Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Offside for women

Offside, di Jafar Panhai (2006)

Offside arriva da noi fuori tempo, ma al tempo stesso con tempismo perfetto. Fuori tempo perché il film è stato realizzato nel 2006 – vincitore nello stesso anno dell’Orso d’argento al Festival di Berlino – ma è proprio per questo anche una prova in assenza, un’ultima (per molti anni, probabilmente) testimonianza dell’arte di Jafar Panhai che dal 2010 è fuori gioco dal cinema, dalla creatività, dalla vita politica, culturale del suo Paese ma anche del mondo. Prima però è riuscito a realizzare quest’ultimo lungometraggio in cui la politica e l’attacco diretto alla teocrazia iraniana si sposano con la sua (apparente) contraddizione: uno spirito da commedia.

Un gruppo di ragazze cercano di intrufolarsi nello stadio (in Iran è proibito alle donne partecipare, perché dovrebbero sedenrsi in pubblico accanto agli uomini) in cui si disputa la partita Iran-Barehin, valida per la qualificazione ai mondiali di calcio del 2006.  Il piano non va a buon fine: identificate dalle guardie, vengono rinchiuse in un recinto di transenne, fuori dagli spalti, costrette ad attendere il finale della partita per confrontarsi con una sicura denuncia alla buoncostume, ma obbligate soprattutto ad ascoltare i fremiti e le urla dei tifosi, a pochi metri da loro, senza poter godere del gioco.

Nel confronto tra il sincero spirito da tifose di queste ragazze e l’applicazione ottusa di una legge infame nasce il fulcro del film. Panhai è ben attento a non confondere le responsabilità, a non calcare la mano sul dramma, ma anzi spinge fortemente verso l’ironia, senza per questo rinunciare alla raffigurazione di un potere ottusamente censorio nei confronti delle libertà delle donne. È anzi proprio dall’assurdità di una legge e di una cultura messe alla berlina che muove la critica eloquentissima a un sistema di governo clamorosamente medievale, superato dalla Storia e dalla più semplice razionalità. I soldati di Offside non sono che strumenti, a loro volta ingenui, nelle mani di un potere invisibile e spersonalizzato – ma per questo ancora più inquietante e assurdo. Sono gli uomini che – a contatto con queste ragazze che potrebbero essere loro sorelle, mogli, compagne – scontano su se stessi l’insensatezza della cultura repressiva, l’incongruenza delle stesse giustificazioni che tentano di offrire alle loro prigioniere. Da questo punto di vista il finale del film è davvero splendido, perché è la summa di queste influenze, di queste visioni (apparentemente) contrapposte, che vengono vinte dalla spinta accomunante del sentimento sportivo, capace di travalicare le divise, di sbloccare le manette.

Il film è stato girato nel giorno stesso della partita, grazie a un escamotage usato dal regista – aveva presentato alle autorità un soggetto completamente diverso. Il neorealismo di Panahi è di una purezza assoluta, capace di farsi influenzare dalle espressioni in presa diretta di una società ribollente pur sotto il giogo – o forse proprio per questo – della tensione del regime. Eppure Panahi ha (aveva, almeno nel 2006) fiducia: fiducia negli uomini e nelle donne, nella possibilità che un evento, uno sport possa ancora unire il suo popolo, abbattere schieramenti e travestimenti, andare oltre la rigida e risibile divisione tra il maschile e il femminile, seguendo una danza festosa, accesa di fuochi d’artificio.

The Housemaid, di Im Sang-soo (pubblicato su Loudvision)

Remake di un omonimo film del 1960, vero caposaldo della cinematografia coreana, diretto da Kim Ki-young, il nuovo film di Im Sang-soo prende in realtà parecchie distanze dal modello. La storia di Eun-yi, ragazza di umili origini assunta da una coppia ricchissima come assistente della governante e babysitter di due gemelli che stanno per nascere, è all’apparenza quella di un triangolo amoroso. Ci vuole poco, infatti, perché il padrone di casa, abituato a ottenere tutto ciò che desideri, collezioni nel suo carniere anche la nuova cameriera. Con grande disappunto della moglie e della suocera, che trameranno contro Eun-yi, quando scopriranno che è rimasta incinta.

Il melodramma acceso non è che la premessa: ben presto il film scopre le sue carte e si muove verso una critica alla società coreana e in particolare al ceto agiato.
La macchina si muove sinuosamente in un contesto barocco attraverso i generi (thriller, melò, racconto erotico, dramma familiare, vengeance movie) raccontando la società coreana con punta avvelenata. E se la vittima è la donna del ceto più basso, non lo sono da meno anche quelle dell’alta borghesia, prigioniere di uno status quo che le spinge alle peggiori nefandezze.

E come bonus la mia recensione di Treme, 2×04, “Santa Claus, Do You Ever Get The Blue” su Serialmente

 

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2 risposte a “Offside for women

  1. cinemasema 19 giugno 2011 alle 18:20

    Anche per me due film molto interessanti per motivi diametralmente opposti: il primo ricorda la freschezza della Nouvelle Vague, “girare un film per le strade” accettando la “volontà” dell’imprevisto (se la partita fosse terminata con la sconfitta dell’Iran Panahi avrebbe cambiato il finale); il secondo un film molto simbolico che usa gli effetti di reale, oggetti e particolari per mostrare una messa in scena, un’opera tearale di grande effetto.

  2. noodles 28 giugno 2011 alle 21:56

    è vero, anche stilisticmente sono praticamente il giorno e la notte.

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