Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il figlio, Philipp Meyer

«Mi hanno profetizzato che sarei vissuto fino a cent’anni e siccome li ho compiuti non vedo perché dovrei dubitarne. Non morirò da cristiano, ma il mio scalpo è intatto e se esiste un terreno di caccia eterno, lì sono diretto».

«Diventeremo padroni di tutto. All’infuori, ovviamente, di noi stessi»

«rubavano una cosa e poi pensavano che nessuno avesse il diritto di rubarla a loro. Ma in fondo era quello che pensavano tutti: se prendevi una cosa, avevi il diritto di tenerla per sempre».

Tre punti di vista narranti, tre personaggi di una stessa famiglia appartenenti a tre generazioni diverse (bisnonno, nonno e nipote donna, ultimo baluardo della famiglia McCullogh), tre voci che si alternano lungo tutto il romanzo facendo rimbalzare la storia avanti e indietro, secondo un tempo circolare, immobile, a segnare la predominanza dell’eguale, l’estensione della violenza (della volontà) a diversi gradi dell’evoluzione storica e personale. Meyer ha scritto davvero un grande romanzo americano, una saga imponente (546 pagine) che attraverso centosessant’anni di storia, dalla Frontiera agli indiani, dalla guerra di Secessione al Vietnam, dai grandi allevatori ai petrolieri, dallo sterminio degli indiani alla cacciata (violenta) dei messicani americani, racconta un’epica del sopruso, sineddoche dell’Imperialismo americano e non solo. Scegliendo come punti cardinali Omero e Melville, Marquez e Faulkner e seguendo le orme dei grandi topoi statunitensi (il western, gli indiani, la colonizzazione, i cowboy, l’allevamento, il petrolio – con tanto di riferimento ironico al film di Stevens), Meyer fa ruotare la storia intorno a tre personaggi e una folla di comprimari, ma è ovviamente il capostipite Eli McCullogh la spina dorsale della famiglia e della storia, in ogni senso (anche temporale visto che campando oltre i cent’anni tocca tutte le generazioni). Coacervo di contraddizioni, lo conosciamo da ragazzino alla morte, vittima e poi carnefice, americano e indiano, forza divina legata alla terra e insieme luciferina volontà di potenza e sopraffazione. Se quando leggiamo vogliamo perderci in una storia e nei suoi personaggi fino a che essi si sostituiscano parallelamente alla realtà, allora Il figlio è il romanzo per eccellenza. Uno di quei romanzi che ti riconciliano col senso profondo della narrativa.

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