Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Canada, Richard Ford (2012)

Se c’è una cosa che ammiro negli scrittori americani è il valore esperienziale che riescono a infondere nei loro romanzi. Spesso, arrivato alla fine, hai la sensazione di aver sbirciato per un attimo in un arco di tempo che raccoglie una vita intera, sottobraccio del narratore o del narratore protagonista, come in questo caso.

Per alcuni il libro è troppo prolisso. Non c’è dubbio che Ford se la prenda comoda, che annunci un evento per poi rimandarne l’effettivo racconto di continuo, o che si ripeta più volte su alcune questioni fondamentali. Altra verità è che Canada, a conti fatti, è davvero povero di eventi. Due sono le tragedie che Dell subisce e a cui assiste, impotente. Intorno, nient’altro: solo la sua vita interiore e l’analisi delle ripercussioni di quei fatti sulla sua vita. Inoltre il libro è nettamente spaccato in due (o in tre, se vogliamo aggiungerci la coda-epilogo); due parti legate dal punto di vista tematico e simbolico, prima che o ancor più che da quello narrativo.

Ma quello che sembrerebbe un elenco di difetti è in realtà il cemento armato di Canada. Come ogni grande scrittore (sono al suo primo libro, ma ho già in libreria, da tempo, Sportswriter) Ford plasma e piega le regole alla sua creatività. A cominciare da quel confine attraversato, che segna la cesura delle due zone del libro che allude a un confine reale, ma anche ai confini posti dalla vita, i punti di non ritorno della crescita e delle azioni delle persone che si riflettono sugli altri. Altra colonna del libro è la prolessi, figura principe per marcare una scrittura memorialistica che punta ad analizzare il senso dei fatti più che raccontarli: Dell/Ford anticipa più volte, sin dall’incipit, i fatti che narrerà in seguito, puntando da un lato all’organizzazione del pensiero e del racconto, dall’altro a una riflessione profonda su caso e destino, un intreccio che alla fine il lettore sente di aver vissuto e attraversato di fianco ai personaggi.

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