Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Noodles e Martin Eden

Martin Eden era il libro che Noodles sfogliava «al cesso» da ragazzino, in una delle sequenze più intime e belle di C’era una volta in America (ammesso che ce ne siano di brutte). Il motivo della scelta del libro è talmente chiara da essere anche un po’ telefonata: Noodles come Martin vive una condizione (qui più che sociale, di vita proprio) che lo tiene lontano dalla ragazzina che ama, immagine di purezza come Ruth per l’eroe di London.

Dopo anni che conosco e amo il capolavoro di Leone mi son deciso a leggere Martin Eden, con sospetto. Da ragazzino Zanna Bianca mi era sembrato troppo prolisso, un po’ troppo “pieno di parole” e da allora i miei rapporti con London s’erano interrotti. Anche il suo romanzo “borghese” (e ampiamente autobiografico) conferma i miei sospetti. Il libro è del 1909, ma London è chiaramente uno scrittore ottocentesco, autore di uno stile robusto e classico, fin troppo infarcito (spesso proprio di ripetizioni inutili), che forse al giorno d’oggi risulta ancora più pesante. E non aiuta certo quella vaga spalmata di socialismo lasciata tra le pagine, così come certi atteggiamenti “ingenui” del protagonista e della sua evoluzione: il passaggio di Eden da marinaio ignorante a scrittore avviene troppo bruscamente, al lettore viene di pensare che il fatto che il mondo non gli riconosca il talento sia perché molto probabilmente il nostro scrittore sia fin troppo pieno di sé, troppo convinto di scrivere ciò che nessuno ha mai scritto. A volte, cioè, si ha la sensazione che London/Eden critichi e sputi su una tavola (letteraria, sociale) che neanche comprende, cui non è ammesso.

Per questo il romanzo, che certo non è brutto, si risolleva nelle ultime quaranta pagine, quando cioè Martin Eden prende coscienza dello stato delle cose, anche su di sé, quando si scioglie quel suo “fuoco” un po’ infantile e selvaggio e comincia il disgusto, assai più realistico e moderno, per i libri e poi per il mondo. Certo, la sensazione è ancora una volta di una rinuncia per ripicca, contro un mondo che improvvisamente si accorge di lui e lo innalza, quando per mesi aveva ignorato  quelle stesse opere per le quali oggi lo celebra. Uno scontro topico, tra mondo e singolo, anche interessante, ma che certo ha qualche ingenuità di troppo e uno schematismo troppo marcato.

I libri di London erano molto letti, era un autore che vendeva insomma. In vita. Oggi molto meno. E non è un caso. Anche un romanzo sentito (probabilmente quello che stava più al cuore al suo autore) come Martin Eden risulta oggi un po’ invecchiato, schematico, con un disegno sociale un po’ vago. Eppure London riesce a riscattarlo (in parte) con un finale che sembra proprio una presa di coscienza, dolorosa e realistica, il momento in cui il marinaio-scrittore che vuol fare il grande salto si accorge che la vita e la letteratura sono forse una stessa grande menzogna.

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3 risposte a “Noodles e Martin Eden

  1. Rita 26 ottobre 2011 alle 14:10

    Probabilmente non è un caso che uno dei miei film e romanzi preferiti siano, rispettivamente, C’era una volta in America e Martin Eden.

    Martin Eden è in parte autobiografico. Anche London muore suicida. In questo senso quindi, anche profetico.
    E secondo me il fatto che il mondo non riconosca il talento del protagonista è più usato come metafora per parlare dell’assoluta imprevedibilità e capricci del successo: effimero, talvolta incomprensibilmente crudele nel finire così come è iniziato.
    Non è un caso che Martin continui a ripetere ossessivamente “ma com’è possibile? Si tratta dello stesso romanzo, eppure prima non piaceva a nessuno, mentre ora sono tutti pronti ad idolatrarmi, eppure è lo stesso romanzo…”.

    E’ un romanzo che riflette sulla distanza che si frappone talvolta tra l’effettivo valore di un’opera ed il giudizio di pubblico (e di critica) che è pronto a decretarne il successo o la stroncatura senza appello.
    E sull’errore che talvolta tutti commettiamo nell’attribuire valore ad un’opera solo nel momento in cui ha successo.
    Martin Eden è un romanzo con tanti difetti, è vero, il più grossolano di tutti probabilmente è proprio l’automatismo con cui improvvisamente il marinaio decide di istruirsi e diventi in poco tempo un uomo dalla sapienza quasi enciclopedica (quasi un uomo del ‘700) capace di discettare in egual modo di di filosofia, di arte, di politica ecc.. E la motivazione dell’amore per Ruth può reggere solo in un’accezione simbolica, di lei come guida, come faro che illumina ciò che prima Martin ignorava potesse esistere. E’ un romanzo di formazione, in questo senso.
    Mi è piaciuta molto invece la parte “sociale”, quella in cui accenna alla durezza del lavoro fisico che rende impossibile il dedicarsi ad altro, che abbrutisce l’individuo relegandolo alla sola dimensione lavorativa.
    London infatti, prima di essere famoso come scrittore, è famoso come giornalista, con un occhio sempre rivolto dalla parte dei diseredati del mondo.
    Ti consiglio vivamente il suo “Il popolo dell’abisso”, in cui, da giornalista che sceglie di vivere per un periodo come un senza-tetto nell’east end di Londra (all’epoca una delle zone più povere), descrive un reportage molto significativo e toccante sulle reali condizioni dei poveri.
    E’ un’opera documentaristica, ma scritta con uno stile talvolta lirico, privo di retorica.
    Un saluto (ho scoperto il tuo blog tramite quello di Emmeggì).

  2. noodles 26 ottobre 2011 alle 20:08

    La descrizione del lavoro massacrante e disumano nella lavanderia è sicuramente uno dei momenti migliori del romanzo. Forse il più riuscito. Anche perché London lì smette finalmente i panni del socialista moralista e semplicemente fotografa una realtà spaventosa, un lavoro talmente assolutizzante che il suo stesso datore di lavoro alla fine preferisce il vagabondaggio alla fatica bestiale.

  3. Rita 27 ottobre 2011 alle 11:15

    Allora se ti è piaciuta quella parte, apprezzerai pure Il popolo dell’abisso. Anche in quelle pagine fotografa una realtà semplicemente spaventosa, oltretutto mettendone a nudo i meccanismi che vi si celano dietro. E quello che emerge non è il giudizio morale – che comunque c’è, ma è sotteso – ma proprio la durezza dell’esistenza di tanti poveri derelitti (bada bene, non derelitti perché viziosi, o indolenti, o per scelta, ma perché da un giorno all’altro magari si trovavano senza lavoro, senza casa, costretti a vagabondare, magari padri di famiglia che erano stati licenziati su due piedi perché si erano ammalati o avevano avuto un incidente).
    E’ un saggio-romanzo che parla delle ingiustizie in fondo; come pure Martin Eden, per alcuni versi.

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