Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Epicedio

Una delle migliori qualità di noi esseri umani è la capacità di indirizzare l’affetto e le emozioni in modo trasversale. Possiamo amare una persona come un animale ed essere felici condividendo un po’ del nostro tempo con una palla di pelo a quattro zampe che non parla e interagisce solo col linguaggio del corpo o degli occhi.

Nove anni sono tanti. Avevo ventiquattro anni quando Vincent mi fu regalato. Oggi ne ho trentatré. Questo significa che il mio gatto ha condiviso con me quasi dieci anni della mia vita, ci siamo visti ogni giorno, è stato testimone di tanti eventi, belli e brutti, silenzioso, ma sempre presente.

Gli ho dato da mangiare mattina e sera di ogni settimana e l’ho curato quando stava male. Tre volte in particolare l’abbiamo davvero strappato alle grinfie dell’oblio. L’ultima un anno e passa fa, quando – in seguito a uno scontro con un altro gatto del vicinato – un morso gli aveva infettato e gonfiato la mascella impedendogli di mangiare e bere. Per una settimana gli ho infilato in bocca le compresse e gli ho dato l’acqua e il latte e il sangue della carne bollita con una siringa e per quasi un mese gli ho medicato e disinfettato la ferita contrastando le sue baruffe da animale, in nome di una responsabilità di cui siamo investiti nel momento in cui scegliamo di crescere un animale che dipenderà da noi per molte cose.

Non m’era mai capitato di riuscire a tenere un gatto per tanti anni. Ne ho avuti un bel po’ da quando abito in una casa con giardino e – vivendo a stretto contatto con una strada – il rischio di investimento è sempre stata la principale minaccia. Più di un gatto è se n’è andato così, altre volte semplicemente sparivano, forse investiti in altri luoghi, forse avvelenati, forse raccolti da qualche sconosciuto che li credeva senza padrone. Vincent è rimasto con me per nove anni. Ho confrontato su internet: nell’età gattesca nove anni corrispondono a cinquantatré umani. Non era proprio vecchio. Avrebbe potuto vivere ancora un bel po’. E ormai ci speravo. Dopo tante volte che se l’era scansata, dopo che ti dici avrà imparato a non attraversare la strada, è anche per questo che sta ancora qui e non sotto terra, dopo che la maturità gli ha conferito un’indolenza ancora più sorniona, tanto da fargli passare le giornate a dormire e poltrire… Un po’ iniziavo a sperarci che sarebbe morto di vecchiaia, che l’avrei accudito sino all’ultimo e che se ne sarebbe andato con dolcezza, chiudendo semplicemente gli occhi. Con me accanto. Invece è morto da solo, in strada.

Quando due settimane fa, di venerdì sera, chiamato dai vicini, sono uscito in strada pensavo che non fosse lui. Anche se l’avevo chiamato prima in giardino e non era spuntato fuori. Ma altre volte m’era capitato di avvistare un gatto in strada, morto, e di pensare quello è Vincent e poi tirare un sospiro di sollievo quando mi accorgevo che m’ero sbagliato. Sono uscito, l’altro giorno, quasi sicuro, o volendo essere sicuro che non fosse lui.

Sono andato a prenderlo dalla strada. Anche perché glielo dovevo. Mi sono preso di cura di lui quand’era vivo, sapevo che l’avrei fatto anche dopo. E da solo. C’erano anche i miei genitori, ma raccoglierlo, seppellirlo erano cosa che spettavano a me solo, anche se mentre buttavo giù le palate di terra cercavo di non incrociarne gli occhi, anche se ci ho messo un quarto d’ora a rigirarlo per trovargli una posizione “comoda”, perché non potevo lasciarlo con la testa sotto il corpo tutta storta, perché dovevo metterlo a “dormire” in una posizione naturale.

La perdita di un gatto non può essere neanche paragonata a quella di un essere umano, chiariamo questo altrimenti ragioniamo viziati. Ma ciò nulla toglie all’affetto sincero, al legame forte che si instaura. Negli ultimi anni Vincent viveva quasi in simbiosi con me. La maturità l’aveva reso un po’ più guardingo nei confronti degli altri. Se entrava in casa mi seguiva ovunque andassi. Se stavo seduto accanto al pc si accovacciava accanto alla sedia senza dire nulla. Quasi dicesse fai pure, Antò, io sto qua. Quando hai finito mi fai due coccole, io aspetto. Sempre molto tranquillo, mai invasivo. Gli piaceva la quiete. Quando c’era troppa gente o i bambini, batteva in ritirata. O litigava col gatto più giovane che in virtù della sua verde età è tutto pieno d’energia e vorrebbe ingaggiare lotte continue, anche se alla fine le prendeva sempre. Quando Vincent era più giovane lo sfottevo, gli tiravo i baffi, gli strizzavo il muso o gli abbassavo le orecchie. Negli ultimi anni limitavo le seccature, lasciando ampio spazio alle carezze semplici. Lo chiamavo amico, compare, gli parlavo in napoletano. Non che m’aspettassi che mi capisse, ma era un gioco nostro, divertente e a me bastava che lui sapesse che quelle sciocchezzuole erano rivolte a lui. E mi piace pensare che lo sapesse e che io potessi leggerglielo nei suoi occhi blu.

Vincent è stato l’ultimo dei gatti che ho chiesto apertamente e che non è capitato qui per caso ed è rimasto accolto da noi, com’è avvenuto spesso anche in questi nove anni: vari baffuti gli hanno fatto compagnia per un certo periodo di tempo. Lui era l’istituzione, loro di passaggio. Che poi è quasi sempre stata questa la regola a casa mia.

Ora anche il suo passaggio è concluso e il giardino è vuoto senza di lui. Mi manca, certo. Mi manca non trovarlo al mattino fuori la porta che chiede i croccantini, mi manca tornare a casa e non trovarlo a dormire sulla sedia a dondolo, mi mancherà in futuro. Però penso a tutti i momenti belli che abbiamo trascorso insieme, in questi nove anni, e non sono pochi.

Due ore prima che succedesse ciò che è successo ce ne siamo stati sul muretto del patio, seduti uno accanto all’altro e l’ho accarezzato e coccolato per una mezz’oretta. Non sapevamo fosse l’ultima, ma forse è meglio. Ho avuto un ultimo bel ricordo insieme.

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2 risposte a “Epicedio

  1. UnoDiPassaggio 2 settembre 2013 alle 2:08

    😦
    Mi spiace, Antò.

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