Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Dark Shadows (Tim Burton, 2012)

Non ero ben disposto nei confronti di Dark Shadows, sin dall’inizio il progetto non mi entusiasmava e i risultati del precedente lavoro di Burton non rallegravano di certo l’atmosfera. Quindi diciamo che sono entrato in sala con qualche remora, in parte subito fugata da un prologo figurativamente splendido, figlio di una regia sinuosa e aerea, carica di carrelli e dolly, di scogliere impervie, grandi magioni settecentesche e boschi notturni. Tutto il campionario burtoniano. Ma dopo qualche bella sequenza qualcosa ha cominciato a scricchiolare, paventando il rischio di un ritorno a casa per il regista, ma frettoloso, arraffando quello che c’era della sua argenteria gotica.

Eppure non è possibile liquidare Dark Shadows come un’opera fallita. Burton accusa stanchezza, senza dubbio, ma pure con tutti i difetti, il suo ultimo film non m’è dispiaciuto. Siamo lontani dal disastroso Alice in wonderland e per un Depp non proprio al massimo della forma (che per lui significa comunque una buona performance ma senza picchi da rilevare), una Michelle Pfeiffer che attraversa il film un tantino estraniata e una Bonham-Carter un po’ ripetitiva e arruginita con questi personaggi strambi, risponde un trittico femminile niente male: da Chloe Moretz adolescente apatica in odore rock a Bella Hatchcote, che ha un volto e una presenza che sono l’incarnazione perfetta delle eteree bellezze burtoniane; ma è chiaro che la vera punta di diamante è la strega Eva Green, non solo la più brava del cast, ma la più brava perché è quella che ci crede di più e finisce col trainarsi dietro l’intero film. Regge da sola una storia di rancoroso e possessivo amour fou a una direzione, accentra su di sé tutta l’attenzione ogni volta che entra in scena ed evoca un’ambiguità sentimentale che produce scintille nella sequenza di sesso tra lei e Depp, impegnati a distruggere un’intera stanza copulando su qualsiasi superficie in spregio alle leggi newtoniane.

E in più, seppure col rischio continuo di una certa vacuità, non si può non amare le atmosfere del film, evocate dalla fotografia di Bruno Delbonnel che riporta Burton alla cromia che ce l’ha fatto amare in passato. Ma il pregio maggiore di Dark Shadows è la libertà con cui il regista si muove, forse più interessato a inseguire sequenze e quadri a scapito dell’intreccio generale, tuttavia è innegabile la piacevolezza generata dal divertimento di lanciarsi in un rutilante susseguirsi di registri, siparietti e stili, dall’horror alla commedia, dal gotico alla soap. E se non tutto funziona, è comunque il segno di una ritrovata freschezza e forse delle possibilità di un rilancio (Frankenweenie?).

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