Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Per qualche dollaro in più – torna in sala

10463885_682976481740040_4790297066637165655_nIl terzo capitolo della trilogia è quello più compiuto e compatto, ma questo resterà sempre quello cui sono più affezionato. Anticipa temi, simboli e oggetti di C’era una volta in America (l’ossessione del Tempo e i suoi simboli, due personaggi legati da orologi da taschino e dallo stesso tema musicale, la droga insieme come anestetico e viatico del ricordo e del rimosso – e del cinema – un personaggio fuori dal Tempo, la ricerca di una risoluzione col passato), ma la verità è che le gesta del Monco e Mortimer stavano sugli allori anche prima che avessi occasione di vedere l’ultimo film di Leone. Poco prima di mettermi a scrivere queste due righe, pensando a quale scena piazzare qui sopra, sono andato nel panico.

È la seconda volta che me lo pappo in sala (la prima a Venezia qualche anno fa) ma l’emozione è sempre la stessa. Ai titoli di testa già avevo la pelle d’oca, al momento del saluto finale tra i due protagonisti per poco non mi pigliava fuoco la testa. E che dire del dialogo tra Eastwood e Van Cleef dopo il “duello ai cappelli”? O la parabola raccontata dall’Indio in una chiesa sconsacrata di fronte a dodici scagnozzi? Ma se si togliesse anche solo il breve inserto comico di Profeta il film risulterebbe monco (ahah) – anche perché poi dietro quella chiacchieratina tra fumo e scossoni c’è l’esplicita enunciazione del rapporto tra Frontiera ed epoca moderna, secondo Leone. Vogliamo forse parlare delle classiche spacconate dei pistoleri? A cominciare da Mortimer che ferma un treno solo per scendere e quando gli viene chiesto spiegazione dal capotreno gli basta mostrare semplicemente la pistola… E poi il vendicatore buono che veste tutto di nero, cavallo compreso. In sala ogni tanto stringevo (o stritolavo) la mano di Silvia per dirle questa scena è una delle più belle, questo è un pezzone… solo che mi son reso conto che lo facevo ogni cinque minuti e allora ho smesso onde rischiare di fratturarle qualche falange. Allo stesso modo, mi son trattenuto dal mormorare le battute insieme ai personaggi (su Per qualche dollaro in più mi faccio schifo da solo: potrei citare il film quasi dall’inizio alla fine, inquadrature comprese), giusto qualcuna m’è sfuggita mio malgrado perché proprio il tasso epico o cazzuto, in sala, lo richiedeva proprio a gran voce. Per qualche dollaro in più, come spesso nel cinema di Leone, è un concentrato di scene che sembrano fatte apposta per essere citate. D’altronde i dialoghi di Vincenzoni sembrano fatti apposta per essere citati, in qualsiasi momento.

L’ho già detto per il primo film ma qui merita anche di più: se nell’immagine il restauro ha fatto miracoli pur mantenendo un po’ di granulosità (che forse però è anche giusta, non lo voglio un Per Qualche Dollaro In Più troppo perfettino e allisciato) la musica è portentosa. Le note di Morricone già ti mettono il groppo in gola quando le senti in tv (o su cd), ma con l’impianto della sala e in versione restaurata ti arriva direttamente al cuore (al cuore, Indio, al cuore).

Da bambino, a un carnevale, mi sono vestito come il Monco, con tanto di poncho fatto a mano. Avevo pure il Winchester formato ridotto-giocattolo, ma fatto comunque di legno e ferro pesante. E gli speroni e gli stivali.

In sala eravamo quattro in tutto. Dietro di noi un’altra coppia, disposta a chiasmo. Quasi degli alter ego: lui nerd cinefilo pazzo per Leone, lei alla sua prima visione del film (come Silvia). Lui brutto, lei bella.

Anche se a confronto di quello dietro io ero Clint Eastwood.

Per un pugno di dollari, in sala

– Qui sarete come a casa vostra…
– Spero proprio di no. A casa mia stavo malissimo.

Ci son voluti un paio di decenni ma alla fine son riuscito a vederlo in sala, l’origine di tutto, il fulmine cinefilo che, all’età di 7/8 anni, mi rivelò – insieme – il West e il suo mito, il western, Sergio Leone e il cinema, le freddure ad effetto che ancora oggi mi ripeto nella testa come un mantra, specie quando hanno un tono proverbiale (“Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, quello con la pistola è un uomo morto”) Clint Eastwood che parlava poco ma se ne andava in giro con una faccia che incuteva timore in qualsiasi avversario. Ci ho messo un po’ di anni (e un bel mucchio di libri, visioni e revisioni) per capire il motivo del mio amore incondizionato per il western di Leone, che poi è il motivo per cui quasi tutto lo amano: quell’idea di cinema come altissima realizzazione ludica, un modo per sognare l’America (e i suoi miti) con la scatola cinese più mitologica che ci sia. Perché, in fondo, tutti vogliamo tornare sempre, anche se a livelli diversi, a giocare a indiani e cowboy.
A questa prima visione in sala, c’era anche Silvia, e mi sentivo insieme responsabile e parecchio invidioso: lei lo ha visto per la prima volta, e in sala, subendo e godendosi dunque l’effetto originario che avrà fatto agli spettatori negli anni Sessanta. Un’esperienza che per forza di cose non può riguardare me che l’ho conosciuto in Tv e l’ho ri-conosciuto consumando vhs e dvd.
Straordinario il restauro, specialmente per il comparto sonoro: la musica torna di nuovo co-protagonista e gli spari risuonano come cannonate.

Oscar 2014

“Thank you to my sources of inspiration: Federico Fellini, Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona”

Ovviamente non ha vinto quasi nessuno di quelli per cui tifavo (però un paio li ho azzeccati: Blanchett, Sorrentino, i premi tecnici di Gravity…). Così va l’Oscar.

Qui quelli che sarebbero stati i miei vincitori ideali: http://www.loudvision.it/rubriche-oscar-2014-i-nostri-vincitori–1718.html

Qui i vincitori effettivi: http://www.loudvision.it/cinema-news-oscar-2014-tutti-i-vincitori-miglior-film-12-anni-schiavo–4507.html

Il 2014 è un corto circuito di anniversari cinefili

L’anno in arrivo celebrerà i cinquant’anni di Per Un Pugno Di Dollari, i trent’anni di C’Era Una Volta In America e i vent’anni di Pulp Fiction. Tre dei miei film del cuore hanno il compleanno nello stesso anno… e il 2014 segnerà scadenze grosse.
Quindi, immagino, nuove edizioni deluxe extra lusso, extra di extra, da collezione in digitale.
Il mio portafoglio già trema.

33 anni per IL 33 giri della mia vita

Il 17 ottobre di 33 anni fa usciva questo gioiello qui che è uno degli album della mia vita. L’ho preceduto giusto di qualche mese. Fa onore pensare che Bruce per pubblicarlo abbia atteso il tempo necessario che il sottoscritto fosse in zona e potenzialmente dotato di orecchie per ascoltarlo… (sì sì è proprio così che è andata).

E grazie alla mia squisita Delizia da qualche anno ce l’ho pure in Vinile!

C’era una volta in America: il ritorno di una cattedrale cinefila

Qualche giorno fa ho solo accennato al turbine di emozioni scaturito in sala, al The Space Cinema. Mi son preso qualche giorno per scriverne con maggiore impegno, mettendo un po’ d’ordine alle idee.

Dal 18 al 21 ottobre presso le sale della catena The Space Cinema in tutta Italia è tornato al cinema l’ultimo film di Sergio Leone, presentato per l’occasione in una nuova veste, con più di venti minuti di scene inedite, eliminate all’ultimo dal regista. E, regalo ancor più importante per i cinefili con qualche anno sulle spalle, ritorna col suo doppiaggio originale, quello scelto e supervisionato da Leone stesso nel 1983.

A questo punto mi permetto una leggera deviazione di percorso: siamo su un sito di cinema e il dovere impone di essere oggettivi, ma mi accollo comunque la responsabilità di aprire un piccolo squarcio autobiografico per due motivi precisi. Il primo, più personale: tutti abbiamo un’opera (che sia essa un film, un libro, una sinfonia, un quadro…) che ci definisce, che ne fa, più banalmente, la nostra preferita. Quando, sedici anni fa, ho fatto il mio incontro con questa sentimentale epopea gangsteristica, a metà film avevo già capito di avere di fronte il film della vita.
E questo ci riporta al secondo aspetto: nel caso di “C’era una volta in America” si è giustificati in un’analisi del genere schermandosi proprio dietro l’assunto del film, un’epica cinefila sul Novecento americano, simbolo del rapporto tra spettatore e racconto, tra realtà e inveramento della stessa all’interno di una costruzione narrativa. La copia restaurata del vecchio doppiaggio restituisce ai numerosi fan del film il loro ricordo cinefilo, ricucendo uno strappo violento che invocava una soluzione arrivata con qualche anno di ritardo (nove per la precisione).

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Un sogno nato sedici anni fa

Ieri. The Space Cinema, Napoli.

Forse si può dare solo una cronaca fredda di un evento che attendi da anni e anni, che è un po’ l’evento cinefilo tuo personale, lo scrigno che si apre e rivela intatta la sua bellezza. Senza contare l’emozione di ritrovare un vecchio amico, nella sua forma (doppiata) originale e ammirarlo per la prima volta, al massimo della sua potenza, nel luogo per cui è nato.

C’era una volta in America è il cinema, la sala. E nella sala trova il suo più assoluto compimento.

Sulle scene aggiunte: a parte quella di Deborah/Cleopatra, niente di indispensabile. Anzi, ho la sensazione che le integrazioni risultino ridondanti o a volte del tutto inutili (l’episodio con la Fletcher). Per non parlare dell’infima qualità.

Doppiaggio: su questo blog ne abbiamo scritto fino all’esaurimento. In effetti il doppiato originale mostra in alcuni punti dei deterioramenti evidenti (nelle prime battute faticavo a riconoscere la voce di Amendola), ma sempre meglio qualche minuto un po’ così che un intero film cambiato di voce e volto!

Fatto curioso: pensavo di tramutarmi in un fiume di lacrime ininterrotto, mentre invece ci son cascato solo tre volte, e me li aspettavo tutti e tre: Noodles che sbircia nella vetrina il Fat Moe desolato con le note di Childhood memories che partono, la morte di Dominic (Noodles sono… ‘nciampato) e il sorriso finale. Durante LA scena, invece (alias Deborah e Noodles al ristorante) sono rimasto abbastanza quieto, anche se avevo tutti gli organi in subbuglio emozionale, oltre che cuore e cervello.

Accanto a me, per tutte e quattro le ore (e passa), la mia squisita Delizia, che ha confermato l’esperienza cinefila imperdibile, e che è ormai il tassello importante di tanti appuntamenti cardine della mia vita.

Addio a Cliff Robertson

Probabilmente i più giovini (questa frase già mi inquieta) lo ricorderanno come lo zio del Peter Parker raimiano, ma per me Cliff Robertson resterà sempre il deputy-director della CIA nel capolavoro di Pollack, I tre giorni del Condor.

[Ho piazzato qui la versione italiana del finale per una questione d’affezione alla prima versione del film che ho visto, ormai una quindicina d’anni fa].

Cliff Robertson, (September 9, 1923 – September 10, 2011)

[So che ho postato questa scena anche per commemorare la morte di Pollack, ma questa sequenza – e questo film – sono una di quelle perle che porterei sulla famoso isola deserta, una manciata di fotogrammi tra i più belli conservati nella mia memoria di spettatore, grazie anche alla grande interpretazione di Robertson].

Bye bye, Amy

Troppo presto, troppo maledettamente presto.

Se ne va anche Amy Winehouse. Forse ci sono degli artisti che sono troppo fragili. Li vedi, li ascolti, lo sai che quella fiamma che brilla sul palco e nella loro voce brucia su una pira con interessi da strozzino. Però, cazzo!

Quando stasera Delizia me l’ha detto quasi non ci credevo. Ok, la Winehouse era una strafattona che aveva rischiato la vita più di una volta, ma ero convinto che ormai l’avrebbe sfangata – anche se certo la (non) esibizione della prima tappa del nuovo tour, poche settimane fa, ubriaca e drogata al punto da non riuscire non dico a cantare ma neanche a stare in piedi sul palco, non presupponeva niente di buono.

Mi è spiaciuto un sacco, era una delle cantanti beniamine di questo blog, e una delle poche “giovani”. Lascia due album, ma che album! Bastano da soli a riservarle un posto d’onore nella storia della Musica (e in particolare in quella degli anni 00): quanta musica, giunta dopo, deve molto alla sua? Non si conta.

Era un’autrice eccellente e una cantante dalla voce sopraffina. Le sue melodie e i suoi versi se non altro avranno la meglio sulla sua vita scapestrata.

La saluto con una delle mie canzoni preferite.

 

Big Man is gone

Clarence Clemmons non ce l’ha fatto contro l’ictus che l’ha colpito la settimana scorsa. Mi piace ricordarlo così (e lasciando suonare Born to run tutta la giornata). Goodbye, Big Man.