Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Vita di Pi (Life of Pi, Ang Lee, 2012)

Sarei tentato di scrivere che dopo aver visto Vita di Pi m’è venuta voglia di possedere una tigre come Richard Parker, e chiudere qui la recensione, aggiungendo solo che mi sono pure sognato il mio gatto, Vincent, in versione più grossa e tigrata che dominava il giardino. (In effetti da quando son tornato dal cinema non faccio che osservare i miei felini alla ricerca delle similitudini). Ma poi mi dico che ormai già ci scrivo con rarità su questo blog, quando lo faccio che almeno ci metta un po’ di impegno. Anche perché mi sono preoccupato di vederlo ben due volte, questo film: alla prima sono andato al Warner allo spettacolo pomeridiano e ho scoperto che c’era solo la proiezione in 2D, ma mentre scorrevano le immagini era sempre più evidente i loro solido legame alla terza dimensione. E lo dice uno che non va matto per essa. Così oggi sono tornato, sempre al Warner, per lo spettacolo in 3D ed ho visto il film nella sua completezza. Ang Lee è riuscito a trasformare quello che ormai per molti è solo un mezzuccio per sfilarci più soldi in un elemento fondamentale per la realizzazione e per il compimento poetico del suo film.

Vita di Pi è una parabola sulla fede, un racconto mitico e simbolico, un’epopea personale, un romanzo di formazione e di ricerca. E mentre i minuti scorrono ci si rende conto che il concetto di fede è da intendersi nel suo significato più vasto: l’ambiguità del finale rivolta in un certo senso la storia che ci è stata raccontata (letteralmente) e all’interlocutore-spettatore è chiesto un atto di fede e una scelta. Ed è qui che la magnificenza delle immagini e dei colori, resi spettacolari dal 3D, si fondono con il concetto del meraviglioso narrativo, del racconto autobiografico che sfuma nell’invenzione o forse no. Il racconto di una salvezza è salvezza esso stesso, e non conta più cosa è vero e cosa falso, perché sono categorie ormai superate.

Le immagini create (perfetta la fusione tra riprese originali e CGA) da Ang Lee e dal direttore della fotografia Claudio Miranda (collaboratore di Fincher e autore delle atmosfere di Zodiac) evocano la presenza del divino nella natura, mettendo a contrasto l’infinitezza del mare e dell’orizzonte con la bianca scialuppa su cui vanno alla deriva Pi e Richard Parker, una tigre del bengala di duecento chili. Ed è proprio Richard Parker il centro gravitazionale del film, la sua bellezza e il suo mistero, uno sguardo in bilico tra istinto selvaggio e ipotetico raziocinio sentimentale. Da questo punto di vista la chiosa scelta dalla storia di questa improbabile amicizia è splendida e perfettamente coerente.

Una volta usciti dalla sala si ha la sensazione di aver visto qualcosa di diverso, che la tecnologia sia riuscita a trovare il punto di incontro con la poesia per dar vita a uno spettacolo strabiliante, che toglie il respiro, grazie a una regia che pur confinata per tre quarti del film su una scialuppa con due soli protagonisti e neanche della stessa specie riesce a raccontare a ogni inquadratura una vita, un mistero, una rivelazione.

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