Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

La migliore offerta (Giuseppe Tornatore, 2013)

Avevo qualche pregiudizio nei confronti del ritorno in sala di Tornatore generato dai deludenti risultati delle ultime opere. La migliore offerta non è esente da difetti, ma conferma una certa idea che m’ero fatto, e cioè che queste piccole opere apolidi si rivelano quelle più ambiziose e personali, quelle in cui il regista può scrollarsi di dosso l’immagine a volte costringente (Malèna, Baària) che gli cuce addosso una certa critica e di cui Tornatore finisce succube, per costruire mondi e personaggi che offrono maggiore possibilità identificazione proprio nel momento in cui è più disciolta la loro connotazione geografica.

E il mio gradimento dipende non poco dal fatto che La migliore offerta si avvicina molto a quello che considero da sempre il miglior titolo del regista, Una pura formalità. Anche qui il meccanismo narrativo (quasi) perfetto nasce dallo scheletro essiccato del giallo, stavolta quello classico su modello della Christie. Un giallo che non ha neanche bisogno dell’omicidio, ma solo dei vettori astratti del genere per ragionare di vero e falso, di arte e vita, all’interno di una claustrofobia dominata dall’assoluto protagonismo di un maniacale e perfetto Geoffrey Rush. Il suo personaggio vive in un tempo – i capelli tinti – e soprattutto in uno spazio congelato – i guanti – finché l’incontro con una donna, agorafobica, non smantella la sua vita dalle fondamenta, dirigendo i binari del film verso il noir, prima, e il giallo classico poi.

Si può discutere delle metafore troppo evidenti, di qualche dialogo troppo didascalico o dell’ingerenza eccessiva delle musiche (un problema, questo, quasi endemico per le composizioni di Morricone); sarebbe tempo perso: un’opera non è soltanto la somma delle sue parti; la realizzazione artistica rinnega l’addizione numerica e invoca sempre e soltanto le tracce misteriose che di sé lascia nello spettatore (o nel lettore). La migliore offerta ti riecheggia nella testa a giorni e giorni dalla visione (l’ho visto quasi una settimana fa): non è forse questo che cerchiamo in una sala oscura, che ci lasci qualcosa che sedimenti dentro di noi anche molto dopo che le luci si sono riaccese?

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