Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il gioiellino (Andrea Molaioli, 2011)

Dopo l’eccessivo clamore suscitato dal suo primo film, Molaioli era atteso al varco. A me, che pure La ragazza del lago era piaciuto molto, erano venuti i sospetti proprio dopo gli eccessi di salamelecchi della critica e delle onorificenze (e una vittoria ai David che dipendeva più che altro da una debole concorrenza).

Troisi dopo Ricomincio da tre alla domanda sul suo prossimo progetto, in uno dei suoi più famosi distillati di verità sotto forma di ironia, disse che aspettava di sbagliare il secondo film. Il secondo film è difficile, si rischia, ti aspettano al varco. Ed è ciò che accade a Molaioli. Il gioiellino estremizza tutti i difetti de La ragazza del lago, e in più gli manca il fascino naif che sopperiva a recitazioni e scrittura di stampo televisivo. Quello che poteva essere scambiato – con un po’ di fiducia sull’esordiente – come un omaggio a Sorrentino e una volontà di inserirsi in quella scia stilistica diventa qui limitante dipendenza, a partire dalla scelta degli archi nella colonna sonora. Molaioli però non possiede l’acutezza del collega, il suo tocco “pesante” e metaforico. La freddezza che permea la pellicola alla lunga allontana dai personaggi, che peraltro svaniscono dietro una caratterizzazione troppo labile: i due protagonisti alternano bruscamente posizioni di ingenuità a machiavelliche soluzioni figlie della più spietata finanza e la relazione tra Botta e la nipote del magnate non ha un briciolo di credibilità narrativa. L’uso insistito nei dialoghi di una terminologia aziendale ed economica risulta alla lunga forzato, ridicolo, anche per una direzione degli attori che non convince. Stesso discorso per i prestiti dall’inglese, come per l’economichese smezzato un tanto al chilo durante la pellicola solo per dimostrare che gli sceneggiatori hanno fatto un po’ di ricerca, che però non diventa mai cinema e non convince mai in bocca ai personaggi – ho capito poco di cosa parlassero perché avevo la sensazione che non sapessero neanche i personaggi-attori.

Se Girone è bravo e soprattutto azzoppato da dialoghi di dubbio gusto, questo potrebbe essere ascritto come il primo film in cui Servillo non è alla sua altezza.  Certo, è anche fisiologico che a un certo punto anche un attore di razza può inanellare una ciambella senza buco. Si può anche imputare parte della colpa al regista: l’attore napoletano è di quelli che va tenuto a freno, altrimenti si mangia il film con l’insistenza di un paio di gesti e sguardi che finiscono poi per isolare la sua prova in un manierismo astratto (dal film).

Restano le atmosfere plumbee della bella fotografia di Bigazzi ma non basta. La noia alla lunga prende.

p.s. La visione del film, per me e la dolce Delizia, è stata funestata dal chiacchiericcio. Eravamo circondati a destra e a sinistra da un pubblico in vena di commenti. In particolare una signora anziana che ha letteralmente parlato per tutta la durata del film! Ma dico io se uno vuole commentare (e leggere ad alta voce i cartelli del film o le inquadrature di documenti) se ne sta a casa sua, o sbaglio?

p.p.s. Siccome non è mai abbastanza l’impeto della vena scribacchina, da oggi mi trovate anche sui lidi di Serialmente, qualore vi interessasse seguirmi. Per ora, una recensione sull’ultimo episodio di Californication.

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