Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Parnassus (The Imaginarium of Doctor Parnassus, Terry Gilliam, 2009)


In molti hanno scritto che l’ultima opera di Gilliam, specie nel finale, tende ad aggrovigliarsi sui suoi stessi artifici, questione nient’affatto sindacabile e che io stesso non ribatterò, ma pure permettetemi di essere del tutto partigiano a questo giro. Giorni fa leggevo il saggio di Bazin su Limelight. Il critico francese aveva sottolineato un aspetto che sposo assolutamente e, particolarmente, qui per Parnassus: non importa notare le piccole imperfezioni, quando un capolavoro (o quasi) ci si presenta davanti agli occhi. Questa è una delle opere più affascinanti di Gilliam, una delle più personali e ardite, il luogo in cui la sua “eresia estetica” trova pieno compimento: il racconto come motore della vita, l’immaginazione (e la creazione) come massima potenza umana, generatrice stessa del mondo. Parnassus è un’opera profondamente autobiografica, un ritratto dell’artista folle, uno sberleffo alla società sempre meno poetica cui si affianca un mondo parallelo che prende corpo e si nutre coi sogni dell’uomo.
Quelli che sottolineano i cedimenti, il prefinale un po’ raffazzonato non sono certo miopi. Ma preferisco ribaltare la questione e pensare più che altro al genio di Gilliam, che è riuscito a riscattare un film monco (per la morte del suo protagonista) in una riflessione diversa che fa leva anche su quella morte, un atto d’amore verso un amico da parte del suo (ultimo) pigmalione che ne riconosce al tal punto il genio e (probabilmente) la fratellanza creativa da dedicargli non solo il film ma di cedergliene addirittura la paternità nei titoli finali! Ultimo rivolgimento estetico alle soglie del testo, l’ultima maschera sfilata all’interno di un labirinto, sintesi di un atto d’amore che coinvolge tre compari che offrono volto e corpo a Ledger per permettergli di chiudere in bellezza la sua vita artistica. Parnassus, demiurgo solitario, continuamente sedotto dalla sfida e perennemente sconfitto è l’autoritratto più sentito, commovente e in fondo anche vincente di un Chisciotte cinematografico, che a ogni nuovo film rimette tutto in gioco (se stesso in primis), che sprofonda in colossali tracolli ma che sa poi risollevarsi impastando la creta della successiva creazione, squarciando la realtà bidimensionale e grigia della quarta parete, trascinando attraverso lo specchio (cinematografico) lo spettatore, invitandolo a guardare e non solo a vedere, a penetrare il tessuto segreto della sua stessa immaginazione, tuffandosi in una fantasmagoria che ha la stessa forza genuina, la stessa ingenua fiducia del cinema delle origini, un Méliès innamorato della propria luna di cartapesta in un mondo sempre più seminato di asfalto, di acciaio e cemento.

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13 risposte a “Parnassus (The Imaginarium of Doctor Parnassus, Terry Gilliam, 2009)

  1. souffle 29 ottobre 2009 alle 7:50

    la tua riflessione è decisamente interessante e affascinante.
    Io aggiungo, a proposito dei film "monchi", o, come mi piace dire per Gilliam, imperfetti, che la loro "imperfezione" è segno di una prorompente vitalità, di un cinema non chirurgico ma bulimico, affamato di vita e del vivere le emozioni. Gilliam non si trattiene e per questo ogni tanto va fuori pista, ma meglio andare fuori pista che vivere una vita da ragioniere.
    (ps: aggiorno il tuo voto sulla Connection appena splinder smette di fare i capricci).
    Un saluto.

  2. iosif 29 ottobre 2009 alle 11:37

    ciao nood. io sono fra i sottovalutanti parnassus, cosa che speravo non dovesse mai accadere. non ho trovato il punto debole del film nel finale, anzi, la parte con farrell mi sembra una di quelle più riuscite, visivamente e contenutisticamente. un’incursione nell’incubo vero, alla brazil.
    gilliam non ha mai costruito meccanismi ad orologeria, nè nel già citato brazil, nè in altri film come tideland o paura e delirio, tutti decisamente più riusciti di parnassus, pur senza presupporre un approccio da ragioniere, per usare le parole di souffle (che poi, chissà quanti ragionieri sono semplicemente costretti ad esercitare la loro fantasia lontano dal proprio lavoro…).
    la cosa strana di cui mi accorgo è che parnassus, un film di pancia come tutti quelli di gilliam, viene giudicato con la pancia da chi ne è rimasto (almeno in parte) deluso, e con la ragione da chi l’ha amato di più. tu richiami bazin, melies, le carambole creative dovute alla morte di ledger e la dedica finale, don chisciotte e la fuga dal cemento, ma sono tutti riferimenti esterni al film, o sono i temi dello stesso, fanno parte del retroscena, e parnassus insegna che nei retroscena c’è il rischio di perdersi. il film che viene proiettato sullo schermo, non credo susciti scarsi entusiasmi per un’improvvisa infatuazione verso la realtà burocratica e grigia, quanto per il fatto che non è costruito abbastanza bene da suscitare entusiasmi più consistenti, perché limitato da un’ispirazione e una realizzazione che offre sogni spesso poco affascinanti e una trama complessa e ripetitiva offerta non nel migliore nei modi. forse sarebbe stato il caso di semplificare, forse non si poteva fare altrimenti, o forse questo aderisce perfettamente alla visione del regista, ma al cinema, come in ogni altra occasione della vita, non necessariamente alle buone intenzioni corrispondono buoni risultati.

  3. pilloledicinema 29 ottobre 2009 alle 12:53

    A me il film invece non ha fatto questo effetto. Intanto mi ha lasciato molto freddo, come se al contrario di quello che hai sentito tu, Gilliam invece che invitarmi a guardare si fosse limitato a farmi vedere quanto mirabolante ed eccezionale sia la sua fantasia. Ammetto che alcune scene sono molto evocative (prima fra tutte quella specie di carro medievale che è anche casa e teatro che vaga per le strade di Londra), ma altre mi hanno lasciato molto più indifferente. Comunque è a livello di sceneggiatura che le mie perplessità raddoppiano perchè se è vero che il film, pur irrimediabilmente condizionato dalla morte di Ledger, è stato comunque finito non si può solo per questo dire che è un cpolavoro. I nodi non sciolti alla fine mi sembrano troppi e troppo grandi per poter parlare persino di film pienamente riuscito, per questo tutte le (mica tanto) piccole imperfezioni di Parnassus mi saltano davanti agli occhi e non posso fingere di non vederle.
    Ciao

  4. souffle 29 ottobre 2009 alle 13:38

    io parlavo di vita da ragioniere, non di approccio da ragioniere.
    Sono anzi assolutamente convinto che ci siano tanti "ragionieri" che dopo il lavoro, smettono giacca e cravatta e si mettono una tuta colorata (sono metafore – Ndr) e vivono lì in quel momento la loro vita piena di fantasia, istinto e animalità.

  5. iosif 29 ottobre 2009 alle 17:03

    il mio riferimento a quell’espressione fa parte di un pensiero che esprime come il non aver apprezzato del tutto il nuovo film fantastico e fantasioso di gilliam, non significhi aver abbracciato l’idea della partita doppia come unica forma d’arte e di svago. in più, andare fuori pista può servire a mettere in luce la propria bravura (come gli è riuscito in altri film), o a prendere qualche sbandata (come succede agli esseri umani).

  6. NoodlesD 29 ottobre 2009 alle 18:37

    souffle, esatto. Credo che tutti i film di Gilliam abbiano un po’ questa caratteristica, questo vitalismo esplosivo che è anche a rischio di caracollamento ma che lui – nei momenti buoni – riesce a trasformare in proprio vantaggio dando alla sua opera l’imprevedibilità della vita.

    iosif, che dire, di fronte a film del genere che spaccano molto fortemente i giudizi dei singoli spettatori alla fine poi diventa difficile ragionarci su, anche perché, come scrivevi, spesso è proprio un amore che parte dall’istinto, di pancia, che è quasi difficile spiegare a parole. I difetti che tu imputi a Parnassus io li trovavo in Tideland, che proprio non m’era piaciuto e l’avevo trovato un travaso indisciplinato di "ossessioni" d’autore senza un chiaro schema alle spalle, dove invece la pur natura confusionaria e – per forza di cose – eterogenea di Parnassus assurge a una superiorità che gioca proprio con l’imprevedibilità della vita. Neanch’io credo che si dovesse semplificare: il film vive proprio del suo traboccante spettacolo, forse anche confusionario in certi punti, ma utile a definire il concetto finale e il sogno-incubo d’autore di Gilliam.

    pillole, più che un capolavoro lo definirei un quasi-capolavoro, ché indubbiamente i mancamenti si avvertono. Credo però che sia inutile cercare di trovare in Parnassus la logica narrativa, sindacare sui buchi di sceneggiatura o sui salti, sui nodi incomprensibili e non sciolti. Era inevitabile. E’ per questo che preferisco soffermarmi sull’effetto positivo, sulla potenza creatrice di Gilliam che pure di fronte al tracollo risvolta il suo film e sulla base delle immagini costruisce una storia diversa dall’originale e che pure, proprio come la vita, tiene conto dello sviluppo in fieri, degli elementi che via via si aggiungono o mutano le cose.

  7. souffle 29 ottobre 2009 alle 21:20

    il voto sulla connection è stato corretto. Ti chiedo scusa. E dire che ti avevo messo per primo in alto proprio per via del tuo voto…
    Ma il refuso era in agguato. ^^
    Grazie della segnalazione. A presto

  8. pilloledicinema 30 ottobre 2009 alle 14:11

    Sono d’accordo con quanto hai scritto da me, Parnassus è un’opera che spacca ma che non lascia indifferenti e questo è sicuramente un fatto positivo. Però proprio non riesco a far andare giù molte cose anche non legate (almeno direttamente) alla morte di Ledger, magari me lo rivedrò dopo essermi visto buona parte della sua filmografia e vediamo se cambierò parere.
    A presto

  9. honeyboy 31 ottobre 2009 alle 0:08

    grande noodles, abbiamo pensato praticamente le stesse cose, non vale nemmeno la pena che io le scriva 🙂
    questo film di gilliam è puro romanticismo narrativo, e sapendo ricambiare l’ho assolutamente amato

  10. bananafeet 31 ottobre 2009 alle 15:26

    Ciao, prima volta che capito qua e ti dico la mia. Io immaginavo di immergermi in un labirinto (quello della mente del regista). Ed invece la strada che è stata tracciata è lineare e ripetitiva. Insomma nulla che non fosse già stato detto, fatto, diretto e visto. Volevo perdermi ed invece il tutto ha un inizio, un continuo ed una fine. Ecco il perchè della mia delusione.

  11. NoodlesD 1 novembre 2009 alle 12:15

    souffle, non preoccuparti 😉 sapessi quante ne combino io di là, con html eccetera! confusioni a non finire…

    pillole, be’ non è che debba piacere per forza, eh. Anche perché i suoi difettucci ce li ha anche.

    honeyboy, concordo. Bisogna affidarsi, lasciarsi trasportare dalla magia del film, altrimenti si vedono solo… gli ingranaggi monchi.

    banana, come vedi anche da questi pochi commenti è un film assai divisorio 🙂

  12. gbanks 6 novembre 2009 alle 23:18

    mi ha sempre affascinato l’idea riportata da bazin.
    in realtà io amo i film anche solo per cinque minuti, a volte pure meno: spesso è roba di pochi istanti.
    purtroppo siamo troppo spesso coinvolti nell’analisi testuale, e sempre poco attenti all’impatto emozionale di un film.
    se ti fa venire i brividi, o ti diverte, o ti commuove anche solo per trenta secondi, allora non è mai un film da buttare.
    di parnassus ho apprezzato il modo primario di coinvolgere attraverso le immagini, la fascinazione del vedere per se stessa: che poi credo sia il tema centrale del film (il cinema come trance della percezione).
    spero che gilliam si confermi al più presto, prima di dargli il bentornato.

  13. NoodlesD 7 novembre 2009 alle 13:23

    cavolo non sai che epifania di fronte a questo tuo commento! Hai perfettamente ragione. A volte, a furia di recensire, anche a livello amatoriale come faccio io qui, si rischia davvero di diventare troppo fiscali, senza rendersene conto, e di perdersi l’idea di fondo, che il cinema e l’arte devono emozionare. E fosse stata anche, come scrivi, una manciata di minuti, va bene lo stesso. La fascinazione, scrivi bene. Quando il cinema ritrova questa sua natura primordiale e non è ridicolo è miracoloso.

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