Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Libertà (Freedom, Jonathan Franzen, 2010)

Negli ultimi tempi lo sport preferito a proposito del nuovo libro di Franzen sembra essere la contrapposizione tra chi lo ritiene un capolavoro e chi no. Come se questo fosse l’aspetto più importante, la bilancia che dovrebbe giudicare una volta e per sempre se c’è stata evoluzione o stagnazione (o passo indietro).

Argomenti ben fuffosi. Ecco, dovessi dire la mia, sono tra quelli che “non è un capolavoro”, ma che aggiungono poco ci manca. Appartengo inoltre all’esiguo drappello che alla fine de Le correzioni non gridò al miracolo, anche se ancora oggi mi ricordo benissimo alcune pagine di quel romanzo. Credo che a raffreddarmi fosse la struttura del romanzo, la sua chiusura troppo aperta – ad ogni modo tutti aspetti soggettivi, che distaccavano il mio gusto personale da quello del signor Franzen. Ma era indubbia la sua maestria. Come lo è in Libertà. Ce ne vorrebbe uno al mese di romanzi così, scritti in questo modo. Franzen ha la straordinaria capacità di trascinare il lettore nelle vite dei suoi personaggi, di farlo arrabbiare, di aizzarlo contro fatti e reazioni quasi che i Berglund fossero persone reali, e in un certo senso lo sono eccome.

Eppure, per paradossale che possa sembrare, il problema di Libertà – se di problema si può parlare – è la freddezza del suo intreccio, del movimento narrativo. Ma è un segno dello stile di Franzen, per cui come dire, lo scrittore non bara: ti invita a leggerlo e ti dice questo è il mio modo di vedere le cose; se ti va bene tanto piacere. E se pure non ci va del tutto giù, ciò nulla toglie al romanzo, una galoppata negli anni 10 del millennio, tra l’11 settembre e l’enduring freedom, e anche più indietro tra l’era Clinton e quella Obama. Il tutto osservato attraverso un nuovo microcosmo famigliare (i Berglund) che Franzen dipinge ancora una volta come un amalgama inquieto (e inquietante) di contrastanti spinte centripete e centrifughe, di sentimeni pieni di bitorzoli, di opposizioni che impiegano anni a trovare un compromesso, comunque necessario, perché in fondo la libertà è anche essere liberi di sposare il proprio sentimento, di abbracciarlo anche di fronte agli intoppi e alle incomprensioni della vita.

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4 risposte a “Libertà (Freedom, Jonathan Franzen, 2010)

  1. Vlao 16 aprile 2011 alle 11:32

    Mi hai incuriosito…
    lo metto nella lista dei desideri aNobii!

  2. Souffle 16 aprile 2011 alle 13:38

    La questione della “polemica” credo fosse sopratutto che il romanzo di Franzen è stato “imposto” come nuovo capolavoro a volte ancora prima che uscisse, ancora prima che circolasse.
    Specie in Europa, con una punta di esterofilia.
    L’editoria americana ha esaltato il libro forse più spinta dalle necessità di avere assolutamente un capolavoro letterario, non essendo sufficiente un buon romanzo.
    Io sono dell’idea che Franzen comunque non sarà mai Roth (né Wallace), ma che sia un narratore popolare di pregio.

  3. Marcello 16 aprile 2011 alle 16:20

    Anche perché poi come dice da qualche parte Umberto Eco, a parte qualche eccezione, ogni epoca considera “scrittori” quelli che la precedente ha considerado semplici “scriventi” e viceversa. Non ho letto niente di Franzen, accidenti so che è gravissimo – e se non erro non è la prima volta che parli di lui. Da quel che ho capito è anche uno scrittore molto cinematografico, il che non guasta no? 🙂

  4. noodles 18 aprile 2011 alle 11:06

    Vlao, fammi sapere poi 😉

    souffle, si credo che il problema sia proprio come l’hai posto, una questione quasi di marketing (fermo rimanendo che considero Libertà un romanzo splendido). Su Roth concordo, Wallace come saggista lo adoro, come narratore (di racconti lunghi e brevi, mai letto un suo romanzo) non lo reggo molto.

    Marcello, non so se sia cinematografico. Non credo gli si addica molto questa definizione. Certo, oggi qualsiasi scrittore è inevitabilmente “cinematografico”. La scrittura è visiva ormai. Però Franzen non mi sembra proprio un cinematografico per forza, anzi, il suo romanzo per certi versi riesuma anche la “classicità” della lingua scritta.

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