Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il discorso del re (The King's Speech, Tom Hooper, 2010)

Con le sue dodici candidature Il discorso del re si appresta a fare incetta di premi agli Oscar, fosse anche solo per la sua struttura edificante: l’autorealizzazione più piena in seguito al superamento dei propri limiti. Un monito assai gradito all’Academy. E sebbene, a mio parere, il film di Hooper non sia all’altezza degli altri candidati, non si può neanche accantonarlo con facilità. Al di là della prevedibilità dell’excursus narrativo, siamo di fronte a una storia raccontata con indubbia bravura, servita da due attori davvero meritevoli di premio come Clint Firth e Jeoffrey Rush.
La regia di Hooper si concentra quasi interamente negli interni, tra saloni e arredamenti e soffitti elegantissimi della corte inglese, simbolo di un potere aristocratico e nobile (assente quasi ogni intento di sbeffeggiamento dei Reali) ma che al tempo stesso evocano anche il senso di trappola in cui si sente costretto Bertie, futuro Giorgio VI.
A offrire uno spicchio di luce e – in una sequenza metaforicamente assai indovinata – una boccata d’aria fresca al futuro re è proprio Lionel Logue (Rush), logopedista dai metodi strambi ma efficaci, personaggio delle quinte eppure primo attore nella vita del suo paziente eccellente.  L’evoluzione del rapporto tra Logue e Bertie è il fulcro del film, l’asse emotivo su cui si muove l’intera pellicola, tra alti e bassi, tra conciliazione e frattura e qualche momento di stanca nella parte centrale. Ma la solidità della sceneggiatura e dei dialoghi, serviti dall’ottima performance degli attori, garantisce una corsa irresistibile a un finale che ha la forza del coinvolgimento senza sciogliersi troppo in melensaggini inutili.
Ma proprio perché si tratta di un film basata sulla parola e sulle difficoltà di comunicazione (Bertie è balbuziente) e sulla stratificazione sociale e nazionale che i vari accenti denunciano ci sarà permesso sottolineare quanto inutile sarebbe guardare questo film doppiato. Più di tante altre volte, in quest’occasione si può davvero dire che la visione in italiano di Il discorso del re potrebbe presentare al pubblico un’opera del tutto diversa da quella originale.

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4 risposte a “Il discorso del re (The King's Speech, Tom Hooper, 2010)

  1. palbi 4 febbraio 2011 alle 2:21

    e’ molto azzeccata l’osservazione che fai sull’uso degli interni come rappresentazione di quello che sente il protagonista.
    Direi che sono d’accordo un po’ con tutto quello che dici. L’unica cosa e’ che penso meriti una citazione anche la HBC, anche lei (un po’ come la passeggiata) una delle rare boccate d’aria nella vita di costrizioni di Re Giorgio

  2. iosif 4 febbraio 2011 alle 10:27

    ecco, l’hai detto benissimo parlando della “struttura edificante: l’autorealizzazione più piena in seguito al superamento dei propri limiti”. questo per me finisce per essere il limite del film, che ci starà progressivamente sempre più sul cazzo, come il tizio che corre per l’america e fa sodi coi gamberetti. all’inizio sembrano buoni, poi li prenderesti a schiaffi.

  3. Marcello 7 marzo 2011 alle 10:54

    Davvero un gran bel film, bellissima prova degli attori sui quali svetta a parer mio Geoffrey Rush che ormai sta diventando Dio (o forse lo è sempre stato, ma con gli anni si nota sempre di più). :mrgreen:

    E poi il discorso sui mezzi di comunicazione sempre più invasivi, all’epoca era la radio, e oggi?

  4. noodles 7 marzo 2011 alle 11:57

    palbi, la HBC merita sempre attenzione, anche se non la si menziona ha importanza!

    iosif, è vero la struttura (canonica) del percorso edificante è un po’ abusata. Ma il tizio dei gamberetti non me lo toccare per carità! Lo adoro!

    Marcello, è vero quel discorso getta un ponte (forse inaspettato) tra l’Inghilterra di quei tempi e il nostro tempo.

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