Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

FM 35.00: note dal 2011 (seconda parte)

Un album a inizio e un ep alla fine dell’anno. Quando si dice un esordio col botto. James Blake lavora parecchio e ottiene risultati: in entrambi i dischi si avverte già una matura concezione musicale, un dubstep (di cui non posso dire di essere un gran conoscitore) ibridato con un’anima soul (il polo che più me lo fa amare). Silenzi e rapide pennellate di introspezione. Una musica di solitudine, modellata in un angolo appartato e inviata al mondo come lettera di musica liquida. La sua cover da Feist è una delle canzoni dell’anno. Aggiungo: Wilhelms Scream, To Care. Dall’EP la bellissima Fall Creek Boys Choir, in coppia con Bon Iver.

Sulla carte la concezione musicale dei Decemberists mi piace un sacco, l’idea di questo gruppo di trovatori, di cantastorie che in un album ti raccontano in diversi capitoli-canzoni di uomini e donne lontani nel tempo e nello spazio, nella più pura versione della canzone-narrativa. Non posso dirmi uno folgorato dalla loro musica, di certo preferisco gli arrangiamenti scarni di The King is Dead alla complessità di Hazard of love che però meriterebbe un ascolto più approfondito di quello che gli ho concesso qualche anno fa. Certo è difficile resistere a certe ballate così americane e antiche che potrebbero venire da un western fantasma, impossibile non salire sul carrozzone di Meloy e partire per un’avventura che peraltro (cosa che piacea questo blog) tiene conto di gente come Bob Dylan. Rox In The Box, Rise To Me, Down By The Water.

Si è presa il tempo necessario, Feist, ma il tempo le ha dato ragione. Quattro anni dopo The Reminder ritorna con un album che mette insieme soul, pop, aperture corali in un bilanciamento di toni e suoni attutiti e mai gridati. Il rischio della monotonia è aggirato da una produzione che lascia libera l’ambizione dentro il contesto che Feist ha scelto come proprio. La ballata le consente di mantenere quel tono intimo tipico dei suoi album, ma è anche la griglia in cui sperimentare che non disdegna il ritornello ben costruito o la “sinfonia” alla Sufjan Stevens. Difficile scegliere solo un paio di canzoni (anche per dare l’idea della varietà). Anti-Pioneer, Bittersweet Melodies, How Come You Never Go There.

Spruzzate jazz e soul, disco funk amalgamato in suoni liquidi e sintetici da qualche interzona degli anni 80, voce da crooner solitaria e malinconica. Kaputt dei Destroyer è un disco carico di mistero, che si muove tra ombre e confessioni sussurrate in un’atmosfera rarefatta che ti riporta con dolcezza ad altri decenni, trent’anni indietro forse, ma con la consapevolezza e l’influenza di tutto quello che c’è stato dopo. Splendido l’alternarsi delle voci (maschile e femminile) con i fiati che accarezzano la melodia in uno dei pezzi più belli dell’album, Suicide Demo For Kara Walker. Ancora Chinatown, Blue Eyes.

Ecco un altro dei capolavori dell’anno. Sarà proprio il caso di recuperare il disco d’esordio dei Real Estate. Se anche s’avvicina a questo sarà un’esperienza. Da qualche parte ho letto la dicitura “nostalgic-pop” e mi sembrava quanto mai azzeccata. Un po’ come i Destroyer, questi ragazzi del New Jersey sanno spedirti all’indietro con una serie di ballate praticamente perfette, con un canto insieme dolce e compatto, che mi ricorda un’altra band molto cara come i Midlake. Pezzi come Green Isles, Three Blocks o la più movimentata It’s Real stanno definendo questo scorcio di anno.

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