Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il primo uomo (Gianni Amelio, 2011)

«Ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà».

Fa rabbia accorgersi di come il nostro Paese continua a non dare credito alle sue voci migliori. Amelio, uno dei pezzi da novanta del nostro cinema, torna dopo cinque anni e viene distribuito in una miserevole sessantina di copie. Sessantadue per la precisione.

Ci voleva un po’ più di coraggio, specie per un film di questo genere, tratto dall’ultima opera di Camus, che sceglie un formato piccolo, breve e intenso, supportato da una sobrietà stilistica invidiabile ma che all’occorrenza sa evolversi in figure che coniugano complessità e levità in sequenze che tolgono il fiato (è il caso del meraviglioso e lunghissimo piano sequenza che accompagna il bambino tra gli alberi a pochi passi dal mare, mentre cerca di evitare che la nonna scopra il momento d’intimità che sua madre è riusciuta a ritagliarsi), interpretazioni votate all’understatement che non caricano l’intreccio di eccessi melodrammatici. Sono le immagini, la semplicità degli sguardi degli attori a evocare la nostalgia del ritorno e del ricordo: ma anche l’elemento più importante della storia è una presenza in punta di piedi che sussurra con delicatezza nell’orecchio dello spettatore, distante ma al contempo empatico come la madre del protagonista (interpretata, da giovane, da una mite e silenziosa Maya Sansa).

Amelio porta sullo schermo un romanzo d’ispirazione autobiografica e (forse anche grazie alle consonanze biografiche tra lui e Camus) riesce a trasferire allo spettatore le emozioni nel momento stesso in cui le trattiene, attraverso lo sguardo di un bambino (Nino Jouglet) che porta con sé la solitudine e la malinconia dei mistons truffautiani, una malinconia che ritroveremo nello sguardo adulto di Jacques Gamblin.

Il primo uomo è un bildungsroman a ritroso e al contempo in avanti, un nostos alla ricerca della madre e del rapporto con lei e soprattutto della memoria che conserva di una figura paterna mai conosciuta. La madre si identifica (e vive) anche con la madre terra del protagonista, è insieme punto di partenza e porto sepolto. Quello di Jean Cormery è un viaggio a ritroso nel tempo che spingendosi oltre la memoria, giunge alla propria nascita, unico momento che l’ha visto insieme al padre, un momento di cui non ha neanche memoria. Ma la magia dello scrittore può inverare l’impossibile attraverso la creazione e l’invenzione, anche se forse solo del ricordo non del fatto reale.

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