Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Darkness on the edge of town

Il primo album del Boss l’ho ascoltato la prima volta nel 2001, grazie a queste uscite di cantautori americani che uscivano con L’espresso. Fu una vera bomba nella mia vita. Conoscevo alcuni pezzi di Springsteen, roba alla spicciolata, canzoni di cui erano imbevute pure i muri, ma non avevo mai ascoltato un suo album per intero e alle prime note di Darkness on the edge of town intuii, prima di capire, cosa volesse davvero dire essere un cantautore, essere un artista che non infila giusto un paio di canzoni buone in una scaletta, ma che pondera, decide, scarta, asciuga e alla fine rilascia ufficialmente solo quello che va dritto al punto che ha deciso di costruire.

La furia del piano e della batteria di Badlands, l’effetto che mi fece e che tuttora continua a farmi, me lo ricorderò finché campo. Quel disco era un concentrato rabbioso ma secco, un cazzotto ben assestato ma senza inutili orpelli. Quando ho ascoltato The promise ho apprezzato ancora di più Springsteen: ci vuole coraggio a lasciare fuori pezzi così belli, ma che in effetti – coi loro amoreggiamenti – poco c’entravano con la cappa di frustrazione e reazione inutile del disco ufficiale (eccezione fatta proprio per The promise, no perché lì, per lasciarla fuori, ci vuole un coraggio che sconfina quasi nell’autodanneggiamento.

La potenza di Darkness era anche e soprattutto in quella concentrazione totale, in quel pugno di canzoni di piano e chitarra e batteria, dove persino il fondamentale sax di Clemons veniva bandito quasi del tutto per avere un suono che sapesse di America interna, più che di metropoli.

Ancora oggi, alcuni dei miei pezzi irrinunciabili di Springsteen, stanno qua: dalla furia edipica di Adam raised a Cain, con quei formidabili versi che mi bruciano le sinapsi e i muscoli ogni volta che li ascolto (He was standin’ in the door, I was standin’ in the rain, / with the same hot blood burning in our veins), ma soprattutto con quell’assolo di chitarra che apre la canzone, squarciando subito l’atmosfera con un urlo elettrico e prolungato cui subito segue la voce di Springsteen che canta incazzato come poche altre volte gli ho sentito fare.

E poi c’era il verso di dolore senza parole ma ancor più eloquente che introduceva lentamente Something in the night  e crescere e crescere e accumulare per poi esplodere in quell’incrocio perfetto di piano e batteria che ancora mi fa venire la pelle d’oca.

Ed è per questo, e tanti altri motivi (non ultimo il fatto che Darkness come pochi altri album – non solo del Boss – è veramente un romanzo compatto a capitoli, song by song) che lo preferisco a Born to run. So che può sembrare un’affermazione grossa, ma pensateci un attimo: qui abbiamo dieci canzoni e tutte perfette; nell’album precedente forse ci snocciolano alcuni dei pezzoni (la title track, Tenth avenue, Jungland, Thunder road), ma l’intera scaletta non ha la stessa compatezza che si trova qua.

Poi, chiariamoci, se Darkness viene prima di Born to run, prima di loro viene The River che è uno degli album del cuore del sottoscritto, che ci sono delle canzoni che avrei volute scriverle io, per dire.

Ma insomma, la storia iniziava qui, undici anni fa. E continua che è una meraviglia, attraversata da uscite goduriose come il trentennale del disco con dvd a pioggia e i due dischi di The promise e libri vari che in questo periodo sto leggendo, che analizzano il canzoniere del poeta di Freehold e che mi stanno rifacendo fare un viaggio all’insegna della riscoperta di un mondo che ha pochi eguali e che sento mio da una decade bella grossa.

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