Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Joyland (Stephen King, 2013)

Ho una mia teoria su Stephen King, neanche tanto originale, che è questa: è uno scrittore di enorme talento, frenato quasi sempre dall’idea che di lui si sono fatti i suoi lettori, o il mercato (che è poi la stessa cosa, più o meno) o dall’idea che lui pensa che gli altri si siano fatti.

Joyland non sarà certo annoverato tra i suoi capolavori, è un romanzo che vola volutamente più basso, che ha una marea di difetti come l’insistenza un po’ troppo studiata sulla nostalgia del passato e sulla volontà di convincere e coinvolgere della stessa il lettore,  una forma da whodoneit non proprio oliata, un assassino misterioso la cui identità si svela con un escamotage che è, paradossalmente, brusco e insieme prevedibile, ma soprattutto Joyland ha un armamentario soprannaturale inutile e addirittura controproducente. Avrebbe potuto essere un libro assai migliore senza quella leggerissima patina da ghost story, che peraltro appare tardissimo e quando appare rivela anche i momenti più deboli del romanzo. Forse il problema è che dopo quarant’anni passati a spaventare la gente, anche dopo la “svolta” rinvigorente degli anni Novanta, anche il Re del Brivido non sa più cosa inventarsi. Ma soprattutto, e torniamo all’inizio di questa recensione, è evidentemente vincolato dalle aspettative dei suoi lettori, dal risvolto industriale della sua produzione. Non mi da fastidio l’horror in sé o che King sia uno scrittore di genere, mi infastidisce il fatto che – e lo noto sempre più massicciamente negli ultimi romanzi – il soprannaturale è sempre la parte debole di racconti altrimenti splendidi, perché sono storie che farebbero a meno di tutta la chincaglieria da baraccone delle streghe.

Eppure Joyland non si  lascia archiviare facilmente, merito di un epilogo commovente che sceglie la sfasatura temporale per concludersi, merito di un climax d’azione che si allunga un po’ meno rispetto al solito, anche perché il romanzo è breve, brevissimo per gli standard kinghiani, che è poi un altro punto a favore, visto che non si perde in rivoli inutili – ultimamente mi capita di non reggerlo più sulla 700 e passa pagine, lo ammetto. E, ovviamente, si lascia leggere spedito. E mica è poco. Dalla seconda metà diventa addirittura impossibile riuscire a posare il libro: le ultime 150 pagine le ho lette tutte di filato.

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