Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Segreti di famiglia (Tetro, Francis Ford Coppola, 2009)

La famiglia è una delle ossessioni di Coppola, anche del Coppola di questa nuova giovinezza che non si smentisce e continua ad essere lo sperimentatore assoluto, l’autore folle e incaponito, deciso a raccontare solo le sue storie. Fosse anche solo per questo c’è di che rispettare questo signore, grande produttore di vini in California, i cui geni sembrano così potenti (artisticamente parlando) che riescono a scorrere nelle generazioni. I rapporti tra consanguinei sono dunque riflesso autobiografico e poetico del Maestro, siano essi affrontati secondo gli schemi (aggiornati) della tragedia classica (Il padrino parte II) o srotolati attraverso i cunicoli del melò.

Coppola interroga il cinema, lo spinge oltre, dipinge con la luce e le ombre grazie al raffinatissimo bianco e nero di Mihai Malaimare Jr., ombre di famiglia, ombre dell’animo di un grandissimo Vincent Gallo (altro personaggio che temo sia proprio incapace di non essere ogni volta eccezionale). C’è di che venerarlo, Tetro, il dialogo tra scrittura privata e scrittura pubblica e scrittura e cinema, lo scrivere su carte e lo scrivere con la luce, così come il dialogo tra realtà e rilettura della realtà attraverso la fiction (che è anche l’unica realtà – del passato – che ci è concessa, la verità assoluta è esclusa, dobbiamo accontentarci di quella – romanzesca – di Tetro).

Eppure la tensione titanica sembra fermarsi al mezzo. Un’altra giovinezza proprio non mi andò giù. Ci riprovai anche a riguardarlo in dvd, in originale, niente, due maroni come poche volte. Tetro lo trovo molto più interessante, eppure c’è qualcosa che resta sempre distaccato, sezionato, freddo, come se Coppola non riuscisse a decidersi tra sperimentalismo totale e uno strenuo ancoraggio al racconto tradizionale con tanto di melodramma e finale operistico. Non mi sfugge certo che sia voluto e ricercato, che evochi il melò più che trasformare il suo film in un melò, ma pure mi resta una leggere sensazione di incompiutezza, come se l’analisi e il pathos non si fondessero mai davvero del tutto. Ciò non toglie al film un fascino tutto personale e davvero unico nel panorama del cinema, ma alcune sperimentazioni adottate mi sembrano davvero meno necessarie o almeno troppo insistite, troppo giocate. Questo senza nulla togliere alla maestosità di un tale maestro.

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