Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

A concert for a 10th anniversary. Bob Dylan and his band – plus Mark Knopfler @ Palalottomatica, Roma. 12 novembre 2011

Il mio primo album di Dylan è stato nel 2001, Highway 61 Revisited, in vendita (col giornale) da L’Espresso. Dieci anni dopo, eccomi a festeggiare l’anniversario a Roma, ascoltando per la prima volta il menestrello dal vivo. Con me la mia squisita Delizia, che con atto di sommo amore mi ha accompagnato pur non essendo una fan di Dylan e facendo fatica a riconoscere anche le canzoni che conosceva (per esempio mi ha confessato di aver riconosciuto Blowin in the wind solo sulla parte finale della canzone) – e certo l’audio del Palalottomatica non era proprio il meglio. Un problema, in fondo, anche di chi come me ha sulle spalle centinaia di ascolti, visto che il nostro Bob nei concerti stravolge quasi del tutto le sue canzoni.

L’unica “lamentela” che posso esprimere è che la parte di Knopfler è stata troppo lunga. Forse m’aveva tratto in inganno le cose lette in giro, che ultimamente faceva tre, quattro canzoni. E invece qui ne ha fatte dieci e passa. Non che abbia qualcosa contro l’ex leader dei Dire Straits. Il suo spettacolo è stato eccellente, ma quando non conosci le canzoni e soprattutto sei lì che smani nell’attesa di Lui, non ragioni più molto tranquillamente.

Poi finalmente arriva Dylan e io non riuscivo a crederci che ce l’avevo lì, di fronte, in carne e ossa, in diretta, e potevo ascoltarlo. Cioè il momento in cui lui apriva la bocca e cantava era lo stesso mio momento ed io – insieme a tanta altra gente – ero lì nello stesso posto dove lui suonava. Non più un volto su una copertina, non più solo una voce gracchiante dai dischi, ma eccolo, il menestrello in carne ed ossa, che cantava.

L’attacco con Leopard-skin pill-box hat  è un’iniezione di rock galvanizzante, un’apertura coi fuochi d’artificio, e una delle migliori esibizioni della serata anche se la voce di Dylan non è rimasta quadrata per tutta l’esibizione. Dopo Don’t Think Twice, It’s All Right, arriva uno dei mie must assoluti, cioè Things have changed, modellata in maniera del tutto differente, che mi ha fatto impazzire in particolare per l’espressione, l’interpretazione, i movimenti on stage di mr Zimmerman e dal punto di vista musicale per la versione quasi messicana, l’uso ancora più imperioso delle chitarre, specie quando accompagnate dall’armonica (suonata da Lui, chiaro).

Chiaramente su pezzi che hanno cinquant’anni l’interpretazione arriva ancor più a stravolgere e modificare, o almeno a integrare. Così lo stile spartano del folksinger delle origini viene riarrangiato e suonato con maggiore respiro, anche per adeguarsi a una voce completamente mutata. Delizia diceva che abbaiava più che cantare. Ma questa è la voce di Dylan oggi (e mi va benissimo eh). Forse nel concerto tendeva a volte più a recitarli che a cantarli alcuni pezzi. Ma è un’emozione inspiegabile ascoltare The lonesome death of Hattie Carroll, Ballad of Hollis Brown e ovviamente in finale, Blowin in the wind, per me uno dei momenti della serata, roba che se ne va dritta negli archivi della memoria.

E torniamo all’inizio. A quel primo album che me lo ha fatto conoscere. Per un caso fortuito, questo concerto prevedeva ben quattro must da Highway 61 Revisited: la title track, Desolation row, Like a rolling stone che dite quello che volete, sarà la canzone più suonata, sarà il suo cavallo di battaglia che pure lui si sarà stufato di cantare, avrà mille versioni, e mille solo di Dylan, ma fa sempre un grande effetto. Per me poi dal punto di vista emozionale è enorme, visto che essendo la prima canzone dell’album è anche la prima canzone di Dylan che ho ascoltato… (non in senso assoluto, ma come comparto di un album e inteso come prima volta che uno si mette coscientemente in ascolto di un artista che vuole scoprire…  insomma ci siamo capiti, spero). E poi c’è la quarta perla, una delle poche subito riconoscibili, pur nello stravolgimento auto-iconoclasta di Dylan, grazie a quella manciata di note introduttive, che le ascolti e hai l’impressione che siano inchiodate sulla melodia a colpi di chitarra-martello, che le conferiscono quel meraviglioso tono definitivo: parlo ovviamente di The ballad of a thin man, cantata con una ferocia anche più intensa, accentuata forse proprio da quella voce che ha ora Dylan, che gratta sulle note come uno stregone, ma anche per l’esibizione, modulata ripetendo alcuni versi in un’eco luciferina. Un’aggressività (meravigliosa) comune anche alla versione di Honest with me. Verso il finale non manca neanche un altro capolavoro (da un punto di vista di scrittura forse una delle vette della sua arte, col suo movimento narrativo circolare), caricato di batteria e chitarre, la ballata western-biblica All along the watchtower.

Alla fine con uno che ha un caricatore di oltre 500 canzoni è difficile, e anche inutile, mettersi a fare il giochino del non c’era questa o quella. Sarebbe semplicemente impossibile anche toccare ogni fase di una carriera enorme. In fondo Dylan ha messo insieme qui un po’ di tutto, dalle origini alle evoluzioni più recenti (Spirit on the water, Thunder On The Mountain, Forgetful heart, Honest with me).

E quindi mi sono allungato troppo. Fortuna che volevo scrivere solo un paragrafetto di servizio, perché – mi dicevo – è impossibile razionalizzare, in parole, a breve distanza dall’evento, le emozioni che mi si sono scatenate quella sera. Delizia a un certo punto è stata colta da sonnolenza, ma aveva tutte le ragioni: ci eravamo alzati presto la mattina, aveva camminato tutta la giornata per Roma, e in più per lei molte canzoni erano sconosciute. Mi sarebbe venuto sonno pure a me, al posto suo; e questo non fa che aumentare l’importanza e il significato che ha per me il fatto che mi abbia accompagnato comunque ad ascoltare uno dei miei miti. Ecco, perché è di questo che si (cercava) di parlare qui. Impossibile quantificare, esprimere, srotolare, elencare. E io ho fatto l’elenco come un bravo archivista. Più per fissare tutto nella memoria che per altro. Perché la parte più importante resta fuori da questo post e non sono riuscita a infilarcela. L’emozione di aver visto e ascoltato a poca distanza un artista che è uno dei capisaldi della mia formazione, un poeta-rock che ho incontrato dieci anni fa i cui versi non è che m’abbiano cambiato la vita (non scriviamo facili esagerazioni), mi hanno creato una rivoluzione nel mio mondo musicale e culturale, mi hanno aperto mondi, strade, viuzze, vicoli. E il bello è che Dylan è ancora qua, il multiforme artista dalle mille facce. In fondo ciò che abbiamo visto e sentito sabato non è che una delle centinaia di sfaccettature di questo joker della cultura pop.

Scaletta

Mark Kopfler show
1. What It Is
2. Cleaning My Gun
3. Sailing to Philadelphia
4. Hill Farmer’s Blues
5. Privateering (inedit)
6. Song for Sonny Liston
7. Haul away (inedit)
8. Marbletown
9. Brothers In Arms
10. Speedway at Nazareth
11. So Far Away

Bob Dylan show
1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. Don’t Think Twice, It’s All Right
3. Things Have Changed
4. Spirit On The Water
5. Honest With Me
6. The Lonesome Death Of Hattie Carroll
7. Ballad Of Hollis Brown
8. Desolation Row
9. Highway 61 Revisited
10. Forgetful Heart
11. Thunder On The Mountain
12. Ballad Of A Thin Man
13. All Along The Watchtower
14. Like A Rolling Stone
(encore)
15. Blowin’ In The Wind

Abbiamo provato a riprendere un po’ ma ci hanno fermato subito. Abbiamo fatto le foto, ma complice un palco immerso nel quasi buio e una macchina fotografica mia che fa schifo, sono venute una chiavica. Non si vede quasi nulla.

p.s. Secondo Delizia Dylan per mosse e voce ora somiglia a Tony Clifton alias Andy Kaufman alias Jim Carrey.

A me è piaciuto un sacco anche l’inchino finale di Dylan, più che un inchino, un’apertura di braccia, come a dire, ecco, questo è tutto gente, vi è piaciuto? Con fare da mobster.

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