Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Inception (id., Christopher Nolan, 2010)

Ho visto Inception domenica scorsa, e fino all’altro ieri la connessione era andata. Come si dice, il tempo che passa dalla visione è inversamente proporzionale poi alla voglia di scriverne. In più quando attendi un film per mesi montando un hype mastodontico e hai la “sventura” di vederlo confermato in ogni sua più aurea aspettativa, diventa veramente arduo materializzare tutto verbalmente. Ammesso poi che sia possibile descrivere nello spazio ristretto di un blog un’esperienza totalizzante di questo tipo. Inception è un film sul sogno partorito da una mente cerebrale come quella di Nolan, per cui il mondo onirico si rivela nell’aspetto un doppio di quello reale, i due comparti sono pressoché indistinguibili. Ed è lì che irrompe come una locomotiva il tema portante che accomuna tutte le molteplici anime della pellicola: il noir, la storia d’amore passionale, lo sci-fi, l’inquisizione filosofica, l’indagine sulla realtà. L’angoscia nasce, come per altri vecchi personaggi di Nolan, dalla difficoltà di definire cosa sia reale. Un tema abissale affrontato con le dinamiche del blockbuster, e quando un “blockbuster” viene diretto da un genio avete sequenze come l’assalto al fortino sulla neve, legata tramite un calibratissimo montaggio alternato ad altre due sequenze/piani-coscienza. Ecco, non credo di aver mai visto niente di simile, per lunghezza, tensione e padronanza totale degli spazi e della suspense: praticamente l’ultimo quarto del film è un’intera macchina di adrenalina. Letteralmente. Complice lo score di Hans Zimmer, ho temuto seriamente che mi andasse il cuore per aria.
È chiaro dunque, sin dal poster, che l’intreccio di Inception trovi la sua formulazione geometrica nel labirinto. Noi spettatori siamo con i protagonisti sempre all’interno, non riusciamo a sollevarci, e se pure possiamo sorge il dubbio di essere di fronte a un modellino. Chi ci assicura che quando il nostro overlook segue un inseguimento tra un reticolo di strade strette e affollate non stia in realtà guardando un plastico? Crediamo di essere onniscienti e onnivedenti, e se invece fossimo dei doppio di Jack Torrance? Il labirinto di Inception sconvolge come – in tutt’altra forma – sconvolgeva INLAND EMPIRE: opere mostruosamente ambiziose che rendono lo spettatore passivo e attivo al contempo, lo piazzano dentro e fuori dallo schermo, lo rendono osservatore e osservato. In questo gioco di specchi, in questo mondo onirico perfettamente realistico, per quanto ne sappiamo Di Caprio potrebbe essere sbucato da un corridoio di Shutter Island. Possiamo forse affermare in tutta sicurezza da dove sia arrivato e quando e dove di preciso?
Tuttavia il rebus reticolato che Nolan instaura con lo spettatore è assai semplice e del tutto onesto. Basta un minimo d’attenzione. Tutte gli interrogativi sul finale e sulle svolte narrative (per non parlare di quelle inutili pulci che stanno facendo ad alcune “incongruenze”) non stanno lì per fuorviare nel vero senso della parola. Non è un giochino da rompicapo, ma una raffigurazione d’autore sull’incertezza del reale nascosta dentro la cassaforte del blockbuster. Lo scopo di Inception è instillare il dubbio, per cui ha poco senso cercare una risposta univoca a quell’ultimo fotogramma – che tutti ci aspettavamo non appena Di Caprio entra in quella stanza. Il motivo è semplice: Nolan vuole portarci lì, vuole farci porre il quesito, ma – e qui è la chiave del film – non per risolverlo, ma per instillare ancor più il dubbio, farci diventare parte dell’esperienza di Cobb. Inception è il gemello futuristico di The prestige. Il labirinto-onirico – come il prestigio – non sono che gli ennesimi, ultimi auto-rispecchiamenti. È il cinema stesso a flettersi, lo schermo ruota come le strade di Parigi in cui vanno a spasso Di Caprio e la Page, per cui il film intero non è che un inception nella mente dello spettatore, Nolan penetra nel nostro subconscio tramite lo spettacolo e instilla la sua idea. E quando esci dalla sala non puoi fare a meno di sentirla, è lì, dentro la testa: la trottola continua a girare (?).

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7 risposte a “Inception (id., Christopher Nolan, 2010)

  1. Ale55andra 4 ottobre 2010 alle 18:24

    "In questo gioco di specchi, in questo mondo onirico perfettamente realistico, per quanto ne sappiamo Di Caprio potrebbe essere sbucato da un corridoio di Shutter Island. Possiamo forse affermare in tutta sicurezza da dove sia arrivato e quando e dove di preciso?"Bellissimo questo passaggio del tuo post."È il cinema stesso a flettersi, lo schermo ruota come le strade di Parigi in cui vanno a spasso Di Caprio e la Page, per cui il film intero non è che un inception nella mente dello spettatore, Nolan penetra nel nostro subconscio tramite lo spettacolo e instilla la sua idea."Su questo poi sono d'accordissimo. L'avevo scritto anche nel mio post infatti.

  2. utente anonimo 5 ottobre 2010 alle 12:21

    "Non è un giochino da rompicapo, ma una raffigurazione d’autore sull’incertezza del reale nascosta dentro la cassaforte del blockbuster."La penso esattamente come te!^^Valentina

  3. Vlao 6 ottobre 2010 alle 19:00

    Sono contento se tutta l'attesa per questo film è stata ricompensata…Devo assolutamente andare a vederlo.Ho letto un'intervista a Nolan che dice che ha potuto permettersi di girare questo film grazie al successo avuto con Batman – the dark knight che gli ha garantito di avere carta bianca per un progetto del genere che aveva in mente da anni.

  4. Cinemasema 6 ottobre 2010 alle 19:12

    Un film entusiasmante sul quale sto cercando di scrivere qualcosa da giorni. Mi è piaciuta soprattutto del tuo post la citazione  di Shining. in particolare il "fortino" con la neve sembra l'Overlook Hotel immerso nell'inverno. Molto molto stimolante.

  5. utente anonimo 8 ottobre 2010 alle 15:58

    La rappresentazione di Nolan del mondo onirico ha infatti più a che fare con Shining che con eXistenZ: è un essere nella realtà del sogno e osservarlo dall'esterno, il sogno non viene rappresentato come se ci fossimo appena risvegliati, come se stesse al confine tra veglia e sonno. E poi sono d'accordo quando metti in rilievo che si tratta di un film a perfetta (o manca poco) metà strada tra l' "impegno di scavo" (ma questo ce l'aggiungo io) e il commerciale.jeff

  6. Lilith1984 8 ottobre 2010 alle 17:21

    Che dire? Standing ovation. In maniera semplice eppure raffinata secondo la mia umile opinione hai colto perfettamente lo spirito del film. 

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