Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Le belve (Savages, Oliver Stone, 2012)

Le belve è un film che si guarda tutto sommato con interesse e partecipazione sino alla fine, a patto di superare i primi venti minuti che sono un concentrato del peggior kitsch alla Stone e della Lively che si accoppia con chiunque in multiple posizioni riuscendo ogni volta a restare vestita.

Dopo veniamo consegnati a una faida abbastanza confusa e non molto credibile, sorretta però da un certo ritmo, al netto di alcune lungaggini, servito da un trio di comprimari che farebbe brillare pure le pietre: dal killer baffuto di Del Toro, che a quanto pare ama sprofondare in questi figuri laidi e sfatti, alla rejna Salma Hayek, sino all’agente dell’FBI interpretato da un John Travolta che gioca (bene) a fare l’ambiguo e il codardo, segnandosi (con quel poco che appare) come uno dei motivi per cui vale la pena vedere questo film.

Sì perché il terzetto dei protagonisti che si contrappone a questi tre sono poco più che delle belle figurine (forse Taylor Kitsch – nomen omen per l’ultimo Stone – se la cava un po’ meglio) e la mistura di questo triangolo di open love tra rigurgiti di controcultura hippy e battute votate al più trito romantichese (la giustificazione della Lively al fatto di andare a letto con entrambi si traduce in un roba che neanche una ragazzina di quattordici anni: con uno faccio sesso e con l’altro l’amore) è insopportabile. Fortuna che la questione occupa giusto il primo quarto del film, che è anche la tranche in cui la Lively fa effettivamente qualcosa prima di essere parcheggiata per i restanti tre quarti. Poi magari c’è gente che la adora ed è tutta per lei, a me non fa né caldo né freddo. Come donna. Come attrice, poi non ne parliamo neanche: il suo voice over, già troppo presente, sconta anche la sostanziale caninità di un tono senza variazione.

C’è stato un tempo in cui Stone i film li sapeva fare, non è mai stato uno col piede leggero, è vero, ma se non altro agli inizi riusciva a mettere insieme il tutto con un certo gusto. E se il sequel di Wall Street, che ha preceduto due anni fa quest’ultimo lavoro, aveva mostrato qualche ritorno di sobrietà (pur in un film riuscito a metà) stavolta siamo tornati in pieno campo minato. La presenza di qualche inquadratura ricercata e soprattutto quel doppio finale che vorrebbe strizzare l’occhio alle costrizioni che Hollywood impone ai registi, sembrano confermare in realtà che Stone abbia proprio perso il contatto con la realtà e il cinema contemporanei, infilandosi in un cul de sac alla lunga risibile. E quindi, arrivati ai titoli di coda, ti accorgi che sì non ti sei annoiato e che più di una sequenza hai anche vissuto l’adrenalina dell’azione, ma si tratta di un piacere passeggero, una cosa che dimentichi dopo una mezz’ora.

p.s. Stavolta davvero ci vuole. Mi inalbero spesso per i trattamenti linguistici riservati alle edizioni italiane dei film, ma con Savages che ho visto in originale ho potuto notare che pure gli americani, spesso, commettono lo stesso peccato. Non saprei come spiegare altrimenti sequenze intere in cui personaggi ispanici parlano tra loro in americano. Ma con forte accento spagnolo, eh.

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