Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Doctor Sleep, Stephen King

Non sono mai stato uno di quelli che Shining, un capolavoro, mi sono cacato sotto, anzi, per me non è neanche tra i migliori di King anche perché schiacciato dalla rivisitazione cinematografica di Kubrick (e, caro Stewie, rassegnati, è un cazzo di capolavoro e ha potenziato a mille il tuo libro). Chiusa questa storia, non è che smaniassi per sapere cosa era successo a Danny.
In giro ho letto molti commenti e com’è normale per uno scrittore da folle oceaniche come il creatore di It i toni vanno da un estremo all’altro, dall’incenso a profusione che a momenti ti manca il respiro a mobilitazioni per un rogo immediato. La verità sta nel mezzo, credo.
Doctor Sleep i suoi difetti ce li ha, è inutile nascondersi dietro la luccicanza, e alcuni direi che sono topici del suo autore, e quindi a volte mi chiedo se abbia senso elencarli, cioè se non siano aspetti che magari a me fanno storcere il naso, ma essendo il modo in cui la vede King, il modo in cui la vede in materia di scrittura, intendo, allora tanto vale darsi pace. O non leggerlo più. E col cavolo che mi perdo le invenzioni di quello che rimane il più grande cantastorie vivente. Facciamocene una ragione. King è un narratore più che un autore, è uno che ha bisogno di raccontare come noi di mangiare e andare al bagno, naturalmente, irrefrenabile, deve dare voce a mille personaggi che chiacchierano nella sua testa, deve dare spazio a schieramenti infiniti di fantasmi che gli bussano sotto al letto.
E con questo non intendo negarne i difetti. È un evidente bulimico, tempo fa deve aver fatto una gran bella discussione con la sintesi e da allora, temo anche incitato dagli editori, non ci ha più parlato. Mi sono abbuffato di suoi romanzi per una decina d’anni durante l’adolescenza, poi c’è stato uno iato abbastanza lungo prima che vi tornassi. Ecco perché non saprei dire (non ricordo) se questo eccesso è un problema attuale o è sempre stato così e la cosa da fastidio solo al me-stesso-lettore trentenne mentre scivolava come coca-cola per quello sedicenne. Né risolve la faccenda il fatto che anche leggendo alcuni romanzi vecchi, sfuggitimi all’epoca della grande immersione, ritrovo quei difettucci.
Che poi è principalmente uno: King scrive troppe cose, vuole per forza raccontarci troppi precedenti, perdendosi di fatto in delle regressioni che potrebbero essere molto più scorrevoli e arrivare subito al punto. È una cosa che Doctor Sleep condivide con 22/11/’63, dove peraltro la mole più consistente portava anche a un ancor più lunga “introduzione”. Fermo rimanendo che l’excursus fanta-temporale resta superiore al sequel di Shining, tuttavia, proprio perché un po’ più breve, la stagnazione in quest’ultimo romanzo del Re da meno fastidio. Poi, ripeto, magari dipende da una faccenda personale, sto diventando più vecchio e tengo meno pazienza, e quando si usano tre pagine (sebbene tre pagine scritte benissimo, che non ti annoiano in senso stretto) dove potrebbero bastare tre paragrafi, allora un po’ ti secca. Specie in quei finali “à la King”, quando il confronto finale si trascina per due capitoli interi. Finisce che si allunga troppo, il brodo si annacqua e la tensione svanisce.
Eppure, eppure. In un certo senso anche in questo sta la grandezza dell’autore. Anche in un romanzo che resterà sicuramente nel secondo scaffale, King conferma di non avere pari, anche dimenandosi continuamente tra alti e bassi. Per dire il Vero Nodo è una delle creazioni più spaventose della sua ultima produzione, un ritorno a quelle storie che – lo cito – hanno fatto cacare sotto i suoi lettori, e tuttavia il Vero Nodo funziona più come gruppo, ma poi presi singolarmente, esclusa Rose, i suoi componenti sono di carta velina, e King si fa sfuggire almeno un grande gancio narrativo con Andi Serpente, personaggio solo abbozzato che invece poteva riempire da solo mezzo romanzo. Che è un po’ il problema con King: butta dentro tanta di quella roba che poi deve fare i conti con i problemi derivanti dall’eccesso di chiacchiere così come quelli dipendenti da eccessiva parsimonia. Accanto a idee geniali, cadute vertiginose, in un capitolo omicidi di gruppo rituali che ti attaccano addosso una sensazione terrificante di violazione e ferocia calcolata e nell’altro se ne viene fuori con malattie trasmessa tramite l’aura o lo shining (???), a scavi interiori degni di un manuale di psicologia si oppongono scambi dialogici da farti cadere le braccia, è un fenomeno a raccontare le debolezze della dipendenza (principalmente d se stessi) della maturità così come i timori e le scoperte dell’adolescenza, è il migliore a raccontare il disagio, il sentimento violento e deviato, ma poi scrive dialoghi da pennivendolo di fronte a due personaggi che dichiarano di volersi bene.
Ma questo è King. Prendere o lasciare. Non sono tra quelli che lo difendono a oltranza o per partito preso, ma non mi piace neanche dargli addosso quando, pur di fronte a un’opera media, mi regala almeno un pugno di idee, immagini e personaggi che gli altri scrittori pagherebbero a sangue per averne anche solo un assaggio.

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