Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Student Services (Mes chères études, Emmanuelle Bercot, 2010)

Secondo il rapporto statale, in Francia ci sarebbero ben quarantamila studenti, tra ragazzi e ragazze, che per mantenersi agli studi universitari decidono di prostituirsi. Il film della Bercot parte da una storia simile, tratta dal romanzo-verità di Laura D. Girato originariamente per la televisione (e un po’ l’opera ne risente) Student Services analizza il problema con lucidità e freddezza, attraverso il corpo da ragazza della porta accanto di Deborah François, bravissima nell’esprimere quel misto di ingenuità e perdizione della protagonista. Il suo corpo quasi sempre nudo (in alcuni casi senza vera necessità) diventa il centro del film che però evita qualsiasi pruderie scegliendo anzi uno stile distaccato che ha l’intenzione di mostrare senza mettersi a pontificare e giudicare ma anzi spesso a rappresentare le contraddizioni di Laura, che dopo l’iniziale bisogno impellente continua nel suo “secondo lavoro” solo per accumulare beni “consumistici”. Con questa visione chirurgica però, Bercot rischia al tempo stesso di raffreddare troppo la materia. Ne viene fuori un film riuscito a metà, cui si aggiunge una visione del problema un po’ troppo insistita: nella vita di provincia come in quella parigina si ha l’impressione che tutte le studentesse o quasi ricorrano alla prostituzione per mantenersi, come se non esistesse alternativa.

Poi qualcuno ci spiega che senso ha tradurre – in Italia – un titolo francese… con un titolo (diverso) inglese! Misteri dei titolisti nostrani…

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Una risposta a “Student Services (Mes chères études, Emmanuelle Bercot, 2010)

  1. cinemasema 2 ottobre 2011 alle 12:28

    Un film interesante ma con molti “difetti”. Alcune sequenze potevano essere approfondite (quella ad esempio in auto). Altre invece, come hai spiegato nella tua recensione, sembrano voler indugiare troppo sul corpo nudo della ragazza che viene in tal modo “normalizato”. Credo che non pubblicherò niente al riguardo. E’ vero: come sempre un titolo italiano indegno e oltre ogni limite di umana decenza.

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