Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Barking dogs never bite (Flandersui gae, Bong Joon-ho, 2000)

Anche all’esordio Bong attacca un genere e lo plasma a suo modo, in questo caso la commedia, estremizzandone gli assunti con un gusto ancora più iconoclasta dei suoi successivi lavori. Non siamo ancora a quegli altissimi livelli, ma Barking dogs è comunque un film di valore, una sequela di eventi tragicomici legati ai cani e al disturbo che creano in un condominio a un disoccupato con moglie incinta. Ciò che però affascina del film è la sua natura eversiva: Bong costruisce la storia spostando continuamente i riflettori dal protagonista maschile a quella femminile, e poi a una serie di caratteristi sbozzati con indubbio gusto ironico-realistico. Più che risate di pancia, Barking dogs offre soprattutto amarezza contrappuntata da un’ironia che sfocia a volte nell’assurdo tragicomico ma finisce poi spesso per commuovere e colpire con forza nella rappresentazione di una media borghesia in crisi economica e psicologica.
E poi non vi dico il piacere di ritrovare tante bella facce qui, facce parkiane: dalla cicciona di Lady Vendetta (pardon, ma non ricordo il nome dell’attrice) a soprattutto Du-na Bae che avevo già adorato in Mr. Vendetta e in The Host.

*Mi scuso, non è un granché questa recensione, ma è che ho visto il film giorni e giorni fa e non riuscivo mai a scrivere due parole… poi il tempo passa finisce che uno si scoccia e scrive la recensione solo come obbligo morale… verso chi non so. Ad ogni modo semmai poi la rivedo e la riscrivo. Per ora non so fare di meglio.

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Crying fist (Jumeogi unda, Ryoo Seung-wan, 2005)

Due uomini battuti dalla vita, un ex pugile, vincitore di un argento ai passati giochi olimpici asiatici, ridotto sul lastrico ma desideroso di conquistare il rispetto di suo figlio e un ragazzo che in galera trova nella boxe un modo per riscattarsi e riabilitarsi agli occhi della famiglia (la cui unica entità ancora in vita è una nonna che sta smarrendo la memoria). Diviso in due (forse anche un po’ troppo) da un racconto alternato il film segue parallelamente le vicende dei due destinati a confrontarsi nel finale sul ring per contendersi il titolo di campione amatoriale.
Ciò che più colpisce nel film, a parte la sua vena melodrammatica, è lo stile visivo scelto da Ryoo, fatto di un montaggio frenetico ma non eccessivo e soprattutto di una magnifica fotografia sovraesposta che predilige i verdi e i rossi per raccontare l’inferno dei personaggi e il livore accumulato nelle loro vite. Gran prova di Choi Min-sik, affiancato/contrapposto al giovane e altrettanto bravo Ryoo Sung-bum.

Un post in attesa*
*che forse attenderà un po’ perché stasera è la serata del Sorcio!!!

Friend (Chingoo, Kwak Kyung-taek, 2001)

Quattro amici, dall’infanzia alla maturità, i loro percorsi di vita, i destini che si biforcano e (apparentemente) li separano: due diventano gangster, gli altri due assistono al loro declino e all’incrinatura di quell’amicizia a causa delle logiche violente delle bande. Più che gangster movie il film di Kwak è un bellissimo melodramma sul tempo che scorre e modifica senza pietà i rapporti tra gli uomini. Con un cast eccellente e una voce over che commenta post eventu s’è conquistato subito la mia complicità.
Dicevo melodramma più che ganster movie: in tutto il film non si ode un solo sparo e le uniche due scene violente (a colpi di pugnale) si vedono solo alla fine; anche se va detto che la seconda ti resta nel cervello per la sua crudezza del tutto priva di qualsiasi orpello cinematografico: quasi una guida visiva all’omicidio per lama affilata. Mi ha fatto pensare un po’ al finale della Cronaca di una morte annunciata di Marquez.
Lo stile di Kwak predilige spesso il piano sequenza, eseguito con una maestria invidiabile, specie nella sequenza della rissa nel cinema: gestire lo spazio e tanti attori all’interno di una ripresa unica non dev’essere roba da poco. Plausi e onori, dunque.

April Snow (Oechul, Hur Jin-ho, 2005)

Un marito e una moglie convocati in ospedale all’improvviso scoprono che i rispettivi coniugi non solo sono in coma dopo un incidente d’auto, ma che sono pure amanti. La trama alla In the mood for love non deve traviare, poiché April Snow ha un estetica del tutto diversa, sostituisce allo stile barocco e volutamente elegante di Wong Kar-wai un asettico minimalismo che, devo ammetterlo, a volte ha seriamente compromesso la mia attenzione (vabbè che la notte avevo dormito pure poco eh). Ciò non toglie il fascino al film, forse sono solo io che non reggo tanto le storie un po’ da “pantano”, perché la conoscenza e l’avvicinamento tra questi due “traditi” avviene secondo regole e ritmi volutamente ripetitivi, che spesso poco aggiungono a ciò che abbiamo visto in una sequenza precedente; è un cinema di sguardi e di piccole variazioni, che, mi rendo conto, andrebbe rivisto anche con meno sonno.

Una delle frasi chiave dell’incontro con Bong Joon-oh l’ha detta uno degli organizzatori: nella piccola saletta dell’associazione Canto Libre, alle spalle dell’Orientale, via san Giovanni Maggiore, eravamo quattro gatti, non arrivavamo a trenta. Dove invece, come spiegava sempre l’esimio, all’estero Bong è accolto da folle sovrumane, essendo anche il regista che ha più incassato nella storia coreana con The Host. Ma è comprensibile, visto che grazie alla nostra distribuzione Bong è un totale sconosciuto qui. Pure il sottoscritto lo conosce grazie ai cinebloggers asianofili e grazie al Mulo.
Ma venendo all’incontro: una babele di lingue. Domande interessanti, risposte altrettanto interessanti, forse, in teoria, ma che nella traduzione della traduttrice coreana diventavano un po’ troppo semplicistiche, dato che pare che neanche la tizia conoscesse bene l’italiano. E, capirete, coi termini tecnici, cinematografici e via discorrendo la cosa si complicava. Poi a volte Bong parlava in inglese e il tizio di cui sopra traduceva (ma non ce ne sarebbe stato neanche bisogno: non essendo la sua lingua principe, Bong si esprimeva con semplicità e pacatezza: lo capivo pur’io che non sono un anglofono provetto).
Ad ogni modo qua son chiacchiere. Se volete, qui ci son delle foto. Inutile dire che il sottoscritto ha l’autografo di Bong, che fu gentilissimo con tutti, firmò a destra e a manca. E non un graffietto sul foglio ma ben due firme (in alfabeto nostrano e in quello coreano).

p.s. poi spero che ieri siate stato in edicola a farvi un regalo… Non son potuto andare a Roma, almeno ce l’ho in foto… (sigh).

My sassy girl (Yeopgijeogin geunyeo, Kwak Jae-young, 2001)

Ecco che succede quando un film mi colpisce oltre ogni aspettativa: succede che l’ho visto ore e ore e ore fa ma ancora non riesco a scrivere una recensione degna, perciò ora mi son stufato e la recensione andrà in onda in forma del tutto sconclusionata e non pensata. Un cenno preliminare sui cavoli miei: a quanto ne so questa è la prima commedia coreana che vedo. Di più: la prima commedia asiatica. (possibile? eh mi sa di sì visto che Kung fu Hustle non si può definire proprio commedia, è un impasto più complesso).
Con My sassy girl siamo nell’orizzonte della storia romantica con tanto di finale da copione ma levatevi dalla testa ogni svenevolezza e strascicamento di maroni sul già visto alla Julia Roberts-film. Questo è un signor film! Girato con audacia, in controtendenza al genere in cui si inscerisce, con una serie di fendenti gustosissimi e del tutto anti-romantici, costruito in modo ancora più curioso, con un andamento singhiozzante tirato a lungo per tutte le due ore senza che l’esperimento crei il minimo disagio: «il film continua a finire ma non termina mai davvero» (cit.). Due ore in cui i due protagonisti si lasciano, si prendono, senza stare insieme mai davvero («siamo solo amici», è la frase ridondante), dove il centro del rapporto è questa signorina folle e pure un po’ manesca che gliene fa passare di tutti i colori al povero Kwyun-woo che sembra sopportare tutto con atteggiamento che sfiora la santità (o la totale mancanza di spirito di conservazione). Il ritmo della storia sembra quello di un manga, con una trama incalzante e al tempo stesso realistica pur facendo affidamento su una serie continua di coincidenze. E nel finale il colpo da maestro, un epilogo lungo che ci trascina verso un meraviglioso sentiero sentimentale, senza un impatto brusco perché in realtà Kwak gli ha preparato il terreno per l’ora e tre quarti precedente, lasciando intuire il mondo interiore dei personaggi, le ferite del passato, senza calcare affatto la mano ma anzi trasformando il dolore dei personaggi in nuovi spunti da commedia.
A ciò si aggiunga che Jun Ji-hyun sarebbe la perfetta fidanzata dell’anno (per rubare un sintagma a oh), facendo però a meno delle sue espressioni “d’affetto” molto manesche.