Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Chronicle (Josh Trank, 2012)

Chronicle parte da un concetto ormai basico del cinema dei supereroi post-Raimi, da quell’assioma per cui un grande potere può essere una maledizione, se non si sa come gestirlo. L’aspetto più interessante, anche se non nuovissimo, del film di Josh Trank è proprio concentrare quella direttrice sul suo aspetto negativo, sulla rabbia del nerd unita allo sconvolgimento ormonale che incide negativamente sui poteri portandone all’abuso. L’adolescenza è un momento gravido di sconvolgimenti nella vita di un ragazzo, una rivoluzione biologica e psicologica ben metaforizzata dai poteri che da un giorno all’altro questi tre amici si trovano a disposizione.

L’altro merito di Trank sta nel modo in cui ha traghettato quest’idea nella messinscena. Innanzitutto l’apparato degli effetti speciali è davvero ben fatto, contribuendo non poco al realismo del found footage. Ma l’idea veramente vincente è quella di unire i poteri dei ragazzi alla loro ossessione per la ripresa: la loro telecinesi permette infatti al regista di sganciarsi dall’occhio fisso della handycam e propendere per inquadrature realisticamente impossibili, motivate proprio dall’estensione delle possibilità dei personaggi, ma sottolineando anche il legame ancora più stretto tra camera e soggetto che riprende, in quanto l’estensione e l’evoluzione dei poteri porta anche all’estensione ed evoluzione dell’occhio che registra. L’occhio biologico viene superato da “uberocchio” capace di inglobare (o meglio che ha la presunzione di inglobare) il mondo intero e i punti di vista interi con la sua hybris. Ed è proprio attraverso questa metafora che si gioca l’intero discorso del film (e la sua parte più riuscita): alla fine del film il ritorno (il desiderio di tornare) alla normalità viene registrato proprio dalla telecamera, montata forse su un treppiedi (reale o immaginato), la cui fissità si contrappone al delirio d’onnipotenza della mobilità assoluta, della mancanza di centro impazzita, e quindi alla ricerca della calma dopo la tempesta (ormonale e non solo).

Il problema di Chronicle nasce però da ciò che sta in mezzo alla parte iniziale e a questa coda finale, a quell’escalation fracassona che sintetizza un po’ la materia del film che esplode in faccia al suo regista. Trank a quel punto abbandona le questioni formali messe in campo sin dall’inizio: il confronto “spettacolare” chiama in causa – un po’ troppo convenientemente – un controcampo altro, che non è più estensione dei ragazzi e al tempo stesso il film sfocia in uno stile mainstream che non ha nulla di male, se non il fatto che viola la grammatica di partenza. Uno scadimento che vale anche per la scrittura, davvero ottima nel primo tempo, con un buon utilizzo dell’ironia a stemperare gli elementi fantastici e a contribuire al realismo della vita di tre adolescenti senza dimenticare il risvolto drammatico, ma che poi tende a svolgere i suoi topòi da supereroi con troppa meccanicità, anticipando sin dall’inizio dove si andrà a parare e declinando la spirale (auto)distruttiva secondo un copione che non è all’altezza di quello che prometteva l’inizio del film.

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