Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Nel nome dello zio (Stefano Piedimonte, 2012)

L’idea che mette in moto l’intreccio è geniale: un boss della camorra talmente appassionato del Grande Fratello da rimandare qualunque cose, anche affari importanti, anche durante la latitanza; ecco allora la trovata dei suoi luogotenenti, mandargli un messaggio tramite la Casa, infilando all’interno un loro uomo. Che più che uomo è un giovane. Un giovane pusher con la pelle bruciata dalle lampade e le sopracciglia a taglio di gabbiano.

Il pregio più alto dell’esordio di Piedimonte è quello di aver fotografato con l’arma della satira uno stato delle cose, riuscendo a tenere il romanzo su una doppia traccia tra realismo e paradosso. Gli anni di militanza da giornalista di strada si vedono nel modo in cui racconta i Quartieri Spagnoli, ma sono anche il limite della sua scrittura. Lo stile di Piedimonte ha un ritmo innegabile, il romanzo si legge in poco tempo, ma scrivere per i giornali e scrivere narrativa sono due cose diverse e qui la questione sfugge spesso di mano. Si scontrano, senza trovare l’alchimia di Gomorra, la tensione informativa e quella emozionale, insieme a qualche ingenuità da esordio: da un lato personaggi di basso rango che parlano un italiano perfetto per recuperare solo a volte una più credibile inflessione dialettale, l’uso di un’ironia che offre belle trovate (specie nei dialoghi) ma che troppo spesso viene invalidata da una frase di troppo, come se Piedimonte non avesse ancora la sicurezza delle proprie parole, dei propri azzardi e sentisse sempre il bisogno di rettificare. Due errori topici, credo, di un esordiente.

All’incontro tenutosi alla Feltrinelli giorni fa, per la presentazione del libro, Piedimonte ha detto di averlo scritto in tre mesi. A giudicare dalla resa, e soprattutto dall’evidente calo che il romanzo subisce nel mezzo, forse una maggiore spesa di tempo avrebbe dato ben altro lustro a un lavoro cui in fondo non si può volere troppo male, pur nelle ingenuità, una storia che nelle battute finali prende il volo e avanza con un ritmo inarrestabile (e un paio di plot twist niente male), finendo però con un epilogo in cui l’equilibrio tra satira e realismo si sbilancia troppo sul primo elemento, con una trovata – anche in questo contesto – davvero troppo di comodo, una coincidenza che sembra usata più per il gusto dello sberleffo finale che per rispondere a un’esigenza narrativa più intimamente legata alla costruzione della storia.

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