Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il cigno nero (Black Swan, Darren Aronofsky, 2010)

L’assegnazione del doppio ruolo del Cigno Bianco e di quello Nero, nel balletto di Čajkovskij, segna per la giovane Nina il balzo inconsapevole nella hybris furente dell’arte. La purezza che l’aveva sinora ammantata tra le ultime file viene ora fatta necessariamente a pezzi al centro del palco, per poi ricomporsi sulla punta di un precipizio che rischia di trascinarla per sempre. In un gioco perverso di doppi e metamorfosi al centro di un’arena costellata di specchi, Nina è costretta a scrutare nel cuore nero dello spettacolo la cui forza demoniaca risveglia passioni e tensioni, sinora sedati in una disciplina che si muove su punte acuminate.

Questa tenzone tra sentimenti contrastanti si incarna nel corpo d’attrice di una straordinaria Natalie Portman, sotto la sua pelle si risvegliano le tracce di una nuova personalità, affioranti cronenberghianamente come minuscole piume nere, grumi di pulsioni sessuali represse da una madre troppo presente, sintomo di un uovo uterino in cui Nina ha vissuto forzosamente sinora. E così il rapporto di amore/odio con il doppio/opposto Mila Kunis, personificazione di una femminilità vorace e sicura, è oggettivazione di un conflitto tutto interiore, trampolino di un viaggio terrificante dentro se stessi, non solo nella propria anima ma soprattutto nelle proprie interiora, muscoli, tendini. La camera a mano basculante, incollata alla nuca della protagonista, già sperimentata da Aronofsky in The Wrestler, raggiunge qui le sue estreme conseguenze per tramutarsi in un punto di vista claustrofobico che ci imprigiona nel suo corpo martoriato da e per la danza, ma soprattutto da se stessa, tra distorsioni del reale e apparizioni dei fantasmi della rivalità insieme a quelli dell’inconscio, finché i piani si fanno lynchianamente indecifrabili e siamo costretti a sprofondare con Nina in un gorgo di (auto)distruzione in nome dell’arte(?).

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Una risposta a “Il cigno nero (Black Swan, Darren Aronofsky, 2010)

  1. cinemasema 7 marzo 2011 alle 19:42

    Bella e penetrante recensione. Hai benissimo descritto una delle emozioni più grandi che ho provato durante la visione: mi sono come sentito trascinare in un gorgo per roteare vorticosamente “in nome dell’arte”. Fantastico!

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