Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Drive (Nicolas Winding Refn, 2011)

Che i francesi ne capiscano a pacchi di cinema lo si sa da tempo, è quasi un postulato, e il premio alla regia per Drive non fa che confermarlo. Chiunque altro di fronte a uno script così convenzionale sarebbe sprofondato con tutte le scarpe, invece Refn l’ha preso e rivoltato come un calzino. Di lui sappiamo che è daltonico, ma Drive dimostra che è ancor più un regista genialmente strabico. Chi si aspettava un film tutto pneumatici, asfalto e frenate in carreggiata resterà deluso, perché qui la bilancia propende sulla dilatazione, sui silenzi, sull’attesa e al tempo stesso su un concentrato di adrenalina che rifugge l’eiaculazione precoce delle sequenze alla Fast and furious per andare a cercarsi i suoi geni tra le atmosfere dell’heist movie anni ’80, tra Mann e Hill. E neanche gli basta. Da europeo che guarda ai codici del cinema statunitense, Refn si confronta con tutte le declinazioni dei suoi generi fondanti, dal western al noir. C’è spazio per i b-movie come per l’esistenzialismo solitario di Taxi driver.

Drive è un piccolo film, ma nei suoi novanta minuti mette a punto una riflessione portentosa. Si attacca alle colonne dell’heist/gangster movie e le sgretola fino a lasciarne l’essenza, in un racconto disperato e asciutto, violentissimo e stilizzato. Ecco perché non si lascia prendere la mano dagli inseguimenti – sebbene la sequenza d’apertura e quella centrale dimostrino senza equivoci che Refn ci sa fare maledettamente anche lì. Semplicemente il cuore di Drive  è altrove, è negli sguardi di Ryan Gosling, un eroe solitario che dice sì e no trenta battute in tutto il film (e quasi nessuna che richieda l’utilizzo di subordinate), prototipo americano e leoniano del cowboy (metropolitano) solitario, venuto da chissà dove per salvare la bella (Carey Mulligan) da un branco di lupi che hanno i volti perfetti di gente come Albert Brooks e Ron Perlman.

E qui, infine, abbiamo l’altro grande pregio del film: riuscire a mettere insieme un cast potente, di una potenza assoluta, non di semplice richiamo, coordinato come in una sinfonia, senza che nessun istrione prevalga sull’altro. E da questo punto di vista Drive ci offre – a noi dipendenti seriali dalle serie americane – la possibilità di ammirare Christina Hendericks (poco più di un cameo il suo) lontana da scrivanie e telefoni e Bryan Cranston, in un ruolo agli antipodi da Walter White, ma che ne conferma proprio per questo l’assoluta versatilità.

In più, una colonna sonora da paura, tutta sintetizzatori e suoni liquidi.

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