Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

«Trick them into thinking they aren’t learning, and they do».

Da quasi un mese sto lavorando a un PON in una scuola elementare, dal titolo abbastanza esplicativo “Comunicare in italiano”. Mi son subito detto che per far funzionare il corso (che prevede alunni di terze, quarte e quinte) dovevo puntare sul gioco, sull’attività ludica, allontanarmi il più possibile dalla forma “scolastica”.

Il motivo è semplice, quasi non necessita di spiegazione, ma la scrivo lo stesso: gli alunni lavorano di pomeriggio, ossia dopo cinque ore di lezione “regolare”. Non li si può mettere a “studiare” di nuovo altrimenti si stancano – e ci avrebbero pure ragione. Da lì, i salti mortali di Noodles per tentare un approccio divertente alle regole della grammatica italiana. Ci sto riuscendo, per fortuna. A furia di giochi combinatori con esercizi sui fonemi e sulle sillabe (spostare un fonema/sillaba all’interno di una parola per formarne altre, estrarre da una serie di parole date una sola sillaba per una e sempre nella stessa posizione per ottenere poi con le sillabe estratte una nuova parola, smontare una frase e rimontarla, “riparare” una frase sconnessa come i meccanici della sintassi, ri-raccontare storie ben note – fiabe o film di successo come Spider-man – facendo attenzione alla dinamica del narrare, dell’intreccio, dei personaggi, imparare a ricavare concetti dai fatti e viceversa – analizzando per esempio la celebre battuta “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” – affidarsi per gli esercizi a cavalli di Troia di comprovato successo come Totò – gli alunni dovevano “correggere” gli strafalcioni comici che il Principe riservava alla lingua italiana così si ottengono due risultati in uno: esercizi di ortografia e sintassi e al tempo stesso si fa passare sottobanco il concetto del valore metaforico del linguaggio).

Insomma tante belle cosine che gli alunni stanno apprezzando, spesso pure troppo creando qualche degenerazione casinistica. Si sa, far giocare i bambini è pericoloso, il gioco crea confidenza, finisce che si prendono il dito con tutta la mano. Eppure l’idea della didattica ludica è vincente, e per qualsiasi fascia d’età, sia chiaro. Il motivo è il più semplice e me l’aveva sintetizzato l’ex agente di polizia di Baltimora, ora insegnante, Roland Pryzbylewski in un episodio della quarta stagione di The Wire (se ne riparlerà su questo blog, oh eccome se se ne riparlerà). Ovviamente è sua l’affermazione che da il titolo al post. Insegnare è un’arte compromissoria, è un gioco di prestigio. Devi attrarre gli alunni verso l’elemento esteriore e quando hai catturato la loro attenzione con il miele eseguire il tuo prestigio in tutta tranquillità. Devi portare, cioè, la loro mente il più lontano possibile dal concetto di “imparare”, di “studiare per imparare” che farebbe scattare subito i rivoluzionari della Noia. E devi ottenere questo con quello che è (all’apparenza) l’antitesi di tutto ciò: il gioco, il divertimento. I bambini imparano senza accorgersene, e questo è il metodo migliore per ottenere dei risultati.

Certo c’è sempre il pericolo che l’atmosfera ludica li porti a non ricordare e memorizzare ciò che stanno facendo il giorno successivo a quello in cui l’hanno fatto. Un rischio concreto che va arginato di volta in volta monitorando la classe, tornando con insistenza sui punti precedenti – sempre richiamandoli con la loro veste ludica – e sperare (eh sì, a volte poi bisogna proprio sperare) che le cose alla lunga sedimentino. No perché poi effettivamente ti capita spesso che molti alla prova del nove (cioè alle schede di verifica) finiscano poi per scrivere delle immani sciocchezze, come se tu – e loro – non aveste mai parlato/giocato su quei determinati argomenti.

Mi ricorda di quando – al liceo – avevamo avuto questi due supplenti (in anni diversi) di italiano che ci avevano mostrato come la letteratura potesse essere affascinante, come si potesse porre dialetticamente nei nostri confronti e agganciarsi ad esperienze personali, a modi di pensare… Il tutto servito da questi professori con piacevolezza, disponibilità, confidenza. Puntualmente, però, finiva che studiavano solo quelli che erano interessati alla materia e mezza classe si perdeva nella nullafacenza, coperti/giustificati (a livello più o meno inconscio) dalla mancanza di rigidità e severità dell’insegnante.

Spero solo che alla fine di giugno non mi troverò di fronte venti alunni (o la maggior parte di essi) il cui bagaglio di conoscenze sia fermo a quello che era alla fine di aprile o che non abbiano consolidato nessuna delle conoscenze apprese nelle ore di lezioni “regolari” a scuola e che il corso che sto gestendo avrebbe dovuto fissare con la ceralacca.

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Una risposta a “«Trick them into thinking they aren’t learning, and they do».

  1. Vlao 17 maggio 2011 alle 18:46

    in bocca al lupo per l’impresa!

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