Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Biancaneve (Mirror, Mirror, Tarsem Singh, 2012)

Tarsem mi ha fregato. All’inizio di un film che m’aspettavo carino e senza pretesa, mi piazza al centro della narrazione la Regina Cattiva interpretata da una Julia Roberts autoironica e dalla battuta velenosa in punta di lingua. Peccato che questa è la storia di Biancaneve, che si prende tutto il secondo tempo. Ed è allora che la mia attenzione è scemata sempre più velocemente. A cominciare dalla presenza di un Principe Azzurro che ormai emana merluzzaggine in qualsiasi salsa lo si piazzi. Hammer ci mette pure del suo, ma a un certo punto deve cedere di fronte a un copione più interessato a strizzare l’occhio che a raccontare una storia. Vedi anche alla voce nani. Lo ammetto, alle prime apparizioni mi erano pure simpatici, alcune battute mi hanno strappato il sorriso, ma poi il meccanismo si è inceppato e hanno abbracciato in tutta la loro nudità il compito del comic relief. Un atteggiamento diventato negli ultimi anni davvero funesto nelle produzioni hollywoodiane, trattato con pigrizia: non si fa altro che infilare in una storia avventurosa/d’amore/entrambe/altro un elemento (uno o più personaggi) che ci dovrebbero far ridere, allentare la tensione, ma che finiscono per essere solo dei buffoni che strizzano l’occhio allo spettatore e lo fanno con tale evidenza che alla terza battuta diventano invisibili (se va bene) o insopportabili (se va male). La buona notizia è che qui restano in bilico.

Mi sarebbe piaciuto che si fosse osato di più nel rileggere la fiaba e invece Tarsem finge soltanto di voler riscrivere e ribaltare i cliché, quando alla fine racconta in fondo in maniera anche classica, infilando (maldestramente) qualche aggiornamento nei rapporti tra Neve e il Principe. La seconda parte del film è tutta legata alle scaramucce tra i due che puntano alla screwball comedy ibridata con il racconto di cappa e spada, ma l’arma è esile e certo il fatto che Lily Collins sia un brutto anatroccolo dotata di sopracciglia che sfidano per foltezza quelle di Scorsese e convergono pericolosamente verso il monociglio non aiuta. Quando il Principe al mezzo dal racconto la definisce la più bella del mondo ho fatto fatica a trattenere le risate.

Resta una gigantesca Julia Roberts, unico vero spuntone del film, che plasma il suo personaggio giocando sulle annose antinomie della giovinezza/bellezza e della vecchiaia/disfacimento con una propensione al cinismo che continui a chiederti perché debbano invece sempre farle interpretare delle sciacquette innamorate (era da La guerra di Charlie Wilson che non la trovavo così in forma).

Per il resto Tarsem, “famoso” per le scelte registiche ricercate e le visualizzazioni ardite (che pure non mi hanno mai convinto), risulta qui fin troppo timido, lasciando volare la mdp solo per alcune riprese a volo d’uccello sul castello e accontentandosi di fondali che li giustifico alla AMC per Once upon a time, ma non in un blockbuster come questo.

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