Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

13 assassini (Jûsan-nin no shikaku, Takashi Miike, 2010)

Conosco ancora poco il cinema di Miike. Colpa anche sua che sforna film a ritmo industriale, potrei dire, ma la verità è che la vergogna ricade solo su di me, rincarata dal fatto che quei pochi titoli visti mi si son fissati per bene nella memoria.

Ero andato al cinema, oggi, preoccupato. Ieri notte avrò dormito sì e no quattro ore, temevo di addormentarmi non appena si fossero spente le luci. Invece sono rimasto con gli occhi sbarrati per due ore, senza bere un sorso dalla bottiglietta d’acqua, senza guardare neanche di sguincio l’orologio. Avevo provato anche a convincere Delizia a vederlo, ma a lei non piace il genere e meno ancora gli spargimenti di sangue. In realtà, poi, relativamente pochi: per essere un film di Miike, 13 assassini si è rivelato quasi del tutto orfano delle immagini sanguinarie cui ci ha abituato.

Ecco, qui, due paragrafi già sono partiti senza che ci si sia addentrati nella materia. Sapete cosa, è che quando ti trovi di fronte a film di questo genere, di tale potenza visiva, contenuta è vero, ma proprio per questo ancora più affascinante, ti verrebbe voglia di dire andate e basta, vi godrete un’esperienza incredibile.

Il tema classico di 13 assassini, infatti, a scriverlo non renderebbe l’idea della sua grandezza. Remake di un  remake di film che non conosco, ma poco importa. Qui siamo di fronte al grado basico del racconto d’azione, che risale al capolavoro di Kurosawa e a un genere – il jidai geki – che ha consegnato al mondo alcune opere fondamentali del cinema giapponese. O ancora più indietro, alle Termopili, al mito e dunque – di ritorno in un gioco circolare – al western. Miike si appropria del classico scontro sanguinario e impossibile tra uno sparuto gruppo di guerrieri in decadenza e un esercito armato fino ai denti.

Diviso nettamente in due, tra un primo tempo dedicato al reclutamento degli uomini del titolo e una seconda ora interamente costruita sulla battaglia, coreografata e montata con una precisione che assegna a ogni inquadratura un preciso scopo. E dunque anche questa spaccatura netta nel film, da alcuni criticata, è invece fondamentale. Non solo iscrive il film in quella classicità cercata, ma permette anche a Miike di aprire le danze con un fremito lungo un’ora in cui domina il suo controllo sull’immagine e la storia, in vista del bagno di sangue successivo. Ed è in quelle sequenze tenute a freno che guizza già l’elemento folle e violento, lo si sente premere tra i fotogrammi, impaziente di esplodere nelle lunghe inquadrature fisse, negli squarci dei flashback o nell’apparire di fantasmi  mutilati dall’insania di un despota. Quella spaccatura è necessaria a creare un mondo fotografato un attimo prima che svanisca, serve a sottendere l’elegia fatalistica e nostalgica che pervade il film senza però affossarlo, perché – e qui sta la sua grandezza – questa stessa elegia diventa la spina dorsale dell’intera storia e dunque anche il teatro dell’atmosfera in cui è calato il lunghissimo finale costellato di invenzioni da capogiro (riesce difficile dimenticare quei tori in fiamme alla carica …).

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Una risposta a “13 assassini (Jûsan-nin no shikaku, Takashi Miike, 2010)

  1. cidindon 1 luglio 2011 alle 21:42

    si vede che eri ispirato da spade e TORINFIAMME! 😉 (gran film, indubbiamente)

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