Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

A dangerous method (David Cronenberg, 2011)

Ammetto che già prima di entrare in sala ero titubante, dopo aver letto un bel po’ di recensioni indecise, ma ero anche prontissimo e disponibile a farmi convincere da uno come Cronenberg che ci garba proprio tanto, anche nelle ultime prove (apparentemente) più normalizzate. A dangerous method, però, si è rivelato un film irrisolto, minore, impreciso. Una camicia con troppo amido, quasi un camice di forza. Sarà anche per questo che scrivo la recensione a una settimana dalla visione.

Prendiamo l’intreccio: troppo spaccato nel raccontare il rapporto tra Jung e la Spielrein e quello tra Jung e Freud. Che poi abbiano voluto far passare la donna come il perno intorno a cui ruota la disputa tra i due psichiatri-filosofi, alla fine dei conti sembra più che altro un pretesto formulato forzosamente a posteriori. In realtà il film soffre proprio di questi due tronconi distinti, che procedono troppo autonomamente, di inserti troppo fugaci perché abbiano un vero senso (che rovinvano un’interpretazione potenzialmente interessante come quella di Cassel) e di un Freud che neanche Viggo Mortensen riesce a scaldare.

Cronenberg ha confezionato un film fin troppo glaciale, verboso, raffreddando a tal punto la materia da perdersi lo spettatore per scarso coinvolgimento. Sembra di assistere a una disputa sotto vetro, zavorrata da qualche dialogo di troppo (e troppo esplicativo, quasi un saggio a due voci). Doveva essere l’opera alla base di tutta la sua cinematografia, ma l’ultima creatura di Cronenberg giunge a risultati minori, che ingessa persino attori di grande statura – la Knightley con la prima parte della sua interpretazione “scimmiesca” finisce con l’essere eccessiva e ridicola (complice anche un doppiaggio che non mi “suonava”).

Non è tutto da buttare, ma siamo in una medietà che non riesco ad associare a Cronenberg. E sia chiaro, la delusione non deriva dallo stile piano, ma da un racconto senza scosse. Nell’ansia di dimostrare e discettare, A dangerous method finisce per essere una minestra riscaldata, un saggio un po’ troppo polveroso cui manca la palpitazione della vita.

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5 risposte a “A dangerous method (David Cronenberg, 2011)

  1. emmeggì 11 ottobre 2011 alle 12:59

    nooooooooo, anche tu me lo smonti? E io che lo attendevo da così tanto! A questo punto manco so se vale la pena andare al cinema a vederlo. Visto che devo selezionare molto, meglio Carnage. 😥
    Emmeggì

  2. cidindon 11 ottobre 2011 alle 13:03

    ahimè, son d’accordissimo.

  3. Pickpocket83 12 ottobre 2011 alle 0:48

    Comprendo perfettamente la tua delusione. Io a fine visione, appena uscito dalla sala, ho avvertito la stessa sensazione di vuoto. Poi è accaduta una cosa che non prevedevo: col passare dei giorni il film è cresciuto nei miei pensieri, andando a chiarire qualche snodo che mi è apparso via via sempre più importante e decisivo nel dare un’impronta più caratterizzata e netta al film. Certo è tutto molto raffreddato, quasi raggelato. Ma sotto quella cenere credo ci sia molto “materiale” interessante… e cronenberghiano. Concordo su un eccesso di dialoghi e sull’eccesso, a tratti ridicolo, nella interpretazione della Knightley. Non è un problema di doppiaggio 😀 Un caro saluto

  4. perso nel mondo del cinema 12 ottobre 2011 alle 21:53

    Condivido in effetti: accademico, elegante, garbato, illustrativo. però è comunque un buon film

  5. noodles 13 ottobre 2011 alle 0:41

    Pick, mah. devo dire che anche col passare dei giorni il giudizio non cambia. anzi semmai mi allontano ancor di più da un film che non so non mi ha trasmesso molto.

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