Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

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C’era una volta in America: il ritorno di una cattedrale cinefila

Qualche giorno fa ho solo accennato al turbine di emozioni scaturito in sala, al The Space Cinema. Mi son preso qualche giorno per scriverne con maggiore impegno, mettendo un po’ d’ordine alle idee.

Dal 18 al 21 ottobre presso le sale della catena The Space Cinema in tutta Italia è tornato al cinema l’ultimo film di Sergio Leone, presentato per l’occasione in una nuova veste, con più di venti minuti di scene inedite, eliminate all’ultimo dal regista. E, regalo ancor più importante per i cinefili con qualche anno sulle spalle, ritorna col suo doppiaggio originale, quello scelto e supervisionato da Leone stesso nel 1983.

A questo punto mi permetto una leggera deviazione di percorso: siamo su un sito di cinema e il dovere impone di essere oggettivi, ma mi accollo comunque la responsabilità di aprire un piccolo squarcio autobiografico per due motivi precisi. Il primo, più personale: tutti abbiamo un’opera (che sia essa un film, un libro, una sinfonia, un quadro…) che ci definisce, che ne fa, più banalmente, la nostra preferita. Quando, sedici anni fa, ho fatto il mio incontro con questa sentimentale epopea gangsteristica, a metà film avevo già capito di avere di fronte il film della vita.
E questo ci riporta al secondo aspetto: nel caso di “C’era una volta in America” si è giustificati in un’analisi del genere schermandosi proprio dietro l’assunto del film, un’epica cinefila sul Novecento americano, simbolo del rapporto tra spettatore e racconto, tra realtà e inveramento della stessa all’interno di una costruzione narrativa. La copia restaurata del vecchio doppiaggio restituisce ai numerosi fan del film il loro ricordo cinefilo, ricucendo uno strappo violento che invocava una soluzione arrivata con qualche anno di ritardo (nove per la precisione).

continua su Loudvision

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Offside for women

Offside, di Jafar Panhai (2006)

Offside arriva da noi fuori tempo, ma al tempo stesso con tempismo perfetto. Fuori tempo perché il film è stato realizzato nel 2006 – vincitore nello stesso anno dell’Orso d’argento al Festival di Berlino – ma è proprio per questo anche una prova in assenza, un’ultima (per molti anni, probabilmente) testimonianza dell’arte di Jafar Panhai che dal 2010 è fuori gioco dal cinema, dalla creatività, dalla vita politica, culturale del suo Paese ma anche del mondo. Prima però è riuscito a realizzare quest’ultimo lungometraggio in cui la politica e l’attacco diretto alla teocrazia iraniana si sposano con la sua (apparente) contraddizione: uno spirito da commedia.

Un gruppo di ragazze cercano di intrufolarsi nello stadio (in Iran è proibito alle donne partecipare, perché dovrebbero sedenrsi in pubblico accanto agli uomini) in cui si disputa la partita Iran-Barehin, valida per la qualificazione ai mondiali di calcio del 2006.  Il piano non va a buon fine: identificate dalle guardie, vengono rinchiuse in un recinto di transenne, fuori dagli spalti, costrette ad attendere il finale della partita per confrontarsi con una sicura denuncia alla buoncostume, ma obbligate soprattutto ad ascoltare i fremiti e le urla dei tifosi, a pochi metri da loro, senza poter godere del gioco.

Nel confronto tra il sincero spirito da tifose di queste ragazze e l’applicazione ottusa di una legge infame nasce il fulcro del film. Panhai è ben attento a non confondere le responsabilità, a non calcare la mano sul dramma, ma anzi spinge fortemente verso l’ironia, senza per questo rinunciare alla raffigurazione di un potere ottusamente censorio nei confronti delle libertà delle donne. È anzi proprio dall’assurdità di una legge e di una cultura messe alla berlina che muove la critica eloquentissima a un sistema di governo clamorosamente medievale, superato dalla Storia e dalla più semplice razionalità. I soldati di Offside non sono che strumenti, a loro volta ingenui, nelle mani di un potere invisibile e spersonalizzato – ma per questo ancora più inquietante e assurdo. Sono gli uomini che – a contatto con queste ragazze che potrebbero essere loro sorelle, mogli, compagne – scontano su se stessi l’insensatezza della cultura repressiva, l’incongruenza delle stesse giustificazioni che tentano di offrire alle loro prigioniere. Da questo punto di vista il finale del film è davvero splendido, perché è la summa di queste influenze, di queste visioni (apparentemente) contrapposte, che vengono vinte dalla spinta accomunante del sentimento sportivo, capace di travalicare le divise, di sbloccare le manette.

Il film è stato girato nel giorno stesso della partita, grazie a un escamotage usato dal regista – aveva presentato alle autorità un soggetto completamente diverso. Il neorealismo di Panahi è di una purezza assoluta, capace di farsi influenzare dalle espressioni in presa diretta di una società ribollente pur sotto il giogo – o forse proprio per questo – della tensione del regime. Eppure Panahi ha (aveva, almeno nel 2006) fiducia: fiducia negli uomini e nelle donne, nella possibilità che un evento, uno sport possa ancora unire il suo popolo, abbattere schieramenti e travestimenti, andare oltre la rigida e risibile divisione tra il maschile e il femminile, seguendo una danza festosa, accesa di fuochi d’artificio.

The Housemaid, di Im Sang-soo (pubblicato su Loudvision)

Remake di un omonimo film del 1960, vero caposaldo della cinematografia coreana, diretto da Kim Ki-young, il nuovo film di Im Sang-soo prende in realtà parecchie distanze dal modello. La storia di Eun-yi, ragazza di umili origini assunta da una coppia ricchissima come assistente della governante e babysitter di due gemelli che stanno per nascere, è all’apparenza quella di un triangolo amoroso. Ci vuole poco, infatti, perché il padrone di casa, abituato a ottenere tutto ciò che desideri, collezioni nel suo carniere anche la nuova cameriera. Con grande disappunto della moglie e della suocera, che trameranno contro Eun-yi, quando scopriranno che è rimasta incinta.

Il melodramma acceso non è che la premessa: ben presto il film scopre le sue carte e si muove verso una critica alla società coreana e in particolare al ceto agiato.
La macchina si muove sinuosamente in un contesto barocco attraverso i generi (thriller, melò, racconto erotico, dramma familiare, vengeance movie) raccontando la società coreana con punta avvelenata. E se la vittima è la donna del ceto più basso, non lo sono da meno anche quelle dell’alta borghesia, prigioniere di uno status quo che le spinge alle peggiori nefandezze.

E come bonus la mia recensione di Treme, 2×04, “Santa Claus, Do You Ever Get The Blue” su Serialmente

 

Links!

Due recensioni dislocate.

Frozen su Loudvision.

The Big Bang Theory – 4×18 – “The Prestidigitation Approximation” su Serialmente.

Il gioiellino (Andrea Molaioli, 2011)

Dopo l’eccessivo clamore suscitato dal suo primo film, Molaioli era atteso al varco. A me, che pure La ragazza del lago era piaciuto molto, erano venuti i sospetti proprio dopo gli eccessi di salamelecchi della critica e delle onorificenze (e una vittoria ai David che dipendeva più che altro da una debole concorrenza).

Troisi dopo Ricomincio da tre alla domanda sul suo prossimo progetto, in uno dei suoi più famosi distillati di verità sotto forma di ironia, disse che aspettava di sbagliare il secondo film. Il secondo film è difficile, si rischia, ti aspettano al varco. Ed è ciò che accade a Molaioli. Il gioiellino estremizza tutti i difetti de La ragazza del lago, e in più gli manca il fascino naif che sopperiva a recitazioni e scrittura di stampo televisivo. Quello che poteva essere scambiato – con un po’ di fiducia sull’esordiente – come un omaggio a Sorrentino e una volontà di inserirsi in quella scia stilistica diventa qui limitante dipendenza, a partire dalla scelta degli archi nella colonna sonora. Molaioli però non possiede l’acutezza del collega, il suo tocco “pesante” e metaforico. La freddezza che permea la pellicola alla lunga allontana dai personaggi, che peraltro svaniscono dietro una caratterizzazione troppo labile: i due protagonisti alternano bruscamente posizioni di ingenuità a machiavelliche soluzioni figlie della più spietata finanza e la relazione tra Botta e la nipote del magnate non ha un briciolo di credibilità narrativa. L’uso insistito nei dialoghi di una terminologia aziendale ed economica risulta alla lunga forzato, ridicolo, anche per una direzione degli attori che non convince. Stesso discorso per i prestiti dall’inglese, come per l’economichese smezzato un tanto al chilo durante la pellicola solo per dimostrare che gli sceneggiatori hanno fatto un po’ di ricerca, che però non diventa mai cinema e non convince mai in bocca ai personaggi – ho capito poco di cosa parlassero perché avevo la sensazione che non sapessero neanche i personaggi-attori.

Se Girone è bravo e soprattutto azzoppato da dialoghi di dubbio gusto, questo potrebbe essere ascritto come il primo film in cui Servillo non è alla sua altezza.  Certo, è anche fisiologico che a un certo punto anche un attore di razza può inanellare una ciambella senza buco. Si può anche imputare parte della colpa al regista: l’attore napoletano è di quelli che va tenuto a freno, altrimenti si mangia il film con l’insistenza di un paio di gesti e sguardi che finiscono poi per isolare la sua prova in un manierismo astratto (dal film).

Restano le atmosfere plumbee della bella fotografia di Bigazzi ma non basta. La noia alla lunga prende.

p.s. La visione del film, per me e la dolce Delizia, è stata funestata dal chiacchiericcio. Eravamo circondati a destra e a sinistra da un pubblico in vena di commenti. In particolare una signora anziana che ha letteralmente parlato per tutta la durata del film! Ma dico io se uno vuole commentare (e leggere ad alta voce i cartelli del film o le inquadrature di documenti) se ne sta a casa sua, o sbaglio?

p.p.s. Siccome non è mai abbastanza l’impeto della vena scribacchina, da oggi mi trovate anche sui lidi di Serialmente, qualore vi interessasse seguirmi. Per ora, una recensione sull’ultimo episodio di Californication.

Isn't it funny?

Ho fatto il diavolo a quattro per appropriarmi del blog, per renderlo personale. Ho tampinato per giorni un amico informatico, finché sfinito non è venuto a risolvere la faccenda. E perché, mi chiedo. In fondo già dai lidi di splinder scrivevo abbastanza poco, e quasi solo recensioni cinematografiche. Per abitudine. Se non andassi al cinema almeno una volta a settimana e non avessi preso la consuetudine di scriverne ogni volta sul blog… forse neanche quelle sarebbero arrivate. E non sarebbe stato un gran danno. Basta scorrere questo blog per accorgersi che gli ultimi scritti non brillano affatto. Dovrei andare parecchio indietro per ritrovare un post di mio gradimento.

Sono il proprietario di un loft a lungo ambito, ma che poi non sono riuscito ad ammobiliare. Giro tra le colonne, faccio slalom in un mare di spazio, godo di una buona veduta. Tutto perfetto, se non fosse che temo di aver sviluppato ultimamente un’incapacità di guardare prima ancora che di scrivere. Il problema è alla fonte ed è di quelli che ti fanno pensare, di quelli che invocano a gran voce una rivoluzione di intenti e vedute.

Mi sono sempre ripromesso di costruire questo blog secondo una pluralità di interessi, scrivendo un po’ di tutto, dal quotidiano alle letture, dagli ascolti al cinema. Volevo che fosse un florilegio di sapori, l’ho precipitato in un menu fisso. Un fast food di scrittura. Vorrei anche riempirlo di post, di sfoghi personali, anche ironici, di cose, fatti, pensieri. Ma ultimamente ogni intento giace in una piana d’aridità che sfida i deserti e si presenta altamente infettiva. Ho due file word con delle narrazioni avviate e lasciate lì a giacere senza che riesca a rigenerarle con qualche nuovo innesto. Nemmeno la pallida idea di una cornice in cui inserirli riesce a schiodarmi. Non capisco più se è mancanza di ispirazione o di volontà. Punterei per uno shakerato di entrambe.

Mi piacciono quei blog che si aggiornano quotidianamente, secondo uno stile preciso, vario, scritti bene. Mi piacciono ancor più quelli che puntano su un paio di post a settimana, per lasciar respirare e decantare gli scritti e i lettori.

Al momento temo sia difficile che il Noodles journal riesca ad emularli.

Ho sognato Troisi. Un’emanazione di Troisi. Eravamo in questa hall asettica, come fosse una sala d’attesa di un ospedale ma ancora più spartana e praticamente vuota, noi a parte. Quasi una stanza apocalittica, annegata in un bianco abbagliante. Ero contentissimo di poterlo toccare, di parlarci, pur sapendo che non era proprio in carne ed ossa. Ma la parlata, il tono, la mimica, c’erano tutte. Come al solito non c’è bisogno di alcuno scavo junghiano-freudiano, gli oggetti dei miei sogni si spiegano assai più banalmente: a dicembre dovrebbe uscire un numero di Quaderni di CinemaSud per ricordare Massimo, dove il sottoscritto s’è occupato di Scusate il ritardo.
Non contento ho sognato pure Tarantino. Nello stesso luogo. Chissà dov’è questo posto, c’è da pensare che ci passi un sacco di bella gente, presente e no. Gli chiedevo quando sarebbe uscito il dvd dei Basterdi. Quentin mi rispondeva in francese! Al che umilmente gli faccio: Quentin se parli in inglese forse forse qualcosa la capisco anche, in francese… ti saluto! E lui subito mi spiega (in inglese, gesticolando come fa… ma fosse napoletano? di origini napoletane? altro che tarantino, qua campano è!) insomma mi spiega che nel dvd vedremo una versione più lunga del film, una che in Italia non abbiamo visto, con scene nuove! In effetti, dal catalogo prossimamente di dvd-store, ci sono le scene estese

Giorni fa ho incontrato, dopo dieci anni circa, un’ex amica del liceo. Mi fa «Che fai di bello nella vita……credevo diventassi un grande scrittore….e invece?» con quell’aria negativa…
Mi son sentito come JD quando gli cadono i mattoni addosso.
Il guaio è che io quell’invece non lo vedo (ancora?). Per irresponsabilità, forse. Mi sto prosciuttando gli occhi? Certo a ventotto anni e ancora nessun libro pubblicato… (quei due tre sparuti racconti su rivista non è che facciano chissà che curriculum, anche perché non è che li abbia pubblicati sul New Yorker!).
Sarò uno scrittore tardivo? Ma tardivo quanto? Eh che diamine io già sono pigro e lento, se non mi smuovo…
Dovrei finire quel racconto lungo. Avrei due incipit che languono perché non so proprio che storia vogliano effettivamente raccontare. Magari tra un anno… Perché poi ho sti processi così lunghi?? Pigrizia. La vecchia amica.
Insomma dovrei darmi una regolata. Un’altra amica l’altro a una mia domanda apatica, ma quando combinerò qualcosa di concreto? Rispose tassativamente: Mai.
E che cazzo però? Che è tutta sta brutale sincerità? M’è venuto in mente Troisi in Pensavo fosse amore… Insomma ma che gli ho fatto a sti amici miei per ricevere cotanta brutale sincerità? Uno deve dire ma no prima o poi, vedrai… Almeno con me stessoperò devo chiarirmi: o scriviamo e raccogliamo un po’ di racconti per pubblicarli (ma poi uno produttivamente stitico come me si mette a distribuire i suoi “preziosi” racconti finiti alle riviste?). O almeno rinunciare definitivamente alla cosa. Insomma, prendere una decisione che sia chiara e definita e definitiva. Metterci un punto, alla situazione.

On air.
Dexter ost. – Astor’s birthday party

Passeggio molto, ultimamente. Da solo. Mi tiene compagnia solo il lettore mp4 che suona quasi esclusivamente la colonna sonora di Dexter. C’entra con la mia momentanea asocialità. Vedo poche persone in queste ultime settimane, un po’ per scelta, un po’ per costrizione (amici impegnati in varie cose). Mi annoia un po’ vedere certe persone. Problema mio, per carità; ogni tanto ho bisogno di questi momenti solo miei, di starmene un po’ per conto mio. Mi piace. Vado al cinema, passeggio, leggo, guardo qualche buon telefilm.
Penso a un po’ di cose. Mi faccio largo tra i passanti, guardo le altre persone che parlano, strusciano, si scansano. Ho la sensazione di muovermi al rallentatore, di essere un visitatore spaziale, curioso e tranquillo, e distante da tutti. Mi va bene così. Rifletto. Oh, banali questioni, per carità; i soliti pensieri, le solite frasi che uno necessariamente si trova fra le sinapsi quando giunge sotto i trenta. È che dovrei trovarmi un lavoro serio, le lezioni private non portano a nulla, e non è che ci guadagni chissà quanto. Certo non tanto da rendermi indipendente. Non ci vado neanche vicino. Mi ci pago gli extra, ecco. Che non è male, per carità, ma non mi permette di progettare nulla. Progettare cosa, poi, non saprei. Non so neanche che voglio fare “da grande”. O meglio, lo so, ma dovrei riuscire a raccogliere un numero sostanzioso di racconti, che al momento proprio non ho. Molti semi d’idee, ma nessuno germoglia sul serio in racconto. Aspetto.
Dicono che la letteratura, scrivere, abbia un effetto psicanalitico. Credo bisogna produrne a valanghe, però, prima che essa sortisca qualche effetto. Ho scritto quel mini-racconto per il blog della Garlaschelli, ma la mia ipocondria continua a espandere i suoi tentacoli indisturbata; è incontrollata. Ho la sensazione di combattere con una piovra da qualche anno a questa parte.
Non vorrei lasciare Napoli. Sono un po’ come Turner ne I tre giorni del Condor che non sapeva vivere senza la sua New York, anche sapendo che questo lo condannava. Ma dove trovi lavoro decente qua? Oddio, non che su la situazione sia molto diversa, ormai.
Ho questi capelli che dopo l’inizio della caduta qualche anno fa ormai sono imprendibili. Già avevo le vertigini, in partenza. Figuriamoci quando si fanno meno compatti. Dovrei tagliarli più spesso; non mi ci sono mai visto col capello rasato, anche se è lì che dovrò andare a parare, ormai si sa. Pensavo di comprarmi un cappello, come quelli che porta Tom Waits. Mi sono sempre piaciuti, ma non sono uno che indossa cappelli, in genere. Potrei decidermi, unendo l’utile al dilettevole.

Vorrei avere più storie al mio arco, e invece faccio sempre una gran fatica a trovarne. Ogni tanto passano delle idee, al momento galleggiano in tre sulla sommità dei miei pensieri, ma – conoscendomi – so che ho bisogno di lasciarle decantare per una settimana, almeno, prima di capire se sono solo delle buone idee o idee per un racconto in senso stretto.
Perché c’è differenza, lo sappiamo.
Un conto è una bella trovata, tutt’altro una trovata che abbia un inizio un centro e una fine.
Oppure spesso mi ritrovo con delle intuizioni che possono sembrare carucce ma che rischiano di tramutarsi in una specie di pezzo di “bravura” (rigorosamente virgolettato) senza anima e senza calore, che sia cioè solo una mera applicazione di un’ideuzza. Le più pericolose, in questo caso, sono quelle ironiche. Per scrivere cose ironiche devi essere blindato come un armadillo e avere una padronanza da impallidire, se no inanelli solo una sequela di battute a effetto che al terzo paragrafo hanno già stancato.
Le tre sopracitate sembrano molto fortemente idee per una sequenza o due. Mi sa che devo lasciarle a macerare nella loro pozza. Chissà che più in là non leghino con qualche altra idea e dalla loro unione poi… un raccontino nascerà…

Letture/Scritture

«Avevo deciso di realizzare Zelig e Una commedia sexy in una notte di mezza estate simultaneamente. […] Le difficoltà furono dovute al fatto che non ti rendi conto che tutto il tuo nucleo, la tua essenza si concentra su una sola idea e non molla la presa. È molto difficile staccare e passare all’altra, perché sei assolutamente concentrato sulla prima. Come mi diceva Marshall Brickman, quando lavori su qualcosa, ci lavori anche quando non lo sai – quando mangi, quando cammini per strada, quando dormi – ci lavori anche quando pensi di aver staccato».

Eric Lax – Woody Allen, Conversazioni su di me e tutto il resto, Bompiani, p. 135

Non voglio certo paragonarmi al genio di Woody, ma quando ho letto questo passo dal libro intervista pubblicato or ora da Bompiani – a proposito, è magnifico, lo consiglio a tutti gli amanti del regista – ma mi ci son rivisto nel mio piccolo mondo creativo che è da mesi che sono un po’ diviso tra due racconti: quello ormai storico e lievitante (siamo a 34 pagine per ora e non piglia la via di finire, ancora) e quel raccontino delle gambe in ascensore. Il guaio è che spartire l’impegno e il tempo – che già è poco per uno sfaticato come me, il tempo ci sarebbe so io che so sfaticato con l’impegno – tra due idea finisce per non farti concentrare bene. O meglio, ti concentri sull’idea grossa che ti attira di più (le donnine gaie) e lasci un po’ nel limbo l’altra. Il problema è il solito: c’è questa storia annosa (nel senso che dura da anni ahah) che per qualche motivo anche di fronte alle incertezze, ai blocchi, allo schifo per la riletture di molti passi, resta sempre viva nella mia immaginazione, ho sempre voglia di scriverla, di migliorarla. Forse sono i personaggi, li vivo talmente, li sento così vicini, li conosco bene che ormai non potrei mollarli neanche se volessi. Penso a loro anche quando non ci penso.
Ed è per questo che il ragazzino sta in ascensore a languire. Non vorrei che uno di questi giorni apro il file del suo racconto e ce lo trovo morto stecchito, dentro. L’idea tiene, mi piace ancora, è magari lo stile in qualche punto che va rivisto, e l’intreccio un po’ ripetitivo, ma la materia ci sta ed è caruccia, almeno per me. Il guaio è che non sempre una bella idea diventa per forza un bel racconto. Specie se tu non sei convinto al 100% o sei distratto – appunto, anche inconsciamente – da qualcos’altro, un Moloch personale ormai. In verità, però, è anche che mi appresto alle battute finali e un po’, ogni volta che sto per finire, mi cago sotto per paura di rileggere e vomitare sulle pagine una volta lette insieme tutte d’un fiato, e un po’ è che proprio non son ancora riuscito a trovare un finale adatto. Ho due opzioni e nessuna mi convince. Lots of ideas. No goods one. Al limite cerco di uscirmene da quest’ultima aggiustata al quasi-romanzo e poi mi decido, mi lego alfieramente alla sedia e faccio uscire sto ragazzino dall’ascensore della mia testa. (Anche perché questo saliscendi mica mi fa bene).