Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

«Allor si mosse, e io li tenni dietro»

Gustave Doré, Filippo Argenti

Me lo ripromettevo da anni, ma non mi mettevo mai in cammino. Forse mi spaventava l’impresa, forse il timore di fare dietro front dopo i primi passi. Alla fine son partito, avendo come testo di riferimento la completissima edizione critica  dei Meridiani con commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi. Arrivato alla prima sosta, all’uscita dall’Inferno traggo un attimo di respiro. E proverò a non mettermi qui a citare quel passo o quel dannato, sarebbe altissima eresia letteraria – anche perché rischierebbe di incappare in quell’altro grave peccato che è la prevedibilità.

Leggere per intero la Divina commedia si è rivelato (alla fine della prima cantica) un viaggio incredibile, una polifonia di emozioni irrintracciabile in qualsiasi altra opera. Quasi si stenta a credere che un uomo possa riuscire in un’impresa così titanica, di intrecciare volti, storie, angosce tutte insieme in un’impalcatura poetica levigata nei più piccoli bulloni, che si richiamano l’un l’altro, spesso a distanze siderali.

Ho passato circa due mesi in compagnia della prima cantica, leggendo un canto al giorno – e non ogni giorno – proprio per conservare la mente fresca e lo spirito attento a ogni partizione. Non la farò facile: leggere Dante richiede impegno,  bisogna entrare nel suo mondo, inquadrare la visione di una cultura che le sue radici nella Scolastica, nutrita di classicismo e Padri della Chiesa. La poesia dantesca è anche poesia di struttura (in questo assai “medievale”), e solo penetrando l’ordito totale delle tre cantiche si può contemplarne a pieno la potenza. Ma una volta entrati, a ogni pausa non si attende altro che il ritorno a quella fantastica invenzione oltramondana.

L’Inferno è certamente la cantica che più ci attrae. Mi son sempre chiesto il motivo e ora, dall’alto – o dal basso – di una lettura completa mi son convinto della prima idea che m’ero fatto: non dipende tanto dalla “mostruosità” dell’impianto, né dalle creature mitologiche che Dante sparpaglia per tutto il cammino: Cerbero, Minosse, il Minotauro, Nembrot, Pluto sono figure – sebbene vividissime. A imprimersi con più forza nella memoria sono i dannati e la loro colpa, mai eterea, mai concettuale, come tutto in Dante. La forza della Commedia sta nella sua concretezza che non si accontenta di elencare peccati e punizioni del contrappasso, ma cerca la sua incarnazione nel dettaglio umano: il pianto silenzioso di Paolo, il petto di Farinata, gli occhi ritorti di Ciacco, la voce arrochita di Pier de le Vigne, il folle volo di Ulisse, il gesto sacrilego delle fiche di Vanni Fucci, l’accanimento di Ugolino sul cranio dell’arcivescovo Ruggieri; nel raccontare l’impossibile (all’esperienza dei vivi) il racconto si fa tanto più preciso e specifico quanto più fantasioso è il paesaggio che ha di fronte. Dante è una spugna: si dimostra di volta in volta finissimo storico,  psicologo, letterato, critico,  esperto d’arte militare, conoscitore delle più umili applicazioni artigiane, traducendo queste conoscenze di canto in canto, con una variatio pressocché infinita che non diventa mai gioco letterario, perché pone sempre al centro l’animo umano, e la parola che lo racconta si adatta di volta in volta alla sua storia, alla sua condizione (caduca ed eterna) e mai viceversa.

Più che dall’inferno siamo attratti dai dannati, dall’errore, perché in esso riconosciamo la nostra debolezza, la nostra fallacia. Dante raffigura (è proprio il vero da usare) la nostra imperfezione sub specie aeternitatis. La Comedia è opera umana prima che divina: la dannazione è peccato in quanto allontanamento dalla dignità umana – che è certo riflesso e emanazione divina – ma c’è un bello scarto su cui riflettere, uno dei tanti segni della modernità dantesca.

Ma quello che davvero mi manda al manicomio (e che gli invidio più di tutto) è la capacità di sintetizzare nell’arco di un pugno diterzine, a volte di una sola o di un singolo verso, l’intero dramma di una vita, il momento fatale in cui l’uomo sbaglia e condanna la sua anima. C’è ogni volta un confronto abissale, una vertigine che è la grande forza dell’Inferno e che ci obbliga a guardare in faccia la nostra natura nuda.

Ad accompagnarmi, inoltre a ogni fine di canto, la voce e l’interpretazione (dantesche) di Vittorio Gassman, un mio personale virgilio sulla cui lingua il verso dell’Inferno risuona in tutto il suo sonante splendore.


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Una risposta a “«Allor si mosse, e io li tenni dietro»

  1. cinemasema 28 agosto 2011 alle 14:32

    Leggere la Divina Commedia è per me ogni volta una nuova esperienza e appunto scoprire come in pochi versi il poeta riesca a infondere il senso di una vita, di un epoca, di una umanità, mi lascia ogni volta stupito. Apprezzo molto questo tuo post sull’opera più grande della leteratura italiana.

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