Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

22/11/’63 (Stephen King, 2011)

22/11/’63 credo sia la definitiva dimostrazione che King è un grande narratore ma uno scrittore non all’altezza di quel narratore. Non che sia per forza un difetto, più che altro una constatazione. La sua ultima (al solito mastodontica in termini di pagine) fatica ha a che fare coi viaggi nel tempo ed è un romanzone classico che si fa leggere a velocità spedita. L’ho finito qualche giorno fa e i personaggi ancora mi galleggiano nella memoria, il che dice più qualsiasi altra cosa il valore del romanzo, ma essendo uno scassapalle vi chiedo un po’ di pazienza e lasciarmi un attimo elencare – così, per gioco – tutto quello che non funziona.

Ci sono molti buchi dentro 22/11/’63. Il primo, imputabile a una visione ingenua della propria storia tipica del popolo americano, alimentata dalla fucina mitica di Hollywood, secondo cui basti fermare Oswald per risolvere i problemi dell’America degli anni 60/70. La cosa suona un po’ forzata a noi cinici osservatori del Vecchio Mondo. Le regole del viaggio nel tempo, poi, rischiano di cristallizzarsi in una serie di stereotipi come l’effetto farfalla o la continua meraviglia dell’uomo del Duemila di fronte al differente potere d’acquisto della moneta nel passato. È il bollo che King timbra come narratore popolare (è un complimento) che si preoccupa prima di tutto – come un Dickens moderno – di tenere aggiornata la memoria del lettore sulla mole di fatti che gli sta riversando addosso, ma ciò non toglie qualche abuso che si traduce spesso in un eccesso di pagine, che ci porta a un difetto tipico di King: troppo innamorato delle sue parole, spesso

L’assioma del romanzo è che il passato è restio a farsi cambiare. Idea in linea col genere, ma che durante lo scorrere delle pagine si trasforma più di una volta in un deus ex machina troppo invasivo e opportunista, una scorciatoia di uno scrittore un po’ meno vigile. Non si capisce perché questo passato metta tanti bastoni tra le ruote a Jake quando tenta di salvare il Presidente, in modo cosi dichiarato da sfociare quasi nella comica, ma poi lo lasci (quasi) libero di agire per tutto il resto. Ci viene offerta una motivazione gerarchica: modificare un evento storico di portata mondiale non è come modificare la vita di Tizio Qualsiasi. Il che è oggettivamente falso. O meglio, è una visione soggettiva della Storia, che non fa distinzione fra attori e comparse; per il passato sono tutte pedine in un organico invisibile per la sua tentacolare estensione, anche se le conseguenze saranno proporzionali (ma fino a un certo punto) al numero di persone coinvolte. King sembra sposare l’assioma solo quando gli conviene, ed è quello che un po’ allenta la credibilità.

Infine la figura di Oswald entra relativamente tardi nel romanzo, quando non ce ne fregherebbe poi più tanto. Chiaramente l’assassinio di Kennedy è solo un mcguffin che King usa per parlare d’altro, e quell’altro è il vero fascino del libro, ma Oswald staziona troppo tra le pagine nell’economia generale della storia restando però un vettore più che un personaggio a tre dimensioni.

Eppure 22/11/’63 ci strega come pochi altri romanzi, è innegabile. King è un narratore di qualità suprema. La sua abilità nel tessere intrecci, nel dosare informazioni e suspense, è una roba che molti si taglierebbero un braccio per averla. E per ogni flessione ci sono per lo meno altre tre punte di diamente sparse nel tessuto dell’intreccio, per un denoument riassuntivo e un po’ semplicistico c’è un finale commovente, carico di un romanticismo per certi versi nuovo all’autore di It e che è solo accennato, con una delicatezza e una manciata di parole che sfumano come una musica in una notte d’estate. E a fronte di burattini storici, figurine un po’ sbiadite, ci vengono offerti un pugno di personaggi “qualunque” che sono la materia viva su cui King azzanna senza competitori e si riconferma grande indagatore dell’animo (e delle sue oscurità) umano.

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