Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

… E ora parliamo di Kevin (We Need To Talk About Kevin, Lynne Ramsay, 2011)

L’ardita struttura narrativa a incastro tra presente e flashback del film della Ramsay se da un lato serve ad avvicinarsi in punta di piedi e con apprezzabile freddezza a un argomento difficile e doloroso, dall’altro finisce per rendere le singole sequenze un po’ troppo autoconclusive. L’alternanza tra presente, passato e trapassato è raccontata attraverso un estetismo insistito e ridondante, che alla lunga diventa controproducente, quando non prevedibile e banale. È il caso del ricorso al rosso in tutte le sue declinazioni (dalla marmellata alla vernice) in sostituzione del sangue della strage finale mai mostrato, esempio preciso di un’idea valida neutralizzata dall’eccessiva sottolineatura. E così i passaggi tra presente e flashback risultano troppo ossessionati dalla ricerca di un legame originale tra le sequenze, che sia di volta in volta pittorico, simbolico o narrativo. Il film finisce per essere così troppo sbilanciato sulla prova di una Tilda Swinton ancora più brava del solito, che regge le inquadrature con il suo volto stravolto dal dolore del ricordo e del presente, dall’accettazione passiva di ogni insulto e attacco per espiare una colpa forse irrintracciabile. In questo il film riesce molto bene, nel rifiutare cioè una spiegazione razionale e troppo limitativa del Male che alberga nell’animo di un adolescente. La Ramsay racconta una maternità poco voluta e sentita, ma anche i continui tentativi della madre di stabilire comunque un rapporto con un figlio che, in risposta a quella inadeguatezza, comunica con lei solo attraverso il dolore, per arrivare a una sentenza disturbante e impalpabile e a un finale che riserva un twist d’orrore fisico e psicologico. Se questo riequilibra un po’ le sorti del film, non cancella comunque le incertezze che elencavo all’inizio e non giustifica l’inconsistenza del padre interpretato da John C. Reilly, psicologicamente monocorde, capace solo di difendere a oltranza il figlio, senza farsi neanche sfiorare dal dramma che vive il suo nido familiare. Uno scotto che la Ramsay paga scegliendo di isolare lo scontro sommesso tra madre e figlio, interpretato da tre attori diversi, tutti bravi (specie i bambini, santo cielo!) e che nella raffigurazione adolescenziale del pur bravo Ezra Miller pecca a volte di una fissità sospesa tra vuoto del personaggio e una caratterizzazione troppo unilaterale.

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3 risposte a “… E ora parliamo di Kevin (We Need To Talk About Kevin, Lynne Ramsay, 2011)

  1. Coccinema 26 marzo 2012 alle 1:29

    confesso, a me il film è piaciuto. però concordo su reilly, assolutamente fuori parte… sarà che continuavo a chiedermi da quale angolo sarebbe uscito will ferrell

  2. Souffle 10 aprile 2012 alle 22:55

    Io il film lo ho trovato magnifico, e il fatto che il padre sia non tanto assente, quanto immaturo dal comprendere la sua famiglia mi pare ci stia tutto. Certo se uno vede il film solo dalla parte del maschio…
    Il film lo ha girato una donna cui interessa VIVADDIO, il rapporto speciale che lega la madre al figlio e che nessun padre, mi spiace per lui, potrà mai avere.
    Siccome di solito i film li scrivono gli uomini e sono spesso totalmente sbilanciati dalla parte maschile, credo che faccia bene vedere un film che racconta la maternità in questo modo che, preme sottolineare, nessuno ha raccontato così al cinema. E che MAI un uomo saprebbe raccontare, semplicemente perché non la conosce.
    Non comprendo perché il padre dovrebbe essere, da stereotipo, la figura forte e risoluta, il maschio che prende in mano la situazione. Se, in che film?
    I padri sono spesso distratti dal loro lavoro e dal loro egoismo, non hanno idea dei drammi che si svolgono in casa mentre sono fuori, dedicando ai figli il minimo indispensabile (la madre sta con loro TUTTO il tempo) non si rendono conto, spesso sono fragili, insicuri e incapaci.
    Altro che poco in parte, assolutamente in parte Reiily!

  3. noodles 12 aprile 2012 alle 11:48

    Non mi riferivo al fatto che il padre avrebbe dovuto fare qualcosa o prendere in mano la situazione, ma che almeno desse qualche risposta diversa ogni tanto. A quello facevo riferimento per l’aspetto monocorde. Un padre spesso non sa cosa succede in casa, specie se assente, è vero. Ma quando c’è e vede delle cose e risponde sempre allo stesso modo diventa una figurina più che un essere umano.

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