Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

«Oh quanto è corto il dire e come fioco/ al mio concetto!»

All’ultimo anno di liceo non facevamo che ripetere questa presa in giro, che il Dante del Paradiso fosse un poeta sotto acido, l’unico strumento lisergico capace di generare quelle immagini e sonorità così impalpabili; mentre altre droghe avevano dato sostanza alle visioni dei due altri regni dell’oltretomba.

In realtà era un modo per girarci intorno, per sminuire la complessità di quel testo così difficile da comprendere. In questi mesi, forse perché avevo alle spalle più di un anno di frequentazione col sommo poeta, ho fatto meno fatica di quanto ricordassi dai banchi del Liceo “Copernico”.

La poesia del Paradiso è più ardua perché più schiettamente filosofica e ragionativa, quando non più visiva e sonora. Mancano le figure tragiche dell’Inferno, a parlare è soprattutto la mente in uno straordinario sforzo di competizione con ciò che è – per concetto – al di fuori di quella mente, in un alto volo capace di ricongiungerla col suo fattore.

E dunque, se pure Dante dice a l’alta fantasia qui mancò possa, se questa è la cantica dell’indicibile e del sovrumano, non vedo perché dovrei io qui scervellarmi per riuscire a scrivere qualche riga sensata (e che suoni nuova) sull’esperimento più ardito che una mente poetica potesse partorire. Un esperimento, tra l’altro, riuscito a pieni voti.

Quindi, mi fermo subito e lascio tutto al silenzio. Il resto è silenzio, si diceva in un’opera che gareggia con questa per quantitativi d’inchiostro fatti imprimere su carta. Mi piace di più, qui, parlare di cose più futili, di coincidenze, di date. E già, perché, fatto curioso, avevo terminato la lettura dell’Inferno proprio nei giorni d’agosto dell’anno scorso, quasi negli stessi in cui ho terminato il Paradiso e la Commedia tutta, dunque. Non nascondo un granello d’orgoglio. Erano anni che volevo leggere la Commedia dal primo all’ultimo verso, tutta insieme, se non proprio di filato, e ci sono riuscito.

E basta anche con queste menate autocelebrative. Piuttosto la questione ora è: dove puntiamo adesso? Dopo aver attraversato l’opera più grandiosa che sia mai stata scritta in italiano, dopo esserci sentiti dei lillipuziandi di fronte al genio della creazione dantesca, dove possiamo approdare? Fermo rimanendo che ritroveremo il nostro Dante più in là, perché certo l’idea di leggere la Vita Nova e le Rime, mica m’è svanita. Ma ora è tempo di spostarci. Il primo nome che mi veniva in mente era Petrarca. Un salto banalmente cronologico, ma sarebbe anche giusto e mi permetterebbe di chiudere coi capolavori del Medioevo (avendo già letto il Decameron durante gli studi universitari). Ma come la mettiamo con l’altro desiderio letterario che mi gravita in testa da anni? Perché assolto, con inenarrabile piacere, il compito prefissato con Dante, non faccio che pensare a quanto sarebbe gioioso lanciarsi tra le ottave di Ariosto e brindare coi suoi cavalieri, le sue donne e le armi e gli amori. Anche qui, di nuovo, chiudendo un po’ un cerchio, visto che l’opera tassiana l’abbiamo già passata al vaglio. E dunque Orlando o Francesco?

Mi prendo qualche giorno per decidere.

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