originale, voluta da Leone. Chi segue un po’ questo blog (ma anche chi non lo segue, basta dare un’occhiata al titolo e al nick) sa come la penso – a costo di sembrare stucchevole e banale, ma insomma è così: C’era una volta in America è il film della mia vita. Lo amo come nessun’altra opera e lo amo nel suo doppiaggio originale, quello del 1984 con Ferruccio Amendola, Sergio Fantoni, Rita Savagnone, Leo Gullotta, Massimo e Riccardo Rossi, Giorgia Lepore, Gigi Reder, Gianni De Ambrosis, Maria Pia Di Meo, Carlo Giuffré… Queste voci fanno parte del mio scrigno di ricordi cinefili e non ci rinuncerei per niente al mondo.

I motivi tecnico poetici, le questioni filologiche, storiche, linguistiche, che attestano a mio parere l’oggettiva intoccabilità del doppiaggio originario, li ho espressi e difesi in una tesi e in vari articoli su alcune riviste per cui ho collaborato in passato. Non che sperassi di muovere chissà cosa. Era solo uno sfogo oggettivo di una passione molto soggettiva. Ma questo è il Noodles Journal, il mio cantuccio, il mio cesso con l’abbaino in cui mi rintano per starmene tranquillo e qui dunque lascio tutto lo spazio al cuore e al sentimento personale.

L’unica cosa che mi convince poco di questa operazione è quella di voler integrare nella nuova versione le sequenze tagliate da Leone per questioni di tempo, prima insomma che arrivasse al minutaggio definitivo – e approvato dal regista – di 218 minuti. Preferirei che quelle sequenze – peraltro mai doppiate e che si inserirebbero nel film evidentemente come materiale non fluido – finissero nella sezione extra o che almeno si desse la possibilità di guardare il film in due versioni e due dischi: sull’uno quella definitiva per le sale, quella presentata a Cannes (218 minuti) e sull’altro quella col materiale integrato. Mi seccherebbe dover avere tra le mani ancora una volta un’opera spuria, anche se per motivi diversi*.

*edit: mi hanno scritto da AVMagazine e molto gentilmente mi hanno fatto notare che esiste il cosiddetto seamless branching che risolverebbe la questione in quanto permette in automatico di tagliare (senza che nessuno se ne accorga) le scene integrate nel film senza mortificare il lavoro di chi ha recuperato e rimontato il film dato che non comporterebbe alcun vantaggio o limitazione a chi vuole gustarsi la versione originaria. Good for us.

Addio, Raimondo

Ironico, affabile, garbato. Se ne va lo stesso giorno in cui se ne andò Totò, anni fa. Mi piace pensare che ora se la stiano ridendo insieme con Tognazzi, dandosi pacche sulle spalle.

Ma che diavolo è successo a questo Paese? Mi rendo conto che l’uscita è un po’ eccessiva, troppa retorica per un affaruccio in fondo da poco, però son queste piccole cose che registrano l’imperante scissione di un’Italia ormai sempre più diventata tutt’uno con la tv. Né questo mi sorprenderebbe più di tanto. Ma quando ho visto i musicisti gettare gli spartiti e il pubblico in sala fischiare sonoramente gli esclusi (e a ragione!) mi chiedo: ma allora chi cazzo è che vota??? Un’altra Italia? Perché non credo che in sala ci fossero tutti spettatori simili, o devo pensare che gli spettatori di Sanremo, in sala, non siano gli stessi che telefonano da casa? Cosa assai probabile in effetti: Scanu che sembrava che ce lo fossimo tolto subito dalle balle rientra e vince pure! Coi voti di quelle povere decerebrate i cui (pochi) neuroni sono ormai quotidianamente vampirizzati dalla Maria De Filippi s.r.c. (società a responsabilità catastrofica). Né questo mi stupirebbe più di tanto. Sanremo è ormai fenomeno tutto televisivo, di musica ce n’è rimasta davvero poca e quand’anche ci sono canzoni interessanti (perché secondo me negli ultimi anni, 2010 compreso, c’erano sempre un pugno di melodie più che buone) a vincere son sempre quelli che, con il valore musicale strictu sensu, hanno poco a che fare. O vinci perché sei il belloccio di Maria (Scanu, e prima di lui Carta – ma fosse un complotto tutto sardo? – e attenzione che vinca poi sempre il pupillo di maria più belloccio e meno dotato, non sia mai che venga premiata Karima che invece la voce ce l’ha, e fa pure belle canzoni – di sicuro relativamente parlando); oppure vai in finale/vinci perché hai scatenato il casino (Pupo e co., e l’altro anno Povia). Perché ormai qua in Italia ci piace proprio il polverone. Non ce ne frega un cazzo della musica: vogliamo il sangue, le grida, le mazzate. Moderni romani all’anfiteatro. Ci hanno tolto leoni e tigri che so protette, i gladiatori manco a parlarne al massimo di non essere leghista… e allora ci resta solo di sparare cazzate in totale disaccordo con il più evidente senso dell’estetica.
E poi questo cazzo di Emanuele Filiberto: ci dev’essere un modo per levarcelo dai coglioni. È da quando è tornato che cerca di essere ovunque, di presenziare, di farsi accettare. E più presenzia più si rende insopportabile. Prima la politica e poi la politica non va e allora mi metto a ballare e poi finito il ballo sai che ti faccio? annuncio che canterò con Pupo, ma prima di salire sul Palco di Sanremo, ma sì, affianco Pupo nella conduzione di un programma, faccio l’orpello inutile ma almeno la gente mi vede, mi continua a tenere davanti alle palle degli occhi… non si può fare, dico io, un emendamento straordinario, una modifica alla costituzione che impedisca agli eredi di casa Savoia di fare le zoccole in tv? Dai Silvio dopo tante leggi ad personam faccene una ad principem! Levacelo di torno!
Però quel pubblico che fischia sonoramente, unito agli orchestrali che fanno pallottole degli spartiti per poi gettarli sul palco… mi ha commosso. Eh si che è ho visto tutto oggi, da youtube. Anche in differita, la cosa è stata trionfante. O meglio, non so se gioire o sentirmi ancora più depresso. Finché ero solo io da casa a restare basito mi dicevo vabbè dai è Sanremo, il trionfo del populismo… non si può pretendere diversamente, magari so io che faccio troppo lo snob, il programma va inquadrato nella sua fascia culturale ecc. ecc. Ma vedere il pubblico in sala e gli orchestrali ribellarsi con un moto così spontaneo, con una rivoluzione che sa proprio di “e mo c’avete rotto il cazzo seriamente!” è stato come sentire un’ondata di calore nel cuore. Ti dici, ma allora non è tutto perduto, ma cavolo questo Paese ha ancora una coscienza. Minima, ma ce l’ha. C’è ancora chi si schifa di fronte all’ignoranza, non siamo del tutto affondati.
Resta la soddisfazione che questo Festival, forse eh, sarà ricordato come “il pacco”. La vittoria che non è vittoria. Il trionfo che è solo sulla carta (che l’altr’anno fosse un presagio?), ma a cui non crede nessuno. Se non altro il tempo ha sempre costruito tombe su queste vittorie scrause. Se scorriamo un po’ i vincitori dei Sanremo passati… vi sfido a canticchiare qualcuno dei motivi

Zack and Miri make a porno (Kevin Smith, 2008)


Se il pensiero che questo film non abbia avuto una distribuzione italiana ci rattrista, dall’altro consideriamo il vantaggio: l’averlo recuperato direttamente in originale e l’esserselo guardato spernacchiando la distribuzione bigotta italiana. Che poi bigotta di cosa? Okay il linguaggio colorito, specie nella prima parte, è puro Kevin Smith (e in certe sequenze fa sbudellare dal ridere), eppure incanalato nella storia talmente bene che anche l’evoluzione romantica e il finale scontato che ad altri potrebbe far storcere il naso io li ho trovati bellissimi. È un When Harry met Sally in salsa Smith, con più dialoghi su pussies e cocks. E sottolineo, dialoghi, perché ovviamente di porno effettivo, come di nudi, ce n’è poco e quando pure c’è non ha nulla di pruriginoso: la scena più bella del film è una sequenza d’amore. Sì avete letto bene, d’amore. Zack and Miri è una delle più riuscite commedie dell’anno scorso, tenera e realistica quando non te l’aspetteresti, con due protagonisti che più pucci non si può con le loro disavventure finanziarie e i dialoghi e la condivisione della quotidianità e i sentimenti che tacciono per paura che l’amicizia di anni vada in fumo. Motivo per cui ho empatizzato molto il film: capirai son stato per anni l’amico innamorato dell’amica (e m’è andata meno bene che a Zack… o, forse, dai, dovrei dire bene in modo diverso – che purtroppo quel diverso non prevede il cock e la pussy… si ma insomma stavamo parlando di cinema qua che cazzo!). Secondo, gli attori. A parte qualche faccia nota del mondo smithiano, Rogen e la Banks. Rogen che è il geniaccio della nuova commedia americana, che ha quel fisico da orso eppure non è affatto ingabbiato in ruoli stereotipati. E la Banks. Ricordo ancora la mia invidia verde per JD quando non solo se la spassava con lei, ma ci faceva pure un figlio! E poi che fa? La lascia per Elliot? Ok, capisco, i fan aspettavano, era impostato su quello e per dire a me Elliot piace assai, ma vuoi mettere Elizabeth Banks??? Io ci farei un figlio subito! O anche un porno, per dire. (Ma va?). Mi secca confermare che abbia delle preferenze sulle donne, un modello e via dicendo ma in effetti le bionde naziste, un po’ altere ed eleganti mi smontano il cervello.
In più ho scoperto una cosa che mi ha lasciato di stucco: sapete qual è il vero nome di Elizabeth Banks? È Elizabeth Mitchell. No seriamente, la cosa mi inquieta.

Masters of Horror: Family, John Landis, 2006


Non sono proprio quello che si dice un amante dell’horror, essendo un cacasotto, ma la serie dei Masters of horror un po’ l’ho seguita, stimolato dai consigli dei post di kekkoz. Ne ho visti di eccezonali (Cigarettes burns), di interessanti (Jenifer, Deer woman, Homecoming – eccellente se non fosse per qualche pistolotto politico posticcio), mezze ciofeche (Pelts, Pick me up), ma Family mi sembra il più grande di tutti. Più che a un horror in senso stretto somiglia soprattutto a una commedia nerissima: è una riflessione acuta e intelligente sulla famiglia da un lato, e sulle fabbricazioni della mente e delle prospettive dall’altro. A farla da padrone è il controcampo, in cui si alternano le doppie letture della realtà (al punto di vista del “mostro”, segue poi quello oggettivo). Hitchcock è citato direttamente (Psycho), ma anche distillato attraverso un umorismo “british”, tanto più violento quanto più innocuo all’apparenza. Landis ritrova la mano felice del Lupo mannaro americano a Londra, spingendo continuamente sull’ambiguità della messa in scena, con un twist finale – per me – inaspettato e geniale, un ribaltamento di ruoli e prospettive che traduce narrativamente il processo stilistico visivo (il campo/controcampo oscillante tra punto di vista immerso e oggettivo).