Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

FM 35.00: note dal 2011 (prima parte)

Come ascoltatore sono onnivoro e confusionario, mescolo generi e cantanti che non c’entrano spesso nulla l’uno con l’altro. Queste quattro note sparse servono forse più a me che agli altri. Vista la mia quasi totale ignoranza in ambito critico-mosicale.

Probabilmente qualcuno mi riprenderà o mi riprenderò io stesso riascoltandolo più in là, ma l’album di Bon Iver, per quanto affascinante e compatto nel suo suono… dopo un po’ mi viene a noia. Prese singolarmente, le canzoni sono splendide, è l’una dopo l’altra che mi sfiancano. Insomma non gliela fo a sentirmi per intero il suo album senza sentire a un certo punto l’esigenza di aprire una finestra, una porta, farmi un giro. La copertina è splendida. Holocene e Calgary.

The Deep Field di Joan As A Police Woman, m’ha accompagnato parecchio nei primi mesi di quest’anno. Un amore quasi immediato. Sarà la vicinanza con un’altra signora che pure ci piace come Cat Power. Ma credo che a fare breccia davvero nel mio gusto personale è la sua filiazione dal grande r’n’b e soul degli anni 60/70, la discendenza che la riporta Stevie Wonder e Isaac Hayes, mantenendo però la sua riconoscibile autonomia e originalità. Nervous e Kiss The Specifics.

A proposito delle mie ignoranze. Non sapevo nulla di questo gruppo. Perché? Folk-rock senza orpelli, già classico, di quel classico che subito ti conquista, che ascolteresti fino a farti staccare le orecchie, con voci e cori che ti cullano e ti accarezzano e una musica che sa scegliere la dolcezza ma sa anche quando incidere con più forza. Non so come suonasse prima la musica dei Low, ma diamine, la bellezza di C’mon è talmente evidente che questo si autoelegge senza dubbio uno dei miei album dell’anno. Especially Me, You See Everything e Try To Sleep (sarei capace di metterne altre ma poi finisce che metto tutto l’album).

Non posso dirmi profondo conoscitore della PiGgei – anche se ho ascoltato quasi tutti i suoi album. Devo dire che la preferisco nella nuova veste più soft (questo blog apprezzò molto White Chalk). Così, dal basso della mia parziale ignoranza, oso scrivere che Let England Shake è il suo album più bello, più maturo (per quel che può valere IL disco di quest’anno, al momento, per me), privo dei suoni duri dei primi anni, e in cui la sua voce è come distillata e purificata – e la registrazione in una chiesa rende ogni pezzo eccezionale. Ma non lasciamoci ingannare: basta una scorsa ai testi per rendersi conto che questo proiettile di cristallo è carico di cianuro. Adoro ogni singola canzone, lo sto praticamente consumanto il cd. Dovendo scegliere: The Glorious Land e The Words That Maketh Murder.

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