Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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Un anno di cinema: classificone cinefilo 2015

    1. Inside Out di Pete Docter e Ronnie Del Carmen
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    2. Vizio di forma di Paul Thomas Anderson
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    3. Sicario di Denis Villeneuve
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    4. Il ponte delle spie di Steven Spielberg
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    5. She’s funny that way di Peter Bogdanovich
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    6. Mad Max: Fury Road di George Miller
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    7. Ant Man di Peyton Reed
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    8. Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) di Alejandro González Iñárritu
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    9. Suburra di Stefano Sollima
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    10. Mission Impossible: Rogue Nation di Christopher McQuarrie
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    11. John Wick di David Leitch e Chad Stahelski
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    12. Whiplash di Damien Chazelle
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    13. Foxcatcher di Bennett Miller
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    14. Slow West di John Maclean
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    15. The Drop di Michaël R. Roskam
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    Sempre più in ritardo, soprattutto per recuperare Allen che poi alla fine non mi ha comunque convinto del tutto e quindi è rimasto fuori.

    Che poi comunque è inutile pigliarle troppo sul serio queste classifiche: è giusto un modo per divertirsi a ricapitolare un po’ tutto il cinema di un anno solare.

    E quindi, buon anno.

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Un anno di cinema: classificone cinefilo 2014

1. The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese 01 - wolf

2. Snowpiercer di Bong Joon-ho

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3. Nebraska di Alexander Payne

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4. Boyhood di Richard Linklater

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5. Inside Llewyn Davis di Joel e Ethan Coen

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6. Guardians of the Galaxy di James Gunn

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7. Her di Spike Jonze

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8. American Hustle di David O. Russell

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9. Il Capitale Umano di Paolo Virzì

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10. Gone Girl di David Fincher

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11. Frances Ha di Noah Baumbach

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12. Under the Skin di Jonathan Glazer

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13. Stories We Tell di Sarah Polley

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14. Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

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15. Enough Said di Nicole Holofcener

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Grazie al cielo (e anche al cinema Modernissimo) sono riuscito a vedere tutti i film in classifica in lingua originale.

Quest’anno un timido tentativo “multimediale”: cliccando su ogni titolo si accede a un link per ascoltare un pezzo (il mio preferito) della colonna sonora di ogni film.

Buon Anno a tutti.

Per qualche dollaro in più – torna in sala

10463885_682976481740040_4790297066637165655_nIl terzo capitolo della trilogia è quello più compiuto e compatto, ma questo resterà sempre quello cui sono più affezionato. Anticipa temi, simboli e oggetti di C’era una volta in America (l’ossessione del Tempo e i suoi simboli, due personaggi legati da orologi da taschino e dallo stesso tema musicale, la droga insieme come anestetico e viatico del ricordo e del rimosso – e del cinema – un personaggio fuori dal Tempo, la ricerca di una risoluzione col passato), ma la verità è che le gesta del Monco e Mortimer stavano sugli allori anche prima che avessi occasione di vedere l’ultimo film di Leone. Poco prima di mettermi a scrivere queste due righe, pensando a quale scena piazzare qui sopra, sono andato nel panico.

È la seconda volta che me lo pappo in sala (la prima a Venezia qualche anno fa) ma l’emozione è sempre la stessa. Ai titoli di testa già avevo la pelle d’oca, al momento del saluto finale tra i due protagonisti per poco non mi pigliava fuoco la testa. E che dire del dialogo tra Eastwood e Van Cleef dopo il “duello ai cappelli”? O la parabola raccontata dall’Indio in una chiesa sconsacrata di fronte a dodici scagnozzi? Ma se si togliesse anche solo il breve inserto comico di Profeta il film risulterebbe monco (ahah) – anche perché poi dietro quella chiacchieratina tra fumo e scossoni c’è l’esplicita enunciazione del rapporto tra Frontiera ed epoca moderna, secondo Leone. Vogliamo forse parlare delle classiche spacconate dei pistoleri? A cominciare da Mortimer che ferma un treno solo per scendere e quando gli viene chiesto spiegazione dal capotreno gli basta mostrare semplicemente la pistola… E poi il vendicatore buono che veste tutto di nero, cavallo compreso. In sala ogni tanto stringevo (o stritolavo) la mano di Silvia per dirle questa scena è una delle più belle, questo è un pezzone… solo che mi son reso conto che lo facevo ogni cinque minuti e allora ho smesso onde rischiare di fratturarle qualche falange. Allo stesso modo, mi son trattenuto dal mormorare le battute insieme ai personaggi (su Per qualche dollaro in più mi faccio schifo da solo: potrei citare il film quasi dall’inizio alla fine, inquadrature comprese), giusto qualcuna m’è sfuggita mio malgrado perché proprio il tasso epico o cazzuto, in sala, lo richiedeva proprio a gran voce. Per qualche dollaro in più, come spesso nel cinema di Leone, è un concentrato di scene che sembrano fatte apposta per essere citate. D’altronde i dialoghi di Vincenzoni sembrano fatti apposta per essere citati, in qualsiasi momento.

L’ho già detto per il primo film ma qui merita anche di più: se nell’immagine il restauro ha fatto miracoli pur mantenendo un po’ di granulosità (che forse però è anche giusta, non lo voglio un Per Qualche Dollaro In Più troppo perfettino e allisciato) la musica è portentosa. Le note di Morricone già ti mettono il groppo in gola quando le senti in tv (o su cd), ma con l’impianto della sala e in versione restaurata ti arriva direttamente al cuore (al cuore, Indio, al cuore).

Da bambino, a un carnevale, mi sono vestito come il Monco, con tanto di poncho fatto a mano. Avevo pure il Winchester formato ridotto-giocattolo, ma fatto comunque di legno e ferro pesante. E gli speroni e gli stivali.

In sala eravamo quattro in tutto. Dietro di noi un’altra coppia, disposta a chiasmo. Quasi degli alter ego: lui nerd cinefilo pazzo per Leone, lei alla sua prima visione del film (come Silvia). Lui brutto, lei bella.

Anche se a confronto di quello dietro io ero Clint Eastwood.

Per un pugno di dollari, in sala

– Qui sarete come a casa vostra…
– Spero proprio di no. A casa mia stavo malissimo.

Ci son voluti un paio di decenni ma alla fine son riuscito a vederlo in sala, l’origine di tutto, il fulmine cinefilo che, all’età di 7/8 anni, mi rivelò – insieme – il West e il suo mito, il western, Sergio Leone e il cinema, le freddure ad effetto che ancora oggi mi ripeto nella testa come un mantra, specie quando hanno un tono proverbiale (“Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, quello con la pistola è un uomo morto”) Clint Eastwood che parlava poco ma se ne andava in giro con una faccia che incuteva timore in qualsiasi avversario. Ci ho messo un po’ di anni (e un bel mucchio di libri, visioni e revisioni) per capire il motivo del mio amore incondizionato per il western di Leone, che poi è il motivo per cui quasi tutto lo amano: quell’idea di cinema come altissima realizzazione ludica, un modo per sognare l’America (e i suoi miti) con la scatola cinese più mitologica che ci sia. Perché, in fondo, tutti vogliamo tornare sempre, anche se a livelli diversi, a giocare a indiani e cowboy.
A questa prima visione in sala, c’era anche Silvia, e mi sentivo insieme responsabile e parecchio invidioso: lei lo ha visto per la prima volta, e in sala, subendo e godendosi dunque l’effetto originario che avrà fatto agli spettatori negli anni Sessanta. Un’esperienza che per forza di cose non può riguardare me che l’ho conosciuto in Tv e l’ho ri-conosciuto consumando vhs e dvd.
Straordinario il restauro, specialmente per il comparto sonoro: la musica torna di nuovo co-protagonista e gli spari risuonano come cannonate.

X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men – Days of Future Past, Bryan Singer, 2014)

Qualche passaggio confuso tra i salti temporali c’è, un paio di spiegoni un tantino didascalici, pure; ma la saga degli X-Men (cui voglio da sempre molto bene), trova qui un capitolo saldissimo pur tra gli innegabili difettucci. Singer riprende in mano la macchina con un 3D molto presente, specie nell’incipit, tirato fino al massimo possibile e poi sapientemente anestetizzato per impedire i conati di vomito agli spettatori. Un incipit cupo, forse non riuscitissimo ma che segna un paio di sequenze davvero violente per un film Marvel (anche se poi del tutto “bilanciate” nel finale – chi ha visto penso/spero capisca cosa intendo). Forse si cerca un po’ troppo di trasformare il ruolo di Mystica nella chiave di volta, ma a interpretarla c’è sempre la Lawrence, e insomma, basta dire questo. Peter Dinklage nel ruolo del fetentone ci sta benissimo, senza che nemmeno una volta, leggevo nella recensione dei 400 calci (credo), si faccia riferimento alla questione statura, anche perché totalmente oscurata dalla statura istrionica dell’attore (però, va detto, vederlo doppiato frena parecchio il giudizio, specie se ce l’hai nella testa con l’eloquio di Tyrion Lannister).

C’è un po’ di stagnazione nella parte “futura”, e se non fosse per l’azione violenta la sconfitta col passato sarebbe una debacle, invece di un KO tecnico. Ma è anche un film da godere al cinema, pieno di spettacolo nel senso più vero del termine, nella più sacra versione da sala, con un passaggio di testimone tra vecchia e nuova generazione d’attori, e – fatto curioso – inversamente proporzionale dal punto di vista temporale. Ma c’è poco da preoccuparsi: uno perché Wolverine dovrebbe essere la nostra costante (Jackman è ormai fantastico e totalmente a suo agio col personaggio – anche se ho letto da qualche parte che questa potrebbe essere l’ultima volta che sfodera gli artigli, seppure di legno), e soprattutto i due Sir lasciano i loro ruoli a due giovani leoni dal ruggito potentissimo.

Tuttavia, non si offenda tutto il cast, novizio e veterano, Fassbender se li mangia tutti: col suo sguardo a metà tra sprezzo luciferino e lucida volontà di vendetta ci ha veramente le palle (tre) d’acciaio.

Maleficent (Robert Stromberg, 2014)

Il remake, sia esso in veste di prequel o sequel, è uno dei pilastri su cui si fonda grossa parte della produzione hollywoodiana degli ultimi anni. Lo cito qui come fatto, senza esprimere alcun giudizio a riguardo.

Né si dovrebbe avere alcun pregiudizio nel rapportarsi a operazioni come “Maleficent” che, seguendo la strada imboccata da qualche anno dalla Disney, ripropone, in live action, una delle fiabe cinematografiche più giustamente famose a memoria di spettatore.

C’è tuttavia da chiedersi perché, al terzo tentativo – dopo le funeste riproposizioni di Burton e Raimi, rispettivamente con Alice e Oz – anche questa nuova, originale versione de “La bella addormentata nel bosco“, finisca per crollare quasi subito, anche senza stilare paragoni con la sua matrice.

La trattazione che offrono Robert Stromberg (regista) e Linda Woolverton (sceneggiatrice) è uno dei picchi più bassi toccati dalla Disney: partiti con l’idea di chiedersi cosa ci fosse dietro il mantello e le corna di Malefica, a metà tra remake e prequel, gli autori tirano fuori un polpettone per famiglie, affossato – nell’ordine – da svolte narrative improbabili e mutamenti di caratteri dalla sera alla mattina, derivati soprattutto dalla lattiginosa consistenza di personaggi quali Aurora e Re Stefano, sfondi digitali bellissimi ma che poco si integrano con la storia e le scene, momenti ironici che non smuoverebbero neanche i più piccoli e un manicheismo di infima marca servito da dialoghi sciatti e didascalici, degni della peggior fiction televisiva. A farne le spese, in particolare, è l’altrove bravissima Elle Fanning, qui costretta a pronunciare frasi impermeabili al più sopraffino degli istrioni. Leggi il resto dell’articolo

The Grand Hotel Budapest (Wes Anderson, 2014)

 

Carrelli e movimenti della macchina rigidamente ortogonali, inquadrature frontali, inserzioni di cartelli esplicativi, brevi sequenze in stop motion, il quadro (cinematografico) che passa dai 16:9 al 4:3, interni e dettagli curati fino all’ultima piuma, colori sgargianti, le musiche di Desplat, personaggi che indossano evidentemente costumi che sintetizzano (in un’atmosfera da cartoon) la loro personalità (il villain in nero coi capelli da pazzo di Adrien Brody – a proposito, adoro Adrien Brody quando gli affidano questi ruoli eccessivi con accenti strani, al limite della macchietta)…

Il mondo analogico di Anderson può non piacere, ma è evidente in ogni angolo nel suo approccio stilizzato e raffinato, che si riserva di tanto in tanto esplosioni umoristiche di marca assurda (l’episodio “gatto”, roba da sbellicarsi). È un mondo autosufficiente, ai limiti dell’autismo: gli attori son quasi sempre gli stessi e anche i personaggi (o almeno le dinamiche che li muovono – qui ancora una volta il rapporto padre/figlio, seppure putativo).

Wes Anderson rifà sempre se stesso: è l’accusa un po’ sempliciotta che viene fuori a ogni suo film. Ma quale autore non fa lo stesso? Credo dipenda in parte dalla sua ossessione per il dettaglio, le sue manie visive tese e tutto l’armamentario citato sopra, tutti elementi che ostentano la costruzione e la cornice, anziché lasciarla svanire.

Non dico che Grand Budpest Hotel sia il suo miglior film in assoluto, ma forse è quello più spensierato e divertito, e costituisce soprattutto la dimostrazione di una coerenza d’autore quasi unica oggigiorno. Può piacere o meno, ma non si può negare che un’inquadratura di Anderson non sia altro e non possa essere altro che un’inquadratura di Anderson.

Godzilla (Gareth Edwards, 2014)

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Cose che non mi hanno convinto:

• La prima parte, preparatoria si allunga un po’ troppo e inserisce forse il personaggio narrativamente più interessante per poi farlo sparire prima che la sua presenza abbia avuto un senso completo; (si aggiunga però a ciò un Bryan Cranston al minimo sindacale);
• Un protagonista (e una coppia) non proprio brillantissimi, né per interpretazione né per scrittura (ma è anche vero che siamo in zona blockbuster e per certi versi ci sta);
• Godzilla, alla fine, non è neanche lontanamente il vero protagonista della pellicola;
• Quando i kaiju sono così mostruosamente grossi finisce che gli umani, per loro, son poco più che zanzare: morale, non gliene frega un tubo di questi sciami di bipedi tra le loro unghie. Morale 2 (per lo spettatore): difficile sentirsi coinvolti/minacciati. Tutta la distruzione di Godzilla e soci è giusto una risultante di sponda alla loro risoluzione personale;
• I motivi e i termini della riapparizione di Godzilla e del suo scontro coi Muto sono un pochettino risibili anche perché spalmati più volte lungo il film come un inserto di Quark giapponese da Watanabe;
• (vedi sopra) Watanabe ha una sola espressione/reazione per tutto il film;
• Sally Hawkins… non ho capito ancora quale fosse la sua funzione nel film.


Cose che mi hanno convinto:

• Edwards è uno che gira maledettamente bene per cui:
• Scene come quelle dei soldati che si paracadutano sulle note di Lygeti sono robe che ti fanno drizzare i peli cinefili (allusioni a Kubrick comprese), per non parlare della sequenza – meravigliosa – di Brody che scende sfiorando letteralmente Godzilla.
• Godzilla come personaggio. Misterioso, mostrato molto tardi (forse un po’ troppo) ma apertamente, senza smanie cubiste.
• Il fatto che Godzillia sia un personaggio e che la sua presenza e la sua percezione (almeno per lo spettatore) muti nel corso dei minuti fino a portarci, alla fine, non solo a patteggiare per lui, ma addirittura a empatizzare con gli occhi e il volto e il muso di questo bestione.
• Godzilla, nell’aspetto. Magnifico. Una bomba. Deliziosamente retrò per molti versi (il corpo) – e quindi assolutamente figlio del citazionismo colto – ma poi il colpo di genio nel plasmargli la faccia a metà tra un orso e un varano di komodo. Quando ruggisce per un minuto buono dritto in macchina tu spettatore ti cachi letteralmente addosso.
• E ti cachi addosso grazie a un 3D spettacolare, sia perché usato, come già aveva fatto Del Toro (cui Edwards deve non poco), in senso costruttivo e non per menate da luna park, sia perché lò sua realizzazione tecnica sfiora la perfezione.

Captain America – The Winter Soldier: La spia che venne dal freddo

Captain America è il meno interessante, tra gli eroi Marvel. Opinione del tutto personale, per carità, ma il pezzo è a firma mia e dunque la gestisco io. Il motivo è abbastanza semplice: se accettiamo che la forza degli eroi di Stan Lee e soci stanella loro assoluta normalità (problemi inclusi) ogni volta che si tolgono la maschera o il costume e dunque in un affronto della vita e dei suoi ostacoli quotidiani con un atteggiamento che ritroveremmo uguali in un signor Smith qualunque. Altro problema è il nome stesso, inglobato in quello di un’intera nazione, vissuta dal personaggio come patria, in onore al suo passato/eternamente congelato nel mondo militare. Certo, Steve Rogers parte da uomo qualunque, anzi anche al di sotto delle qualità accettate per entrare in guerra e molto umani sono molti dei suoi sentimenti, prima di tutto quello dell’amicizia. Il primo film aveva il compito – se vogliamo un po’ noioso e ingrato – di dover raccontare il retroterra storico del personaggio, ambientando tutto in un orizzonte bellico che spremeva sin troppo la già pericolosa retorica fasciata nel costume/bandiera del personaggio. Portava a casa un risultato comunque sufficiente, ma del tutto modesto rispetto ai corrispettivi colleghi cine-fumettistici della stessa Casa.

Tutta questa lunga introduzione per dire che Anthony e Joe Russo sono riusciti invece a svecchiare il personaggio, in ogni senso, ritrovandolo nel mondo contemporaneo, già attraversato nel film di Joss Whedon. E fanno centro. Certo, permangono gli spigoli pomposi, qualche dialogo al limite del fascismo, un affronto del tema dell’amicizia un tantino superficiale, ma bisogna dare atto agli autori di aver compiuto un bel passo avanti, consegnandoci un giocattolone divertente e divertito, che oltre a spaccare tutto come è gentilmente richiesto in questo genere di pellicole, si prende anche il gusto di approntare un discorso un filino più complesso. E lo fa sfruttando proprio le caratteristiche del protagonista.

Captain America è il più istituzionalizzato degli Avengers, quindi le sue storyline per funzionare devono necessariamente intrecciarsi con le vicende dello Stato, le sue missioni devono affondare nelle viscere oscure del potere costituito. Ecco perché la principale fonte del miglioramento del materiale consegnato qualche anno fa da Joe Johnston sta nel taglio scelto, raccontare cioè la nuova avventura di Captain America con le sfumature e le ombre della spy story, con il più classico “non fidarti di nessuno”, le istituzioni che crollano dall’interno, i mentori che ci rimettono le penne e i capi che nascondono, per il bene o per il male questo il dilemma, molte delle informazioni preziose ai nostri. Leggi il resto dell’articolo

Nymphomaniac volume 2, Lars von Trier (2014)

Il primo capitolo era stata un’inaspettata sorpresa, anche perché, lo ammetto, non sono proprio un appassionato del regista danese. Ma il completamento dell’opera riporta tutto ai vontrierismi più integrali, a quelle tirate teoretiche, filosofiche e moraleggianti gettate in faccia allo spettatore come pesci al mercato, senza un’idea chiara di cinema a sostenerle. Alla lunga – no, quasi subito – l’operazione è diventata insopportabile, una fatica arrivare fino all’utimo minuto, che ci lascia con un finale insieme prevedibile e ridicolo.
La sensazione finale è che von Trier sia proprio l’ultimo regista possibile che possa riuscire a comunicare qualcosa sulla sessualità e la sensualità, freddo com’è. La risposta si risolve sempre in un eccesso di chiacchiere affossate da una presunzione filosofica insopportabile.
Von Trier è forse l’unico regista che si fa pagare per farci ascoltare una sua seduta di terapia psicologica. Una seduta che neanche vale la pena di ascoltare, il più delle volte.