Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

To Rome with love (Woody Allen, 2012)

Sei anni ci sono voluti per rivedere Allen (anche) davanti alla macchina da presa e il risultato ci ripaga abbastanza, visto che al suo personaggio ha riservato le battute migliori specie perché interagisce con una sempre ben ritrovata Judy Davis. D’altro canto, To Rome with love non sarà certo ricordato tra le migliori opere del regista. Il film soffre l’alternarsi delle storie, spesso cucite insieme con un montaggio brusco che non tiene molto conto né di collegamenti narrativi né di quelli figurativi (causa alcune volte anche la fotografia di Khondji). Non si calca troppo la mano sugli stereotipi italiani ma in compenso abbiamo un product placament quanto mai invasivo (come giustamente lamentava ieri Delizia); molte delle storie soffrono di una scrittura e di una messa in scena che nel migliore dei casi sa di già visto e nel peggiore presenta una sciatteria che mai assoceremmo ad Allen.

Il regista si difende propugnando l’idea di un cinema all’insegna del divertimento, che insegue il bozzetto più che l’opera magna, ma l’affermazione non giustifica i dejà vu del triangolo amoroso che vede protagonisti Eisenberg, Page e Baldwin né la calligrafica riproposizione dello Sceicco bianco nell’episodio Mastronardi-Tiberi. Nel primo caso i cavalli di battaglia di Allen, dalla pioggia alle idiosincrasie amorose, non riescono a trovare la leggerezza del passato finendo per sprecare il talento degli attori americani (ma Baldwin è un fuoriclasse pure doppiato). Per il secondo sappiamo quanto Allen ami Fellini, ma l’omaggio qui è fuori contesto, gli attori principali troppo sopra le righe e le interpretazioni di lusso di Albanese e Scamarcio riescono a sollevare solo le sequenze in cui compaiono, non l’episodio.

Anche l’episodio di Benigni, che pure partiva col piede giusto, ben presto inizia a girare a vuoto, diventa ripetitivo ed esprime una satira che non punge mai davvero e che aveva trovato ben altra realizzazione in Celebrity.

E poi c’è la questione doppiaggio. Al di là dell’idea incomprensibile di doppiare un film che parla inglese solo per metà e che prevede l’interazione di personaggi che parlano lingue diverse per cui molte sequenze si velano di un’assurdità che non era nelle intenzioni di partenza; in più dobbiamo pure sorbirci un fuori sync pressoché onnipresente, una coppia di romani che parla senza neanche l’ombra di accento o del di loro figlio che ha evidentemente la voce di una capra da laboratorio. Mi secca dirlo, ma a parte l’episodio di Eisenberg il doppiaggio è davvero un disastro. Ero tutto preoccupato per il risultato del passaggio a Gullotta, dopo quasi quarant’anni di egemonia lionelliana, e invece l’attore siciliano compie un miracolo: riesce a seguire con fedeltà l’impostazione del collega scomparso con una naturalezza tale che non avvertiamo il salto.

Il prossimo approdo di Allen pare sarà di nuovo in patria, per un film ambientato tra la sua New York e San Francisco. Potrebbe essere una buona idea. To Rome with love dimostra che la vena europea del regista si è proprio spenta.

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Una risposta a “To Rome with love (Woody Allen, 2012)

  1. Alessandra 6 maggio 2012 alle 10:06

    Il product placement davvero ignobile secondo me. Per me è stata una delusione cocente comunque…

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