Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

L’uomo che verrà (Giorgio Diritti, 2009).


Spiace dover constatare che il cinema di Diritti sia destinato ad essere visto da pochi. Il vento fa il suo giro era stata una sorpresa galvanizzante, ma che aveva attraversato le sale come un fantasma (chi scrive l’ha dovuto recuperare in dvd). Stessa sorte purtroppo toccata al magnifico L’uomo che verrà, film intenso, mai retorico, che non sguazza nel patetismo, pur raccontando una delle pagine più terrificanti della storia patria contemporanea, la strage di Marzabotto ad opera dei tedeschi, nel 1944.
Dopo aver raccontato un’Italia di confine, montanara e antica, dopo aver registrato i movimenti della mdp sui respiri lenti e arcaici di un mondo che sta svanendo, Diritti sembra andare con questo film alle radici stesse di quel mondo, accogliendo il punto di vista di una bambina, stretta in un mutismo incrollabile da quando qualche tempo prima il piccolo fratellino le è morto fra le braccia. Il silenzio di Martina e insieme l’economia di dialoghi del film, che cedono la parola ai rumori della campagna circostante e a quelli dei piccoli offici contadini, è la precisa volontà di non gridare l’orrore, e insieme il miglior modo per rappresentare un evento la cui immanente tragicità non può che imporre il silenzio.
L’occhio della mdp è quasi sempre ad altezza bambino: insegue, diventa lo sguardo di Martina (la piccola Greta Zuccheri Montanari, bravissima), per poi abbandonarlo di tanto in tanto. Una soggettiva che spinge per diventare sguardo oggettivo, per registrare la realtà (storica) senza l’ingombro del pathos. Ma è un processo a vasi comunicanti, i confini tra i due punti di vista si assottigliano fino a sparire, diventando uno il riflesso dell’altro, il mutismo di Martina e il “neorealismo” delle immagini.

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Una risposta a “L’uomo che verrà (Giorgio Diritti, 2009).

  1. AlDirektor 30 gennaio 2010 alle 12:29

    D’accordissimo con te. Film molto molto intenso e diversissimo dai suoi simili. Uno stile ammirevole che sceglie ovviamente l’antispettacolare per produrre una grande emotività. Scelta davvero ammirevole.
    Ripeto: peccato per la distribuzione penosa nelle sale.

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