Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

Schierarsi a favore della legge, ma è legale questa cosa?

Cetto La Qualunque è un beniamino di questo blog, il personaggio più geniale, divertente e attuale tirato fuori dal genio di Albanese. L’attesa del film che lo vedeva protagonista è stata attraversata da un certo timore che il passaggio dal piccolo al grande schermo avrebbe potuto svilire la forza satirica del personaggio.
Che Albanese sarebbe stato impeccabile c’era da aspettarselo, ma Qualunquemente delude in parte – e, dobbiamo ammetterlo, senzadubbiamente – nell’anello narrativo che circonda il nostro raffazzonato politico calabrese. Il coro di parenti, amici e nemici di Cetto La Qualunque, come spesso avviene in queste operazioni, si rivela subito dal fiato corto, inevitabilmente più debole del proprio protagonista, anche perché spesso interpretato da attori di forza media. Ma pure un signor istrione come Rubini si vede limitato da una scrittura che lo appiattisce troppo sulla macchietta, lavorando (male) in una direzione che è anche il tallone d’Achille dell’intero film.
La delusione parziale, insomma, scatta dal fatto che Manfredonia ci lascia ben sperare nell’incipit e in alcune sequenze sparse in tutto il film – come nel finale – scegliendo di calcare la mano sulla risata amara, sulla lettura grottesca e feroce di una realtà che ha superato ogni divagazione satirica; da questo punto di vista Cetto La Qualunque è un pilastro di cemento armato scagliato contro il buon gusto, l’etica, la giustizia, una raffigurazione terrificante di uno stato di cose purtroppo terribilmente attuale.
Ma il film non ha il coraggio di andare fino in fondo a questa strada e si attarda con una serie di siparietti, molti divertentissimi (anche se quasi tutti mostrati già nelle anteprime televisive), che depotenziano la portata autonoma della narrazione. Azzeccato il rapporto tra Cetto e Melo, il figlio, seguito in un’evoluzione che non fa prigionieri sentimentali: se Albanese, Manfredonia e Guerrera ci avessero costruito più coraggiosamente l’intero film intorno la pellicola ne avrebbe giovato.
Ciò non toglie che Qualunquemente regali un’ora e mezzo di divertimento, senza noia o cadute e riesca soprattutto – nei momenti buoni – a raffigurare senza pietà un Paese divorato dalla cafonaggine e dall’ignoranza, un Paese in cui in un dibattito la strabordante e volgare personalità di La Qualunque finisce col diventare più affascinante della serietà un po’ troppo ammuffita del suo avversario politico. Sono questi momenti che rivelano le potenzialità in nuce del film (e che fanno rimpiangere un po’ il fatto che gli autori non siano andati fino in fondo su questa linea):  i confronti con l’altra realtà del Paese, le risate più amare generano i sensi di colpa più grandi nello spettatore, posto di fronte a un grandangolo che in fin dei conti, non deforma neanche tanto i mostri che mette alla berlina.

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3 risposte a “Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

  1. iosif 4 febbraio 2011 alle 10:31

    albanese e il cinema non sono mai andati troppo d’accordo, diciamocelo. poi, i bordelli reali hanno fatto da volano, ma immagino (perché il film non l’ho visto) abbiano anche surclassato il film che non può aver raggiunto tali livelli di cupa abiezione.

  2. Vlao 4 febbraio 2011 alle 11:12

    Sono rimasto un po’ deluso dal film sopratutto perchè, come dici anche tu, le parti migliori le hanno già fatte vedere in anteprima in tv!

    Complimenti per la nuova sede.

  3. noodles 4 febbraio 2011 alle 13:51

    iosif, be’ può essere. Quando la realtà diventa talmente assurda, finisce che la satira si trova spiazzata, superata. Ma secondo me è proprio il film in alcuni suoi comparti, cinematograficamente parlando, che non funziona del tutto.

    Vlao, grazie.

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