Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Via da Las Vegas (Leaving Las Vegas, John O’Brien, 1990 / Edizione minimum fax 2009).

Contrariamente all’ossessiva metodicità della mia carnivora curiosità nel sapere tutto delle opere che adoro, per molto tempo ho ignorato che uno dei film della mia vita, e del mio cuore fosse tratto da un romanzo. Quando l’ho scoperto e quand’ho scoperto – in ritardo – che la minimum fax lo ripubblicava – che lo aveva già ripubblicato, per l’esattezza – l’ho subito cercato e dopo un po’ l’ho trovato.
Ora, mi rendo conto, lo ripetiamo sempre, è inutile e noioso segnare le differenze tra film e romanzo. Ma il fatto è che – in genere – preferisco sempre procedere all’inverso – dal romanzo al film – e in più qui c’era la grave ombra della mia empatia, direi quasi ribonucleica, nei confronti del film di Figgis.
Il romanzo di O’Brien è fantastico, intendiamoci. E, per dire, a linee generali la versione cinematografica lo segue fedelmente. Si tratta più di una questione di atteggiamento. La scrittura di O’Brien non entra fino in fondo nelle teste dei suoi personaggi, rifiuta qualsiasi elegia, camuffa qualsiasi fianco patetico, dove le interpretazioni di Cage e la Shue chiedevano a gran voce l’empatia dello spettatore. Curiosamente, il film finisce con l’essere più intimo del romanzo, più tragico.
Ma lo sguardo di O’Brien è al tempo stesso anche più dolorosamente cellulare. E mentre lo leggi non puoi fare a meno di chiederti quanto Ben rifletta John. Non fai che pensare all’arte che dovrebbe purificare, ai personaggi che dovrebbero vivere al tuo posto i tuoi mostri e scacciarli, e invece quelli di O’Brien son rimasti dentro di lui, intrappolati. Condivisi con i suoi personaggi ma fatalmente duplicati e non trasmigrati. Pistola, proiettile. Bourbon, gin. Fa poca differenza. Il male è andato oltre le pagine, oltre il Rolex. La postfazione di Erin O’Brien, il ricordo commosso del fratello, dei suoi tentativi di vivere sono da pelle d’oca. L’arte forse acuisce il dolore della vita, ma l’arte la si può controllare, a differenza della vita, che a un certo punto può cedere all’invito della morte solo perché il peso è diventato troppo grande. E se anche le lancette dell’orologio continuano a correre, ciò non vuol dire che lo stesso valga per il tuo tempo, il tempo di John o di Ben.

  • «Alla fine, non fu in grado di ordinare all’alcol di ucciderlo, così adoperò invece una pistola. Mi chiedo se nei suoi ultimi istanti questo gli sia sembrato grossolano. Non sono in grado di rispondere. Ma una cosa la so: il Rolex mi dimostra che John O’Brien teneva in grande considerazione il suo tempo e la sua vita. Non ha sprecato né l’uno né l’altra. Vi ha posto fine. C’è differenza. Ciò che rimane è dell’inchiostro nero su pagine bianche e un orologio svizzero. Ma quando ho tirato fuori dalla sua umile scatola il Rolex di John per guardarlo prima di mettermi a scrivere questa postfazione, ha ricominciato a ticchettare nella mia mano».

Erin O’Brien

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Una risposta a “Via da Las Vegas (Leaving Las Vegas, John O’Brien, 1990 / Edizione minimum fax 2009).

  1. Cinemasema 21 settembre 2009 alle 13:58

    Sembra fantastico! Dovrò leggerlo.

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