Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Faust (Aleksandr Sokurov, 2011)

In principio era l’azione. Il Faust di Sokurov si muove senza posa, in un percorso continuo tra interno ed esterno, eppure concentrato in una claustrofobia dello spazio che è riflesso del suo animo. Insieme a Mefistofele, sempre dietro di lui o davanti, a fargli da ombra, attraversa case, taverne, sentieri e viuzze che professano in ogni fotogramma la loro finzione scenica, il loro essere set. E gli sfondi di cartone, derivati da un budget non altissimo, sono significanti fondamentlai dell’Espressionismo e delle opere di Murnau in particolare, il cui segno lo si nota non ultimo anche nella scelta del formato quasi quadrato (1:1.33) e nella fotografia verdastra che impantana l’intera vicenda e allude a un mondo moderno teso all’inverosimile e già in decadenza, mortuario, e a un animo già perso nella sua smodata, continua e inappagata ambizione. La tensione che attraversa il personaggio si sgrana così nelle immagini del film, nel sovrapporsi di formati.

Ho letto più volte nelle recensioni passatemi sotto mano e sotto mouse che il famoso patto avviene a mezz’ora dalla fine, dopo un’ora e mezzo di film. Il motivo è, a questo punto, chiarissimo: è quasi inutile vedere apporre quella firma perché sin da quando lo incontriamo Faust è già un uomo condannato, condannato da se stesso, non da Mefistofele, che in fondo è solo un accompagnatore, un giullare di scena che segue il suo padrone come un’ombra, che gioca col tempo e ha la presunzione di indurre anche al bene il suo assistito perché tanto sa che il suo animo è già rivolto al male.

In questo senso Sokurov finisce col capovolgere il mito: è il dottore a spingere il demonio ai limiti dell’umano, e non viceversa. Nel loro perpetuo camminare, questi emuli di Dante e Virgilio si aggirano indefessi, perennemente in fuga, registrando l’irrequietezza, l’ansia di esperienza che imputridisce un attimo dopo averla acquisita, diventando inutile e preludendo già a una nuova ansia di conquista. Faust anela a qualcosa che non può avere ed è stritolato da una tensione continuamente inappagata.

Finalmente anche noi poveri meridionali di Napoli possiamo godere di una retrospettiva da Venezia, grazie all’assessorato di Napoli. Abbiamo goduto del film in lingua originale e senza neanche pagare il biglietto. Era tutto aggratis. Ero in dolce compagnia di Delizia che però non ha gradito molto l’opera; dice che le prossime volte che decide di accompagnarmi a vedere questi film devo frenarla.

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Una risposta a “Faust (Aleksandr Sokurov, 2011)

  1. Delizia 6 ottobre 2011 alle 15:29

    dico così perché io sono l’Azione 😉 e non sono tanto egocentrica da voler assistere a film che passano due ore a spiegarmi :mrgreen:

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