Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Invictus (id., Clint Eastwood, 2009)


Ai titoli di coda, leggendo il nome di Eastwood m’è venuto voglia di andarlo a cancellare dalla pellicola. Il vecchio saggio del cinema americano ci ha abituati male, specie da Mystic river in poi, da quando cioè è diventato incapace di sbagliare e ha iniziato a sfornare solo capolavori o al massimo film bellissimi. Con esclusione di Flags of our fathers che per quanto abbia rivalutato in dvd, mi resta comunque sullo stomaco per quella retorica che niente c’entra con lo stile asciutto di Eastwood. Con Invictus si può fare lo stesso discorso. In peggio.
Sulla carta, il progetto non mi convinceva, ma lo stesso avevo pensato – all’epoca – di Million dollar baby e allora Clint mi sputò in faccia dallo schermo la mia stessa titubanza. Stavolta invece ho avuto le più funeste conferme. Voglio proprio credere che il regista si sia fatto convincere dal desiderio impellente (e covato per anni) dell’amico Freeman a interpretare Mandela (peraltro poi in una prova neanche così ispirata), altrimenti non mi spiego questa resa totale, questo salamelecco di due (spesso noiose) ore al primo presidente nero del Sudafrica, questa sequela di frasi fatte (Mandela si esprime solo attraverso slogan, è una figura, un simbolo politico più che un uomo, ma è un simbolo affogato dalla retorica) accompagnate da una sceneggiatura che non crea il minimo contrasto, che dimentica i grandi problemi dell’Africa e riduce tutto a una partita da giocare. Che poi la storia sia andata così, nelle linee generali, è fuor di dubbio; ma l’immagine che se ne trae da Invictus (e mi riferisco anche e soprattutto al suo valore strettamente filmico-narrativo) è una contraddizione in termini. L’ostracismo bianco a Mandela è più detto che mostrato, i presunti ostacoli nel processo di unificazione sociale e culturale post-apartheid non si vedono affatto, per cui sembra che il protagonista si dibatta in un goccio d’acqua. Ed è proprio questo che rende Invictus indigesto: la caramellosa incensazione del suo eroe e soprattutto la mancanza di contraddittorio. I personaggi sono granitici, bidimensionali, quando pure “evolvono” dal loro stato razzista (sia da un lato che dall’altro) lo fanno nel più puro (e finto) stile hollywoodiano. Il neo-classicismo di Eastwood, la sua maestria nello scolpire volti, storie e personaggi con quel rigore che tanto amiamo si trasforma qui in anonimia stilistica. Comprendo l’intenzione di sottomettersi completamente al valore del messaggio del personaggio; ma lo script scalcagnato, l’intreccio fin troppo lineare e i dialoghi altisonanti non potevano reggere da soli.
Non pretendo da Clint ogni volta Gran Torino, ma se proprio deve che almeno ci regali uno di quei film “alimentari” ma tutto sommato piacevoli mentre li guardi (Debito di sangue, Space cowboys, Potere assoluto) e che quando esci dalla sala dici be’ niente a che vedere con le opere maggiori ma ci siamo spassati per due ore.

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9 risposte a “Invictus (id., Clint Eastwood, 2009)

  1. utente anonimo 5 marzo 2010 alle 15:25

    Mi sto convincendo sempre più di aver fatto bene a non andare. Se tutto è ridotto a una partita è ancora più inquietante se si pensa che da sempre il risultato di quella partita è invece considerato controverso e dubbio.

    MissBlum

  2. AlDirektor 5 marzo 2010 alle 21:08

    Basandomi molto sull'opinione comune ribadisco la mia opinione riguardo il nuovo film di Eastwood: siamo abituati davvero troppo bene. A tanti registi permettiamo lo scarabocchio, perchè no a uno come Eastwood?
    "Invictus" non avvince minimamente come i suoi precedenti, ma in ogni modo posso affermare di aver visto un buon film (retorico si si, ma buono).
    E credo sia quasi ingiusto massacrare questo film, solo perchè abituati a certi capolavori.
    Poi per carità ognuno la pensa come vuole, ma l'abitudine riguardo ad Eastwood sono certo che influisce moltissimo nella valutazione.

  3. amosgitai 5 marzo 2010 alle 21:27

    Forse era proprio la storia a non prestarsi!

  4. NoodlesD 5 marzo 2010 alle 23:10

    Miss, non sarebbe neanche quello il problema se non fosse che è articolato male ed è davvero troppo esile e troppo retorico. anche per questo non funziona la "questione partita"

    Al, ci ho pensato, cioè mi son detto quanto influisce l'aspettativa-eastwood? devo dire che stavolta anche prima di entrare in sala il progetto mi convinceva poco… forse c'è un po' di premeditazione, ma davvero non riesco a reggere un film così da Eastwood. Non un film pessimo, certo, ma troppo minore per poter accontentarmi. specie se viene da un genio. (e l guaio è che sento parlr male anche di Alice e Shutter Island… che poi pure Scorsese ormai è da anni che non è più lui al 100%).

    amosgitai, può essere, ma allora faceva meglio a risparmiarselo 😛

  5. gbanks 6 marzo 2010 alle 16:29

    io ci ho visto un capolavoro.
    l'ennesimo.
    però posso capire il dissenso.
    alla fine, la storia di mandela è la storia di eastwood (uno che – secondo le previsioni – nemmeno avrebbe dovuto fare l'attore), e non credo che invictus sia un favore a freeman.
    il tema di invictus è il perdono, e la solitudine (il contraddittorio per me è questo: quello di un uomo che qualsiasi cosa faccia alla fine finisce per scontentare tutti) che si prova nell'assumerlo come valore fondante di un'esistenza (il fatto che pienaar lo senta suo ma non lo riesca a capire fino in fondo).
    potrebbe essere un film poco riuscito di eastwood (secondo me non è un considerazione corretta, ma è un'opinione soggettiva), ma alla fine (anche il rapporto tra mandela e pienaar è una sorta di dialogo a parte del mondo, come quello tra la swank e eastwood in million dollar baby) è un film pieno di tutti i suoi principi e dei suoi valori.

  6. ipitagorici 7 marzo 2010 alle 19:19

    Comunque Freeman è anche produttore, quindi penso che Clint non abbia avuto completamente carta bianca. Spero sia questa la ragione di una mezza delusione… Effettivamente le interpretazioni degli attori non sono niente di eccezionale, Matt Damon non mi è piaciuto affatto

  7. parachimy 7 marzo 2010 alle 21:22

    Fondamentalmente siamo d'accordo, anche se comunque, in fin dei conti, il film resta comunque passabile.
    Purtroppo, o per fortuna, da Clint ci si aspetta sempre il massimo.
    Saluti.
    Para

  8. Ale55andra 8 marzo 2010 alle 16:35

    Come ben sai siamo sostanzialmente d'accordo, con l'unica differenza che a me anche Space cowboys "mi aveva fatto cagare", ahah.

  9. NoodlesD 8 marzo 2010 alle 19:05

    gbanks, non saprei cosa ribattere a ciò che tu scrivi. ci troviamo in una di quelle situazioni (soggettive come dici tu) in cui si hanno opinioni del tutto diverse o si recepiscono "messaggi del film" in modo opposto (o, nel mio caso, questi messaggi semplicemente ce li vedo pochino). Mi sembrano delle forzature i collegmenti con altri suoi film. Ma è un'impressione mia, eh. magari son io a essere miope ^^

    pitagorici, ma sai non credo sia stata proprio una questione di imbrigliamento forzato. Ho la sensazione che Eastwood l'abbia proprio girato senza la passione degli altri, ma ovviamente con la serietà che gli è propria, solo che questo ha generato un film freddino.

    para, forse, ripeto è passabile ma son io (noi) che ci attendiamo sempre il massimo da Clint 😛

    ale, be' si aveva delle stonature belle forti, ma secondo me nel complesso – e nel suo genere – faceva il suo, sull'ironia degli anzianotti. ahah.

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